IL NOSTRO PROGETTO DI PROMOZIONE.
UN ARCHIVIO DEDICATO A CHI AMA E VALORIZZA IL PAESAGGIO
Andare per Giardini è un progetto finalizzato a favorire la comprensione del patrimonio ambientale e paesaggistico, permettendo di interpretare i segni storici e culturali che esso racchiude. È un’iniziativa di documentazione, valorizzazione e promozione, incentrata su giardini storici e contemporanei e sui loro paesaggi.
Il portale ospita già numerosi profili di ville e giardini, ampiamente documentati, accessibili e in costante aggiornamento, insieme a una ricca sezione di itinerari di rilevanza storica, botanica e naturalistica. Offriamo un’opportunità per esplorare virtualmente i giardini attraverso immagini e video, immergendosi in luoghi di straordinaria bellezza per coglierne la storia, l’armonia e i segni contemporanei dell’evoluzione del paesaggio. Ma sappiamo anche che la vera comprensione nasce dalla visita diretta: dall’atmosfera, i profumi, i colori, i contrasti, la luce — e soprattutto dal rispetto e dalla cura.
L’anima delle piante e la cultura degli oli essenziali
Claudio Gaiaschi, dalla moda milanese ai campi di Santa Bianca
Non è stato facile arrivare ai campi di Claudio Gaiaschi: i tornanti dopo Pomarance, il fondo che cambia, il punto in cui il navigatore si arrende. Ma quando il paesaggio si apre, si capisce che la fatica dell’avvicinamento fa parte del luogo, come una soglia. Il primo sguardo sul podere è fatto di luce, di colori della stagione, di filari di erbe e fiori, di un odore che arriva prima delle immagini. Claudio è un uomo che ha cambiato vita. Aveva cominciato Ingegneria al Politecnico di Milano, ma dopo due anni ha lasciato gli studi per fare l’assistente di un fotografo. Da lì è arrivata la moda milanese, un mondo fatto di superfici, di luce costruita, di immagini destinate a durare il tempo di una stagione. Accanto a quella vita, però, coltivava da sempre un’altra attrazione, quella per il mondo vegetale, finché a un certo punto ha smesso di essere un’inclinazione ed è diventata una direzione. Nel 2005, insieme alla moglie Benedetta Tecchio, aromatiera, nasce il Podere Santa Bianca, tra Pomarance e Volterra. L’idea di partenza era limpida: fare oli essenziali di qualità assoluta, e per farlo seguire ogni passaggio con le proprie mani. Dalla coltivazione di erbe e fiori all’essiccazione, fino alla distillazione, niente è lasciato al caso. Nei suoi campi la coltivazione è biodinamica, e qui il paesaggio smette di essere sfondo e diventa metodo.
The Amazonian Travels of
Richard Evans Schultes
C’è stato un tempo in cui un botanico poteva salire su una canoa, sparire per dodici anni e tornare con oltre 24.000 piante e un’idea nuova di cosa sia la conoscenza.
Nel dicembre 1941 Richard Evans Schultes è poco più che venticinquenne, ha il dottorato di Harvard appena in tasca, una borsa di studio e un biglietto per la Colombia. Il compito, sulla carta, è modesto: studiare i veleni da freccia dei popoli dell’Amazzonia. Nessuno gli spiega bene a cosa va incontro, e probabilmente è meglio così. Era nato a Boston nel 1915 e l’abitudine di andare a vedere di persona ce l’aveva già: la tesi sul peyote dei Kiowa in Oklahoma, e in Messico un contributo a capire quali fossero i funghi sacri degli Aztechi.
A dire il vero, tutto comincia a letto. Da bambino Schultes è costretto a casa da un grave disturbo allo stomaco, e suo padre gli porta dalla biblioteca pubblica Notes of a Botanist on the Amazon and the Andes, del botanico inglese dell’Ottocento Richard Spruce. Bastano i suoi racconti di esplorazioni, scoperte e culture indigene a incantare il bambino: Spruce diventerà il suo eroe personale. Nell’autunno del 1933 entra a Harvard con una borsa di studio completa, con l’idea di studiare medicina. Intanto trova un lavoro al Botanical Museum, dove archivia carte per trentacinque centesimi all’ora, e le collezioni del museo lo incuriosiscono al punto da iscriversi a Biology 104, “Plants and Human Affairs”. Il corso lo tiene Oakes Ames, esperto di orchidee e direttore del museo, e spazia dalla storia del vino alla venerazione di piante sacre come i funghi. È il primo incontro di Schultes con l’etnobotanica, lo studio delle conoscenze e dei costumi di un popolo sulle piante e sui loro usi. Addio medicina, o quasi.
Preso il dottorato, Schultes ha davanti due strade: un posto da insegnante di biologia in una scuola privata del New England, oppure una borsa di dieci mesi del National Research Council per andare in Amazzonia a identificare le piante dei vari tipi di curaro usati dagli indigeni per cacciare. Sceglie l’Amazzonia, e anni dopo scriverà, con una certa ironia, che altrimenti sarebbe forse ancora lì a insegnare biologia. Dieci mesi sulla carta, circa dodici anni nei fatti. Ha anche un obiettivo tutto suo: capire a quale pianta corrisponda lo yoco, un mitico stimolante usato dalle tribù locali e citato in vari resoconti storici. Per riuscirci gli serve un esemplare maturo, con frutti e fiori, così da permettere un’identificazione scientifica precisa. Lungo la strada incontra sciamani di grande sapere, che gli aprono un mondo di piante sacre, capaci di alterare la mente.
L’architetto perduto dell’Inghilterra: Cecil Ross Pinsent
MICHAEL SPENS
Ethne Clarke ha reso piena giustizia sia all’architettura di Pinsent che ai relativi giardini e paesaggi. Nato a Montevideo, in Uruguay, Pinsent è cresciuto in Inghilterra dopo il ritorno a casa della sua famiglia. Tuttavia, l’essenza di uno stampo espatriato sembrava rimanere con lui per tutta la sua lunga vita. Rimase peripatetico, con una carriera che, nonostante il servizio militare nelle due guerre mondiali, comprendeva un itinerario degno di nota negli anni del suo rinomato studio di progettazione, prevalentemente basato a Firenze e dintorni. Precedentemente un illustre studente sia alla Architectural Association School (dove vinse la borsa di studio e la medaglia Banister Fletcher nel 1906) che alla Royal Academy, un contatto personale gli permise presto di trasferirsi a lavorare in Italia. Il lasso di tempo non era l’ideale per Pinsent. Era appena partito prima dei 30 anni quando scoppiò la prima guerra mondiale. Ma raccolse come clienti lo storico dell’arte Bernard Berenson e sua moglie, e il loro amico Geoffrey Scott, teorico dell’architettura e autore di The Architecture of Humanism, divenne per un certo periodo partner di pratica di Pinsent. Negli anni ’20, nell’immediato dopoguerra, i progetti si moltiplicarono. Pinsent era al centro di una fitta rete di anglo-fiorentini, molti dei quali avevano acquisito ville sulle alture intorno a Settignano e Fiesole. Di conseguenza, allo stesso tempo, ci fu un’ondata di interesse popolare per il giardino paesaggistico, influenzato dall’indagine di Geoffrey Jellicoe, pubblicata nel 1925 come Italian Gardens of the Renaissance. Solo due anni prima, Jellicoe, come racconta Clarke, aveva trascorso una giornata con Pinsent mostrandogli Settignano, San Domenico e le località intorno a Fiesole.
RIDIVENTARE NATURA
Il giardino ideale è quello che non hai ancora messo in ordine
C’è una frase di Costantin Noica che pone il giardino di fronte alla sua stessa cattiva fede: *lasciare alla natura il diritto di ridiventare natura*. Non si tratta di “lasciarla in pace”, gesto ancora troppo comodo, quasi un’astensione con cui l’uomo si dispensa dal proprio compito — ma di restituirle un diritto che le è stato tolto, e che noi soli, per la nostra pretesa di padronanza, avevamo il potere di toglierle. Ogni volta che tagliamo una siepe in forma geometrica, che tracciamo un vialetto rettilineo, che eleggiamo una specie perché “si comporta bene” e ne condanniamo un’altra come “invasiva”, esercitiamo un atto di violenza tranquilla: fermiamo un processo, lo trattiamo come cosa, gli togliamo la possibilità di essere altro da ciò che abbiamo deciso che sia. Non distruggiamo la natura — la riduciamo a *in-sé*, a oggetto pieno e compatto, privo della fessura per cui qualcosa possa ancora accadere.Noica pensa il reale come tensione a essere, un divenire che ci precede e ci eccede, che non attende la nostra sanzione per esistere. Intervenire sulla natura non è, in sé, una colpa: è persino inevitabile, spesso bellissimo. La colpa comincia quando l’uomo si mente, quando crede che la forma da lui imposta sia la forma vera e definitiva del giardino — quando scambia un atto della propria libertà per una necessità delle cose. È qui che il pensiero di Noica incrocia la pratica del giardino spontaneo, e in particolare la lezione di Gilles Clément: il giardiniere cessa di essere colui che disegna una forma e la difende contro il tempo che tenta di riprendersela, per farsi testimone di un processo che già lo precedeva e che continuerà senza chiedergli permesso. Il “giardino in movimento” di Clément — dove le piante si riseminano da sole, dove il caso ha tanto diritto di parola quanto il progetto — è la traduzione orticola esatta di ciò che Noica esige dalla filosofia: che l’uomo rinunci a una parte della propria volontà di fissare, per lasciare che il mondo continui a scriversi senza di lui.
FONDAZIONE NICOLA DEL ROSCIO
ORTO BOTANICO DI GAETA
L’orto Botanico è stato fondato nel 1985 su di un terreno abbandonato e degradato, in località Monte Orlando, composto di 13 terrazze degradanti verso il Golfo di Gaeta esteso per circa 2 ettari. Consiste principalmente di specie botaniche tropicali e sub-tropicali, molte delle quali rare ed in via di estinzione nei paesi di origine. La particolarità della collezione è basata su 150 specie diverse di palme, provenienti da semi raccolti durante viaggi di lavoro o di piacere nei diversi continenti. Il giardino è iniziato come ricerca sperimentale per l’ acclimatazione delle palme. Si tratta di un giardino con un equilibrio molto delicato per la rarità delle specie e la conformazione a terrazze del terreno. La sperimentazione continua a tutt’oggi. La Fondazione finanzia il mantenimento e il miglioramento dell’orto botanico a partire dal 2012. Nella primavera 2015 è stato aperto, in collaborazione con il FAI, per 2 giorni ad un pubblico limitato agli iscritti FAI e nel maggio 2015 alcune scuole hanno visitato il giardino. Nel futuro l’orto botanico sarà aperto ad un pubblico molto limitato, nel periodo primaverile , a causa della particolarità del sito. Nella primavera del 2015 vari articoli di giornali sono stati pubblicati in occasione delle 2 giornate di visita del FAI, con intervista telegiornale sul terzo canale della televisione pubblica. Nel marzo 2015 il New York Times ha dedicato 8 pagine sulla storia del proprietario e sul giardino. La fondazione NDR è in procinto di stampare un libro con note, notizie storiche, informazioni botaniche, suggerimenti ed esperienze. L’orto Botanico è mantenuto senza ricorrere a disinfettanti o concimazioni chimiche. Si tratta di un terreno espropriato dal Comune dopo demolizione di manufatti abusivi e di un gran bel panorama sul Golfo. Il restauro ambientale è iniziato nel 2014, prendendo in affitto dal Comune per 6000 euro l’anno il terreno e consiste nella rimozione detriti edilizi, tondini di ferro, immondizie varie, ripristino canalizzazione delle acque piovane e delle mura dei terrazzamenti. Sono già stati piantati circa 800 cespugli di piante diverse, soprattutto melliflue per api, uccelli, farfalle, etc. L’rrigazione iniziale delle piante è fatto grazie alla raccolta di acqua piovana in contenitori di zinco. Alla scadenza del nono anno, nel 2024, la Fondazione Nicola Del Roscio restituirà al Comune di Gaeta il terreno restaurato dal punto di vista paesaggistico e con le piante per l’educazione ecologica e il godimento della popolazione di Gaeta.
Barbican Centre Conservatory
Un’oasi tropicale nascosta nel cuore del brutalismo londinese
Nel cuore della City di Londra, il Conservatory del Barbican Centre è un unicum dove architettura brutalista e vegetazione esotica dialogano con naturalezza. Nato nei primi anni ’80 come parte integrante del complesso culturale, è oggi una grande serra-giardino che avvolge passerelle e pilastri in cemento con fronde lucide, liane e chiome tropicali. L’esperienza è verticale: si osservano chiome e palme dall’alto, si scende tra vasche d’acqua con carpe koi, si percorrono corridoi inondati di luce diffusa. Il microclima temperato–umido consente la coltivazione di specie tropicali e subtropicali che a Londra, all’aperto, non sopravviverebbero. Il risultato è un paesaggio verde stratificato: felci arborescenti e ficus che accentuano l’altezza della serra, rampicanti che ammorbidiscono le geometrie, palme da sottobosco che colonizzano gli interstizi, collezioni di cactus e succulente in contrasto con gli ambienti ombrosi. Per chi ama la botanica, è un laboratorio di adattamento: substrati ben drenati per le xerofite, irrigazione e nebulizzazione per gli epifiti, gestione della luce filtrata e del ricambio d’aria per ridurre stress e patologie.
ALAIN DE BOTTON
Architecture and Happiness
Un campo, da qualche parte, appena fuori città. Per milioni di anni è rimasto a dormire sotto una coltre di ghiaccio. Poi arrivò un gruppo di individui dalle mascelle pronunciate, accese fuochi e, su un piedistallo di pietra, sacrificò un animale a divinità sconosciute. Passarono i millenni. Fu inventato l’aratro, qualcuno vi seminò grano e orzo. Il campo appartenne ai monaci, poi al re, quindi a un mercante e infine a un contadino che ricevette un generoso compenso dallo Stato per cederlo a una variopinta processione di ranuncoli, margherite e trifoglio rosso. Questo campo ha avuto una vita intensa. Durante la guerra, un bombardiere tedesco, fuori rotta, lo sorvolò. Bambini, stanchi di lunghi viaggi in auto, si fermavano ai suoi margini per rimettere lo stomaco. Al calar della sera, qualcuno si sdraiava sull’erba a domandarsi se le luci nel cielo fossero stelle o satelliti. Ornitologi lo percorsero in lungo e in largo con calzini color sabbia, alla ricerca di famiglie di tordi bottaccio. Durante un viaggio in bicicletta attraverso le isole britanniche, due coppie norvegesi montarono le tende per passarvi la notte e, sotto la tela, cantarono Anne Knutsdotter e Mellom Bakkar og Berg. Le volpi osservavano curiose, i topi iniziavano timide esplorazioni. I lombrichi, invece, non lasciavano le loro gallerie.
VILLA PUCCI A GRANAIOLO
CONTEMPORARY GARDENS
Granaiolo, Castelfiorentino. Un prato, una casa toscana, un bosco, e tra loro le linee dei cordoli. Il giardino di Villa Pucci fu ripensato da Gae Aulenti alla fine degli anni Sessanta, al posto del giardino all’italiana ormai scomparso. L’ho visitato in una mattina di maggio, con il sole che si spegneva e riappariva tra le nuvole. Il verde del prato e le tonalità più scure del bosco erano perfetti, luminosi: la primavera piovosa aveva esaltato la ricchezza cromatica del luogo. Lo conoscevo dalle pubblicazioni, ma, come ricorda spesso Ippolito Pizzetti, per capire davvero un giardino, per sentirne il significato e la poetica, bisogna vederlo, visitarlo, attraversarlo. La comprensione arriva per gradi: lo spazio si muove al proprio interno e si espande, aprendo nuove prospettive a ogni passo. Fasce parallele di linee convergenti conducono verso il bosco; angoli retti, bruschi scarti e cambi di direzione rinnovano di continuo i punti di fuga. Attorno alla casa, i piani orizzontali digradanti, sottolineati da cordoli (un irrigidimento delle curve di livello che diventano linea), creano un effetto di espansione, quasi sonora, che dalla casa si propaga fino allo sfondo verde del bosco. Guardando dal bosco, invece, la frammentazione dello spazio in piani successivi accompagna la salita e lega i volumi. Ci si trova immersi in un’atmosfera metatemporale, fuori da ogni collocazione cronologica, in uno spazio infinito pur chiuso da filari di alberi.
VAL D’ORCIA
Itinerari Naturalistici | Patrimonio Unesco
La Val d’Orcia è una delle aree più suggestive della Toscana, celebre per i suoi paesaggi armoniosi e incontaminati che sembrano usciti da un dipinto rinascimentale. Situata a sud di Siena, prende il nome dal fiume Orcia che la attraversa, modellando dolci colline punteggiate da cipressi, borghi medievali, vigneti e campi coltivati che mutano colore con il passare delle stagioni. Questo territorio, profondamente legato alla tradizione agricola e pastorale, ha saputo mantenere nei secoli un equilibrio raro tra uomo e natura. Fin dal Medioevo, la Val d’Orcia fu attraversata dalla Via Francigena, la grande via di pellegrinaggio che collegava il Nord Europa a Roma, contribuendo allo sviluppo culturale ed economico dei centri abitati della zona, come Pienza, Montalcino, San Quirico d’Orcia e Castiglione d’Orcia. Pienza, in particolare, è un esempio straordinario di città ideale rinascimentale, voluta da Papa Pio II e progettata da Bernardo Rossellino. Oggi la Val d’Orcia è riconosciuta come patrimonio mondiale dell’umanità dall’UNESCO per la sua bellezza paesaggistica e il valore storico del suo assetto rurale. È un luogo che incarna l’armonia tra natura, arte e cultura, amato da artisti, fotografi e viaggiatori di tutto il mondo per la sua atmosfera senza tempo e la sua capacità di suscitare un senso profondo di pace e meraviglia.
L’ALBERO DI KAPOK
ustode silenzioso della vita: il kapok e il respiro profondo dell’Amazzonia
L’albero di kapok (Ceiba pentandra), uno dei più imponenti giganti vegetali della foresta amazzonica, svetta maestoso sopra il tetto della giungla con il suo tronco diritto e liscio, che può raggiungere anche i 70 metri di altezza. Appartenente alla famiglia delle Malvaceae, questo albero è una specie emergente, cioè in grado di superare la volta forestale per catturare direttamente la luce solare, risorsa rara e preziosa nelle fitte profondità della foresta pluviale. La sua morfologia è inconfondibile: enormi radici tabulari si irradiano dalla base del tronco, simili a contrafforti architettonici che lo stabilizzano su suoli spesso poveri e instabili, tipici dell’Amazzonia. Botanicamente, la Ceiba pentandra è una pianta decidua con foglie palmate, costituite da 5 a 9 lobi, che cadono durante la stagione secca. I suoi fiori, di colore bianco o giallo pallido, si aprono al crepuscolo e sono impollinati principalmente da pipistrelli, fondamentali per la riproduzione di molte piante tropicali. Dai fiori si sviluppano frutti allungati che, una volta maturi, rilasciano numerosi semi avvolti in una fibra lanosa e setosa: il kapok, un materiale estremamente leggero e idrorepellente, usato in passato per l’imbottitura di giubbotti salvagente, cuscini e materassi, oggi talvolta sostituito da fibre sintetiche.
IL LINGUAGGIO CHIMICO DELLE PIANTE: SEGNALI A NOI SCONOSCIUTI
Dagli esperimenti di Cleve Backster alle intuizioni scientifiche di Stefano Mancuso, la complessità sensoriale delle piante e il loro ruolo negli ecosistemi
Nel 1966 Cleve Backster, esperto di poligrafi, collegò gli elettrodi di una “macchina della verità” alle foglie di una pianta ornamentale per osservare le variazioni di conducibilità elettrica associate all’irrigazione. L’esperimento, nato quasi per gioco, fu interpretato dallo stesso Backster come indicativo di una forma di reattività complessa: la pianta sembrava modificare il tracciato non solo in risposta a stimoli fisici, ma anche in relazione a intenzioni umane. Questa interpretazione, che egli definì “percezione primaria”, ebbe ampia risonanza culturale, anche grazie alla diffusione del volume The Secret Life of Plants, contribuendo a radicare l’idea di una sensibilità latente del mondo vegetale. Dal punto di vista sperimentale, tuttavia, gli studi di Backster non hanno mai soddisfatto i criteri di riproducibilità e controllo richiesti dalla ricerca scientifica. Le variazioni registrate dal poligrafo possono essere ricondotte a fluttuazioni della conducibilità elettrica dovute a fattori ambientali, alla fisiologia dei tessuti vegetali o a interferenze strumentali. La risposta elettrica delle piante è infatti un fenomeno reale e ben documentato, ma va interpretato all’interno della loro fisiologia: variazioni del potenziale di membrana, segnali elettrochimici e trasporto ionico sono processi fondamentali nella regolazione delle risposte agli stimoli.