“La storia dei giardini è molto lontana dall’essere stata
completamente scritta. Rimangono ancora secoli oscuri e, come succede
ad esempio per l’architettura, che è un’arte così vicina all’arte
dei giardini, non si arriva sempre a riconoscervi con certezza
filiazioni e influenze”

Pierre Grimal, 1974

Il paesaggio e i suoi molteplici significati

Ines Romitti

Il paesaggio è qualcosa di complesso, esso nasce prima di tutto nella mente del soggetto, si forma attraverso la visione di quell’insieme di oggetti e di vedute che si alternano sul territorio. Paesaggio è l’alternarsi di beni culturali (chiese, monasteri, castelli, centri storici ecc…) con bellezze naturali (vedute di montagne, mare, foreste, fiumi ecc…). Paesaggio è anche l’insieme di tutte le tradizioni di un popolo o di una città (feste popolari, modo di vivere ecc…). Quando ci si riferisce al paesaggio in generale bisogna fare riferimento a tutti questi elementi importanti e caratterizzanti.

Il paesaggio è come un grande quadro e per vederlo e capirlo bisogna far uso dei cinque sensi del corpo umano: la “vista”, “l’olfatto”, “ l’udito”, “il gusto” e “il tatto” .

La vista è senza dubbio il senso principale per capire il paesaggio. Vedere è conoscenza. Vedere significa penetrare nell’oggetto, in questo caso nel paesaggio, e relazionarlo con noi stessi. La vista non può fare a meno della luce capace di disegnare atmosfere particolare. Nel paesaggio la luce da vita a colori e forme che acquistano un diverso significato, dal misterioso, al sognante, al paradisiaco: il grigiore di un temporale in arrivo che fa da sfondo a un borgo medievale o a un castello diroccato ancora rischiarati dagli ultimi raggi del sole, un tramonto goduto dall’alta montagna, una splendida veduta sul mare in una bellissima giornata di sole. L’olfatto o odorato ci fa sentire i profumi del paesaggio, profumi che vengono dai campi, dalla terra, dagli alberi da frutta, dalle siepi.

L’udito ci avvicina ai canti popolari ma anche al canto degli uccelli, alle acque in caduta di una cascata o di un ruscello, al rumore delle onde del mare, al suono del vento;

Il tatto ci fa sentire la maestosità di un tronco di quercia o di ulivo ma anche la pietra di un’antica costruzione immersa nel verde;

Il gusto ci fa assaporare i frutti che nascono nel paesaggio e quei prodotti tipici che hanno evidenziato per secoli le usanze e i costumi di un popolo.

L’olfatto ci fa sentire i tanti odori degli alberi e tantissimi profumi dell’erba dei campi, delle erbe aromatiche, dei frutti e dei fiori.

L’immagine del paesaggio italiano intesa come “quadro naturale” fu una intuizione bellissima di Benedetto Croce, che si fece promotore della prima importane legge “per la tutela delle bellezze naturali e degli immobili di particolare interesse storico”, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale il 21 giugno 1922. Secondo Croce, era l’osservatore colui che riconosceva un valore qualitativo nel “godimento” del paesaggio, valore che doveva essere tutelato e conservato nel tempo.

Ecco cosa scrive Croce:

“Certo il sentimento, tutto moderno, che si impadronisce di noi allo spettacolo di acque precipitanti nell’abisso, di cime nevose, di foreste secolari, di riviere sonanti, di orizzonti infiniti deriva della stessa sorgente, da cui fluisce la gioia che ci pervade alla contemplazione di un quadro dagli armonici colori, all’audizione di una melodia ispirata, alla lettura di un libro fiorito d’immagini e di pensieri. E se dalla civiltà moderna si sentì il bisogno di difendere, per il bene di tutti, il quadro, la musica, il libro, non si comprende, perché sia si tardato tanto a impedire che siano distrutte o, manomesse le bellezze della natura, che danno all’uomo entusiasmi spirituali così puri e sono in realtà ispiratrici di opere eccelse. Non è da ora, del resto, che si rilevò essere le concezioni dell’uomo il prodotto, oltre che delle condizioni sociali del momento storico, in cui egli è nato, del mondo stesso che lo circonda, della natura lieta o triste in cui vive, del clima, del cielo, dell’atmosfera in cui si muove e respira.”

Per Croce il paesaggio era l’identità spirituale di una comunità, e distruggerlo o degradarlo significava disruggere lo stesso spirito di quella comunità, portando i membri stessi a perdere totalmente il rapporto con i propri luoghi, sradicandone le radici storiche e culturali.

Il paesaggio culturale italiano come luogo di ispirazione e di arte

Quando si parla di paesaggio culturale italiano si deve guardare a un brand Made in Italy di altissimo livello che custodisce siti UNESCO e luoghi di inestimabile valore storico-culturale unici al mondo. Il paesaggio culturale italiano è sempre stato luogo di ispirazione, ha generato emozioni nei viaggiatori e negli artisti, è stato studiato e contemplato da botanici e da naturalisti. E’ un tesoro in grado di produrre reddito e creare posti di lavoro. Il paesaggio culturale italiano è un insieme di meraviglie che vanno dalle opere d’arte, alle chiese, ai castelli, alle rovine di età classica, fino alle vedute mediterranee e nelle tradizioni… tutto questo crea una incredibile sentimento di ammirazione e di fascino. L’emozione è la grande protagonista del nostro paesaggio italiano.

IL GIARDINO ALL'ITALIANA

Il Rinascimento italiano ispirò una rivoluzione anche nel giardinaggio. I giardini rinascimentali erano ricchi di scene tratte dalla mitologia e da allegorie. In particolare in questo periodo divenne importante l’uso dell’acqua, come simbolo di fertilità ed abbondanza della natura. A partire da XIV secolo l’economia europea raggiunge una fase mercantile piuttosto avanzata, in cui sono le dinamiche commerciali europee a prevalere e il mediterraneo perde la sua centralità. L’Italia, grazie agli scambi culturali ed economici, si arricchisce non solo finanziariamente ma anche culturalmente ed artisticamente. L’Umanesimo e il Rinascimento sono infatti tipici ed esclusivi dell’Italia, al contrario di altri movimenti, come il Manierismo, il Barocco, il Neoclassicismo ecc. che coinvolgono in maniera più o meno omogenea l’intera Europa.

Il concetto di “bellezza” durante il periodo rinascimentale, non era più legato alla particolarità dell’ornamento (caratteristica del Gotico ad esempio), ma dall’armonia delle parti fra loro e la relazione con il tutto. Si concepisce dunque un sistema che secoli dopo verrà chiamato “struttura”. Il giardino rinascimentale prende a modello filosofico il Neoplatonismo e il concetto vitruviano dell’Eurythmia, alla cui base è posto l’uomo che è il sistema di riferimento d’ogni cosa. Le proporzioni fisiche del corpo umano contengono -secondo i rinascimentali- numeri e forme di riferimento validi per creare la bellezza. La più compiuta espressione di tali idee si ha nell’opera di Leon Battista Alberti, De re aedificatoria, scritto nel 1452 e pubblicato nel 1485. Le indicazioni fornite da Alberti per la ricerca del sito appropriato per la costruzione di una villa con giardino, ci fanno capire quanto ricchi e potenti fossero i committenti. Non si ricercava più un riparo per persone, armenti e orti, ma si collocavano le ville in posizione dominante rispetto al borgo e ai paesi: una chiara affermazione di potere. Anche l’acqua veniva deviata prima alle ville e poi alla città, che doveva essere sottomessa al potere dei signori. Si prediligono quindi luoghi soprelevati, aperti sulle colline o sul mare, con ai piedi la distesa dei borghi. La prospettiva necessariamente si estende al paesaggio circostante, nascono le cosiddette “visuali a campo lungo”. Edifici, e tutti gli elementi architettonici in genere, devono fondersi con la vegetazione e con il paesaggio circostante. I confini del giardino, pur visibili, fungono da quinta scenica per il paesaggio circostante.

IL GIARDINO MEDIEVALE

È sorprendente quanta parte dell’arte dei giardini sia stata perduta durante il periodo medievale in Occidente. È chiaramente da imputarsi alle invasioni barbariche la perdita della ricchezza e delle conoscenze che fino all’acme dell’Impero romano avevano reso i giardini fonte di delizie e di stupore. La lingua latina teneva insieme il coacervo di popolazione scese in Europa, e veniva comunque considerata la lingua del sapere e della conoscenza. I libri sui giardini o sull’agricoltura sono sempre scritti in latino. Dopo la Caduta dell’Impero d’Occidente (476 d.C.) la vita si fece rurale, basata su un’economia di sussistenza. La sicurezza era sempre più legata alla possibilità di vivere in luoghi fortificati. È soprattutto nei conventi monastici occidentali che si riallaccia il filo della storia dei giardini, sfilacciatosi durante le invasioni barbariche. In oriente si tendeva infatti all’eremitaggio, ed era difficile che si sviluppasse una regolare cura dei giardini. In Occidente, al contrario, i monaci si aggregano in fortilizi protetti, adibiti al culto, alla produzione di cibo e alla salvaguardia della cultura.

Non avendo altri modelli a cui riferirsi, i monaci attingono per la costruzione di chiostri a quello romano o tardo-romano. Usando un colonnato a portici, desunto dai parchi persiani, e per tal motivo chiamato “paradiso” , chiudono uno spazio a pianta quadra o rettangolare, entro cui coltivare piante per uso medicinale ed erboristico. I quattro angoli ai lati erano separati tramite divisioni curve, e vi si coltivavano i fiori per l’altare, tra questi soprattutto gigli[27]. Molto spesso, secondo il canone romano, l’intero giardino era perimetrato da basse siepi di bosso. Al centro del giardino vi era una fontana, simbolo di fertilità e omaggio alla purezza della Madonna, e l’intero giardino, o hortus conclusus era diviso in quattro quadranti da due assi perpendicolari, secondo il modello già visto nei “paradisi” persiani. Questo schema fu indicativo per molto tempo a venire, tanto che Bacone lo esaltò per la creazione dei giardini inglesi della sua epoca, alla fine dell’Età elisabettiana. Non solo, ma l’idea del giardino medievale, chiuso, fu ispiratrice dello stile dei giardini Arts&Crafts, come ben si può evincere dall’opera di pittori preraffaeliti come John William Waterhouse.

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