«Non esiste nessuna tecnologia, neppure la più sofisticata, che raggiunga la complessità e la perfezione degli alberi.»

Francis Hallé
«Il giardino è il luogo in cui l’uomo e la natura si incontrano per non farsi del male.»

Gilles Clément
«Chi sa ascoltare un giardino, impara a riconoscere il ritmo segreto delle cose.»

Hermann Hesse
«Un giardino non è mai finito: è un dialogo continuo tra chi lo cura e il tempo.»

Vita Sackville-West
«Disegnare un giardino significa dare forma alla natura senza tradirla.»

André Le Nôtre

Alberi gli ultimi baluardi prima del deserto Ogni volta che passa una perturbazione, le città italiane si riempiono di storie identiche: un albero cade, qualcuno potrebbe farsi male, partono le ordinanze di abbattimento "urgente", gli assessori all'ambiente chiudono i ranghi con perizie catastrofiste, i cittadini sensibili protestano, e tutto finisce con un taglio che avrebbe potuto essere una potatura, una riduzione della chioma, un piano di monitoraggio. Poi un anno dopo piantano un albero nuovo, piccolissimo, con il supporto municipale e la foto di rito con il sindaco. Ventanni dopo, se tutto va bene, quel piccolo albero potrebbe diventare quello che abbiamo appena tagliato. Non è un ciclo di gestione naturale. È un circolo vizioso. E per capirlo, basta cambiare il nostro orizzonte temporale.

Il tempo degli amministratori contro il tempo della natura

Le scadenze amministrative hanno una logica ben precisa. Nel breve termine, da zero a quattro anni, conta una sola cosa: evitare rischi legali. Tagliare l'albero è il modo più semplice e veloce per farlo. Nel medio termine, dai quattro agli otto anni, la priorità cambia: vincere le elezioni. Piantare nuovi alberi fa bella figura nei comunicati stampa, attira i voti dei cittadini attenti al verde. Nel lungo termine, dai venti ai cento anni, nessuno ne parla. Nessuno se ne responsabilizza.

Un albero maturo – che sia un pino, una quercia o un platano – è un'infrastruttura vivente che ha impiegato 60, 80, 100 anni per diventare ciò che è. Non è replicabile in una stagione elettorale. Non risponde ai tempi della politica, ma ai tempi della biologia. E qui arriviamo al vero problema: non stiamo valutando il costo-beneficio, ma solo il costo di una potenziale causa legale. È una riduzione del problema che abbiamo pagato molto caro.

I numeri che nessuno racconta

Nel 2024, in Italia, ci sono stati 3.030 morti per incidenti stradali. Nel medesimo anno, 23 persone sono morte in incidenti con monopattini elettrici. Negli Stati Uniti, i dati dicono che tra il 1995 e il 2007 gli alberi abbattuti da forti venti hanno causato circa 400 morti in 12 anni – una media di 33 all'anno in una nazione di 330 milioni di abitanti.

Per mettere i numeri in prospettiva: lo stesso numero di italiani (33 persone) muore ogni 3-4 giorni per incidenti stradali. Non accade niente. Nessuno ordina l'abbattimento del sistema stradale urbano. Eppure gli alberi vengono abbattuti uno per uno, per probabilità statistiche che sarebbero risibili se confrontate con altri rischi della città.

Ma c'è molto di più dietro questi numeri. Uno studio del Politecnico federale di Zurigo condotto su 6 milioni di abitanti ha dimostrato qualcosa di fondamentale: le persone che vivono in quartieri con ampie superfici alberate hanno un rischio di mortalità significativamente più basso di quelle in zone senza alberi. Un aumento del 5% della copertura arborea urbana comporterebbe l'evitare circa 5mila morti premature l'anno in Europa a causa dell'inquinamento atmosferico. In altre parole, gli alberi urbani nel 2019 hanno già salvato circa 24.800 persone dal morire prematuramente.

Stiamo parlando di un albero che potrebbe uccidere una persona ogni 30-50 anni di vita – nel migliore dei casi per chi vuol spaventarsi – contro alberi urbani che salvano decine di migliaia di vite ogni anno semplicemente riducendo l'inquinamento atmosferico. Non è un bilancio complicato da fare. È osceno.

Il denaro dietro ogni capitozza

Diciamolo chiaramente: ci sono troppi incentivi economici nell'abbattere alberi, piuttosto che mantenerli vivi. E non è una teoria, è economia pura.

Le imprese di potatura e abbattimento, innanzitutto: ogni albero tagliato è un lavoro, una fattura, un profitto. Se gestissi una ditta di potatura, cosa mi conviene? Proporre una perizia che dice "potatura con riduzione della chioma e monitoraggio semestrale" oppure una che dice "classe D, abbattimento urgente"? La risposta è ovvia.

I comuni hanno i loro incentivi. Piantare un albero nuovo significa accedere a fondi europei dal PNRR, significa appalti pubblici, significa visibilità mediatica. Mantenere gli alberi vecchi è pura spesa corrente che non premia nessuno elettoralmente, che non attrae fondi speciali, che non fa titoli sui giornali locali.

Gli agronomi – non tutti, alcuni – dipendono dalle ordinanze di abbattimento. Se uno agronomo locale ha costruito la sua reputazione professionale su perizie conservatrici, su diagnosi prudenti di alberi pericolosi, cambiare idea significa perdere i clienti che lo cercano proprio per questo. È un disincentivo silenzioso ma efficace.

Le assicurazioni preferiscono chiaramente uno scenario dove il Comune ha documentato il rischio e agito. Responsabilità zero. Se il Comune non taglia e succede qualcosa, la causa è dietro l'angolo. Il sistema incentiva l'abbattimento come protezione legale.

Nessuno è cattivo. Nessuno sveglia la mattina dicendo "oggi farò un male al pianeta". Ma il sistema – la convergenza di questi incentivi economici – crea una vera spinta verso l'abbattimento, indipendentemente dall'evidenza tecnica. È economia, non malafede. È ancora peggio, perché è prevedibile e strutturale.

Come dovrebbe essere una vera gestione

Una visione di lungo termine cambierebbe completamente il paradigma. Innanzitutto, bisognerebbe passare dalla perizia puntuale al monitoraggio continuo. Anziché una perizia ogni volta che un albero attira attenzione – spesso perché visibilmente malato – bisognerebbe inventariare tutti gli alberi urbani, classificarli per età e condizione, monitorarli ogni 18-24 mesi. Alcuni comuni europei lo fanno già, usando database del patrimonio arboreo aggiornati in tempo reale. Il costo iniziale è alto, certo, ma permette di identificare i problemi quando sono ancora gestibili, non quando è necessario abbattere. Non è una soluzione veloce, ma è una soluzione.

Poi c'è la questione della potatura. La maggior parte dei crolli arborei deriva da potature fatte male negli anni precedenti, o dal non farle affatto. Un albero con una struttura ben equilibrata, rami morti rimossi periodicamente e chioma ben formata è statisticamente molto più stabile. Questo significa pianificare interventi di manutenzione continua, non aspettare la crisi. È la differenza tra la medicina preventiva e il pronto soccorso.

Anziché il "taglia e pianta" – un ciclo che ci fa perdere 50-80 anni di benefici ecologici – per molti alberi la soluzione vera è il ringiovanimento: potature severe ma strategiche che riducono il rischio strutturale mantenendo l'individuo biologico vivo. Un albero potuto radicalmente a 60 anni può ancora vivere altri 60. Non è una novità, è pratica colturale consolidata che viene ignorata per pigrizia amministrativa.

E infine, un cambio culturale vero: smettere di vedere gli alberi come "cose in custodia" per cui il proprietario è responsabile se causano danno secondo l'articolo 2051 del Codice Civile, e iniziare a vederli come infrastrutture pubbliche critiche per la salute, esattamente come le fogne o le strade. Con questa logica, il monitoraggio e la manutenzione diventano obblighi pubblici non negoziabili – come lo sono oggi per i ponti – non opzioni condizionate dal rischio.

La scommessa del breve termine

Quello che stiamo facendo è fondamentalmente una scommessa sui prossimi 20 anni contro i prossimi 100. Se continuiamo a tagliare ogni albero di 60-70 anni che sviluppa qualche problema strutturale – affatto raro in quella fascia d'età – la città del futuro sarà sistematicamente compromessa.

Sarà più calda: gli alberi maturi forniscono ombra e controllo climatico di cui gli alberi giovani sono incapaci per decenni. Sarà più inquinata: la capacità di filtro dell'aria di un albero cresce con il suo raggio di chioma, e non è lineare. Un albero di 80 anni rimuove 50 volte più PM2.5 di uno di 10 anni. Sarà meno resiliente: la diversità biologica richiede varietà di età e dimensioni. Se tagliamo tutti gli alberi grandi, perdiamo gli ecosistemi complessi che ospitano decine di specie diverse. Sarà meno salubre: meno alberi significano più persone che muoiono di inquinamento e caldo. I numeri sono chiari, documentati, inequivocabili.

E avrà fatto tutto questo per evitare un numero di morti da caduta di alberi che è statisticamente insignificante. È come demolire una casa per evitare un chiodo che potrebbe cadere dal soffitto.

Quello che le amministrazioni dovrebbero fare

Prima di tutto, inventariare il patrimonio arboreo reale – non quello che esiste su carta negli uffici comunali. Quanti alberi ha davvero Firenze, Roma, Milano? Qual è l'età media? Qual è la condizione reale? Nessuno lo sa con precisione. Senza dati, non c'è pianificazione possibile.

Secondo, separarsi dai consulenti in conflitto di interesse. Una perizia di rischio arboreo dovrebbe essere fatta da professionisti pubblici e indipendenti, non da ditte private che traggono beneficio economico dall'abbattimento. È il principio base della valutazione del rischio in qualsiasi campo, dalla medicina all'ingegneria. Non è rivoluzionario.

Terzo, adottare protocolli internazionali di gestione – come lo Standard di Valutazione del Rischio degli Alberi europeo – che distinguono chiaramente tra rischio reale e "abbattere per sicurezza amministrativa". Questi protocolli esistono, sono scientificamente robusti, sono già usati in mezza Europa.

Quarto, pianificare a 80 anni, non a 4. Se un albero sano ha davanti ancora 40-50 anni di vita, quella è un'infrastruttura che pagherà dividendi per generazioni. Vale decisamente l'investimento in manutenzione, in potatura programmata, in monitoraggio.

E infine, responsabilizzare il lungo termine. Se il sindaco di oggi abbatte 200 alberi maturi sapendo che fra 80 anni la città sarà più calda, più inquinata e meno vivibile, dovrebbe esserne consapevole. Non è una decisione tecnica, è una scelta etica. È il momento di dirlo esplicitamente.

Un albero non ha fretta

Un albero di cento anni non sa nulla della nostra ansia amministrativa. Sta lì da quando il bisnonno del sindaco di oggi era bambino. Ha sopportato due guerre, tre crisi climatiche, i cambiamenti dei proprietari, le mode urbanistiche che passavano e scomparivano. Ha visto gente nascere e morire sotto i suoi rami. Si è dimenticato cosa significa non essere secco d'estate o inchiodato dal gelo d'inverno. Ha dimenticato il significato della fretta.

Quando decidiamo di tagliarlo per una probabilità statistica irrisoria di danno, diciamo al nostro prossimo decennio: "I vostri alberi sono meno importanti del nostro comfort amministrativo". E alle generazioni dopo il prossimo: "Scusate, avremmo potuto aspettare, ma era complicato".

La natura paziente sa aspettare. Noi no. E sta iniziando a costare più di quanto immaginiamo.

Chi scrive è  convinto che le scartoffie amministrative hanno il loro peso, ma non dovrebbero pesare più della biologia. E che le nuove generazioni meritano una città dove gli alberi sono ancora grandi, non bonsai piantati l'anno scorso. Hanno tempo per aspettare che crescano. Noi no. Tocca a noi non farli aspettare troppo.

Alessio Guarino
Come le nostre scorciatoie amministrative stanno costruendo il deserto – e perché continuiamo a tagliare ciò che ci salva la vita
Adattamento e biodiversità costiera sull’isola di Iriomote, nel sud del Giappone

IL RESPIRO DELLE MANGROVIE

Sull’isola di Iriomote, nella fascia subtropicale di Okinawa, le mangrovie formano una soglia vivente tra fiume e mare, un paesaggio in cui la terra sembra ancora in fase di negoziazione con l’acqua. Le maree modellano il ritmo della foresta: quando si ritirano, rivelano un reticolo di radici arcuate che emergono dal fango come architetture organiche, superfici porose dove il sale si deposita in cristalli minuti e la luce si frantuma in riflessi metallici.

In questo ambiente anfibio la vegetazione non cresce contro le condizioni, ma insieme ad esse. Le foglie coriacee trattengono l’acqua dolce, i tessuti filtrano il sale, e i propaguli pendono dai rami come strumenti pronti a essere affidati alla corrente. L’intero sistema vegetale appare come un meframe di adattamenti: un modo di abitare l’instabilità trasformandola in struttura. Le radici, fitte e intrecciate, trattengono sedimenti e materia organica, costruendo lentamente suolo dove prima vi era soltanto moto.

La foresta di mangrovie svolge un ruolo silenzioso ma decisivo per le coste dell’arcipelago. Attenua l’energia delle onde, stabilizza i litorali e offre riparo a innumerevoli forme di vita nelle loro fasi più vulnerabili. Nei canali salmastri si sviluppano comunità biologiche che alimentano il mare aperto; ciò che qui cresce, filtra e si deposita sostiene cicli ecologici più ampi, ben oltre i confini dell’isola.

La percezione complessiva è quella di una cattedrale senza pietra, definita da ombre mobili e da un verde saturo che sembra assorbire il suono. L’aria umida porta un odore vegetale e minerale insieme, mentre la luce, riflessa dall’acqua bassa, trasforma il paesaggio in una trama di chiaroscuri. In queste foreste costiere del sud del Giappone, la bellezza non risiede soltanto nelle forme contorte o nei giochi di riflessi, ma nella funzione stessa del luogo: rendere abitabile il confine, convertire l’oscillazione delle maree in continuità di vita.

I Miti e i Simboli delle Piante presso i Greci ed i Romani

di Reivas dell’Ibis
 
Una gran parte delle cognizioni fisiche e filosofiche degli antichi, per non dire la maggiore, pervenne fino a noi alterata dalle tradizioni ed ottenebrata o velata dai simboli e dai miti. L’incertezza e la moltiplicità di questi e di quelli, la costoro trasformazione e ‘l susseguente polimorfismo presso le diverse nazioni, hanno tolto alle sopravvegnenti razze, di conoscere ed apprezzare debitamente quel grado di coltura e dottrina, al quale attinsero alcuni dei popoli più famigerati della storia antica.
Molti uomini profondi per vasta dottrina, hanno in diversi tempi procacciato, consacrandovi ogni loro studio, di decifrare e chiarire quei germi di sapienza, che sotto il velame dei miti e dei simboli, ci aveano i nostri maggiori tramandato. Queste indagini e questi studj continuati da molti, coi progressi delle scienze, giunsero a tale [punto] da poterci finalmente alla meglio specificare molti fatti astrusi e difficili della mitologia e simbolistica: e con istupore videro l’età moderne non poche delle loro glorie essere offuscate, e prevenute da altre età di dozzine di secoli! Si conobbero le stesse dottrine, gli stessi trovati, le stesse speculazioni, gli stessi errori, le stesse millanterie ed utopie, comechè sotto forme ed aspetti differenti, essere mai sempre state retaggio dei figli di Eva, in tutte le epoche, in tutti i tempi!
Fatalmente non possiamo giudicare nella storia dei popoli, che quel poco che giunse fino a noi, incolume di fronte alle perpetue leggi di metamorfismo alle quali sono condannate le cose tutte: che se fosse concesso all’uomo di giovarsi del fardello delle esperienze e trovati di tutti i popoli, a quest’ora sarebbe fatto più sperto, e trarrebbe, cred’ io, giorni meno infelici sulla terra.
Non è mio scopo discendere a parlare partitamente del grado elevato al quale giunsero presso gli antichi, tutte le varie scienze, non ne avrei la forza né le cognizioni da ciò: ma voglio fermarmi solo intorno alle scienze naturali, e fra esse segnatamente alla storia degli esseri vegetali, per dimostrare fino a qual punto toccassero presso i Greci ed i Romani antichi, le cognizioni del regno di Flora, desumendone gli argomenti dai simboli e dai miti di queste due nazioni, ossia da quelle personificazioni delle idee ed apoteosi degli enti, alle quali riducevano quasi sempre (come osserva Cicerone) quei classici popoli, ogni loro trovato ed utile scoperta, a physicis rebus bene atque utiliter inventis, tracta ratio (est) ad commenticios el fictos Deos (Cic., De Nat. Deor.).
 

Collana Symbola | Autore: Reivas dell’Ibis | Anno di edizione 2022 (Edizione originale del 1857) | ISBN 978-88-31966-37-5 

 

L'annesso al Fuji Kindergarten ospita aule di inglese e un'area d'attesa per l'autobus scolastico.

RING AROUND A TREE | BIOARCHITETTURA

L’annesso al Fuji Kindergarten ospita aule di inglese e un’area d’attesa per l’autobus scolastico. Un imponente albero di zelkova, dalla forma contorta, domina il sito; la struttura è caratterizzata da uno spazio esterno che costituisce metà dell’edificio, ma la sua impronta non delimita chiaramente il confine tra interno ed esterno. “Ring Around a Tree” rappresenta un modesto contributo a uno spazio storicamente complesso. Circa cinquant’anni fa, il zelkova rischiò di perire quando fu abbattuto da un tifone. Non solo sopravvisse, ma l’albero crebbe tanto da impedire a due adulti di abbracciarne la base. Il tronco inclinato si presta perfettamente all’arrampicata, con la corteccia levigata dalle mani avventurose delle generazioni passate. In precedenza, sul sito sorgeva una casa sull’albero così piccola che solo i bambini potevano accedervi. Anatre vivevano alla base dell’albero, e nelle giornate di bel tempo si svolgevano lezioni all’ombra.

Ogni maggio, l’edificio è avvolto dal verde. Il piano di forma ovale segue la larga chioma del zelkova, facendo scomparire colonne e pavimento nelle ombre scintillanti. I rami esistenti hanno la precedenza e si spingono dentro l’edificio; gli adulti devono strisciare quando salgono le scale verso il tetto. Una classe senza arredi Mentre l’edificio principale è di forma ellittica e privo di un centro preciso, l’annesso presenta un chiaro punto focale. Il suo design originario si ispirò alla leggenda di Buddha che predicava sotto un tiglio, ma lo spazio non fu utilizzato esattamente come inizialmente concepito. Nonostante l’apertura delle aule di inglese, insegnanti e bambini preferiscono stringersi negli angoli e nelle nicchie tra le lastre del pavimento.

L’edificio alto cinque metri si sviluppa su sette livelli, con spazi liberi che variano da 600 mm a 1500 mm. Questa concezione è stata suggerita dal vicepreside della scuola, il quale desiderava “una classe senza mobili”. Quando mostrammo la struttura a nostro figlio e nostra figlia, essi toccarono il soffitto con le mani, sorridendo. Il preside, il signor Kato, sostenne che per i bambini il soffitto è come il cielo, irraggiungibile. Quando il cielo è abbassato al loro livello, essi si trovano nel mondo degli adulti giganti. In una giornata serena, potrai trovare bambini del kinder ridere stretti in spazi alti meno di 60 centimetri. Di solito, i soffitti superano l’altezza della testa, e le ringhiere assicurano le aree a rischio caduta. Qui, invece, il soffitto è più basso dell’altezza dei bambini, e molte scale sono prive di ringhiere. Prima di aprire la scuola ai bambini del kinder, portai i miei figli qui a giocare. Come ci aspettavamo, ci furono alcuni piccoli urti e graffi, ma nulla di grave. Tuttavia, non potevamo ignorare il pericolo quando i miei figli cominciarono ad arrampicarsi sulla ringhiera e sui rami dell’albero. Risolvemmo la questione legando corde in determinate zone. Per il preside, queste erano una misura di sicurezza; per noi, le corde catturano un aspetto positivo del design. Se avessimo priorità assoluta alla sicurezza, l’edificio non avrebbe assunto la forma attuale.