L’orto Botanico è stato fondato nel 1985 su di un terreno abbandonato e degradato, in località Monte Orlando, composto di 13 terrazze degradanti verso il Golfo di Gaeta esteso per circa 2 ettari. Consiste principalmente di specie botaniche tropicali e sub-tropicali, molte delle quali rare ed in via di estinzione nei paesi di origine. La particolarità della collezione è basata su 150 specie diverse di palme, provenienti da semi raccolti durante viaggi di lavoro o di piacere nei diversi continenti. Il giardino è iniziato come ricerca sperimentale per l’ acclimatazione delle palme. Si tratta di un giardino con un equilibrio molto delicato per la rarità delle specie e la conformazione a terrazze del terreno. La sperimentazione continua a tutt’oggi. La Fondazione finanzia il mantenimento e il miglioramento dell’orto botanico a partire dal 2012. Nella primavera 2015 è stato aperto, in collaborazione con il FAI, per 2 giorni ad un pubblico limitato agli iscritti FAI e nel maggio 2015 alcune scuole hanno visitato il giardino. Nel futuro l’orto botanico sarà aperto ad un pubblico molto limitato, nel periodo primaverile , a causa della particolarità del sito.
Nella primavera del 2015 vari articoli di giornali sono stati pubblicati in occasione delle 2 giornate di visita del FAI, con intervista telegiornale sul terzo canale della televisione pubblica. Nel marzo 2015 il New York Times ha dedicato 8 pagine sulla storia del proprietario e sul giardino. La fondazione NDR è in procinto di stampare un libro con note, notizie storiche, informazioni botaniche, suggerimenti ed esperienze. L’orto Botanico è mantenuto senza ricorrere a disinfettanti o concimazioni chimiche. Si tratta di un terreno espropriato dal Comune dopo demolizione di manufatti abusivi e di un gran bel panorama sul Golfo. Il restauro ambientale è iniziato nel 2014, prendendo in affitto dal Comune per 6000 euro l’anno il terreno e consiste nella rimozione detriti edilizi, tondini di ferro, immondizie varie, ripristino canalizzazione delle acque piovane e delle mura dei terrazzamenti. Sono già stati piantati circa 800 cespugli di piante diverse, soprattutto melliflue per api, uccelli, farfalle, etc. L’rrigazione iniziale delle piante è fatto grazie alla raccolta di acqua piovana in contenitori di zinco. Alla scadenza del nono anno, nel 2024, la Fondazione Nicola Del Roscio restituirà al Comune di Gaeta il terreno restaurato dal punto di vista paesaggistico e con le piante per l’educazione ecologica e il godimento della popolazione di Gaeta.
La villa Jucker presso Baveno, ai bordi del Lago Maggiore, è una delle residenze private che Porcinai progetta in collaborazione con Lodovico Barbiano di Belgiojoso, architetto del noto studio Milanese BBPR. Negli anni sessanta, Porcinai ha occasione di collaborare con molti importanti architetti, sviluppando ogni volta un’idea di giardino che fosse espressione di un nuovo stile di vita, interpretazione “moderna” dei paesaggi italiani nei quali si colloca. Il giardino progettato attorno alla villa si distribuisce lungo un ripido pendio, a stretto contatto con la vista del lago con le isole e, sullo sfondo, il profilo solenne delle Alpi. Questo paesaggio domestico viene percepito come una nuova topografia, in continuità con la struttura della casa e delle sue profonde terrazze. Al bordo delle spesse masse di vegetazione attorno, Porcinai progetta un raffinato sistema di rocce e di vasche che captano le acque provenienti dall’alto: specchi d’acqua che, in continuità con la casa, offrono un gioco di rimandi visivi allo splendido scenario del lago.
Nel 2012, il proprietario di Villa Jucker conferisce agli architetti Marco Carabelli ed Edgardo Pavesi l’incarico per il rinnovamento della villa e per la costruzione di altre opere da collocare nel giardino annesso. Con riferimento specifico all’intervento effettuato dall’arch. Marco Carabelli e dall’arch. Edgardo Pavesi, l’intervento ha riguardato la progettazione e la direzione lavori per: la costruzione di una piscina scoperta con deck e sistemazione del verde circostante, la costruzione di un nuovo fabbricato adibito a dependance e ambienti di servizio, la realizzazione di una “casa sull’albero” e di un piccolo “parco avventura”, la costruzione di un pergolato adibito a legnaia e ricovero attrezzi, la realizzazione di tre casette in legno per il riparo di alcuni animali da cortile, la posa di nuova illuminazione dei percorsi presenti nel giardino, la sistemazione dell’accesso carrabile, la realizzazione di vasche per piccoli orti annessi all’alloggio del custode, la realizzazione di tralicci metallici per vigneto, la manutenzione degli stagni esistenti con posa di scalette metalliche di accesso all’acqua.
Villa Maggia è un giardino privato situato sulle colline di Torino, in Italia, progettato dall’architetto paesaggista Pietro Porcinai negli anni ’50. Porcinai era noto per il suo approccio modernista alla progettazione del paesaggio, che enfatizzava l’integrazione di architettura, natura e arte. Il giardino di Villa Maggia si estende su una superficie di circa 10.000 mq ed è caratterizzato da una varietà di sale e spazi esterni, ognuno con la propria atmosfera e design unici. Alcune delle caratteristiche principali del giardino includono un giardino all’italiana formale, un roseto, un’area boschiva e un grande prato. Il progetto di Porcinai per Villa Maggia è noto per l’uso di forme geometriche e texture contrastanti, nonché per l’attenta cura dei dettagli e del rapporto tra il giardino e il paesaggio circostante. Il giardino si distingue anche per l’uso di giochi d’acqua, tra cui fontane, piscine e un ruscello che attraversa la proprietà. Oggi Villa Maggia è considerata una delle opere più importanti del Porcinai ed è riconosciuta come un significativo esempio di progettazione paesaggistica della metà del XX secolo. È aperto al pubblico per visite guidate ed eventi speciali.
Cecil Ross Pinsent è stato un rinomato designer di giardini e architetto britannico, celebre per le sue creazioni innovative nei giardini toscani tra il 1909 e il 1939. La sua opera ha reinterpretato in modo fantasioso i concetti dei progettisti italiani del XVI secolo. Nato in Uruguay il 5 maggio 1884, a Montevideo, da Ross Pinsent, uomo d’affari con interessi ferroviari, e Alice Pinsent, Cecil ha intrapreso gli studi di architettura in Gran Bretagna. Tra il 1901 e il 1906, ha dedicato del tempo alla realizzazione di disegni topografici di chiese e case in Gran Bretagna e Francia. Nel 1906, estese la sua attività in Italia, dove, durante un tour in Toscana con l’amico Geoffrey Scott, ha incontrato il celebre storico dell’arte americano Bernard Berenson e sua moglie Mary Berenson.
Berenson assunse Scott come bibliotecario, consentendo a Pinsent di partecipare al lavoro su Villa I Tatti. Grazie a questa connessione, Pinsent ha ottenuto accesso a una clientela di prestigio, prevalentemente della comunità di lingua inglese in Toscana, che includeva nomi come Charles Alexander Loeser, Charles Augustus Strong, la signora Alice Keppel, Lady Sybil Cutting e sua figlia, la storica Iris Origo. Pinsent ha iniziato a lasciare il segno nel 1907, apportando modifiche alla Villa Torri Gattaia di Charles Alexander Loeser, e ha proseguito con il design dei giardini di Villa I Tatti (1909-1914) di Berenson, Villa Le Balze (1911-1913) di Strong, La Foce (1927-1939) di Origo e Villa Capponi (dal 1939). Ha anche contribuito alla progettazione del giardino Brdo in Slovenia. Dal 1939 alla fine degli anni ’50, Pinsent ha vissuto principalmente in Gran Bretagna, tranne per una breve visita in Italia nel 1944-45, durante la quale ha lavorato al restauro di ville e giardini danneggiati dalla guerra. A metà degli anni Cinquanta, si è trasferito in Svizzera, stabilendosi a Hilterfingen, dove è poi deceduto il 5 dicembre 1963. Alcuni dei suoi preziosi disegni sono conservati nella biblioteca del Royal Institute of British Architects a Londra.
Un’importante capacità di Pietro Porcinai era quella di individuare i reali problemi e comprendere le procedure idonee, precorrendo sempre i tempi grazie ad una pre-veggenza fondata su basi tecniche sperimentate. Oltre al suo precoce ed innato talento naturale e alla sua intelligenza professionale, Porcinai aveva inoltre maturato una specifica formazione all’estero, in notevole anticipo rispetto ad altri, senza dubbio rimanendo influenzato dalla cultura paesaggistica di quei paesi, in particolare Germania e Belgio, dove aveva fatto pratica di tecniche colturali presso alcuni vivai specializzati. In Italia il percorso della sua formazione si intrecciò con un periodo cruciale dell’arte dei giardini: infatti, proprio nel 1924 Luigi Dami pubblicò II giardino italiano, dimostrando il primato italiano nell’arte dei giardini.
La natura autoctona e caratteristica del giardino italiano, nel riappropriarsi del suo primato in un campo diventato oggetto di studi di stranieri, soprattutto anglosassoni, culminò nella famosa Mostra del Giardino Italiano del 19311 a Firenze, dove si tese alla valorizzazione di un grande passato, senza tuttavia tentare di aprire la strada alla ricerca di nuove forme moderne nell’arte dei giardini. Presidente della Commissione esecutiva’ della mostra fu Ugo Ojetti, sostenitore di un’architettura monumentale e in stile. Nell’ambito della manifestazione furono riproposti dieci modelli ideali di giardini, in una sorta di percorso storico dell’arte dei giardini italiani, concepiti come piccole creazioni scenografiche in cui era presente anche il giardino paesaggistico all’inglese, anche se giudicato estraneo alla tradizione classica nazionale.
gli Adelphi, 240
2003, 5ª ediz., pp. 367, Con 8 tempere
isbn: 9788845917837
Montague Russell Page, paesaggista e architetto del verde, nacque nel Lincolnshire come secondogenito di Ida Flora, nata Martin (1875–1963), e Harold Ethelbert Page, avvocato a Lincoln. La sua formazione avvenne alla Charterhouse School nel Surrey (1918–24), seguita dagli studi presso la Slade School of Fine Art dell’Università di Londra (1924–26) sotto la guida del Professor Henry Tonks. Dal 1927 al 1932 perfezionò la sua arte a Parigi, arricchendo la sua esperienza con piccoli incarichi di giardinaggio in Francia. La carriera professionale di Page prese avvio con progetti in Rutland (1928) e la progettazione di castelli in Francia a Melun (1930) e Boussy Saint-Antoine (1932). Al suo ritorno in patria, Page fu impiegato dal paesaggista Richard Sudell e intraprese il rimodellamento dei giardini di Longleat, un impegno che si protrasse per molti anni. Tra il 1934 e il 1938, contribuì con articoli alla rivista Landscape and Gardening.
Durante il periodo 1935-1939 collaborò con Geoffrey Jellicoe, realizzando progetti come il paesaggio e l’edificio del ‘Caveman Restaurant’ a Cheddar Gorge nell’ambito della tenuta di Longleat nel Somerset. Lavorò anche alla Royal Lodge, Windsor; Ditchley Park, Oxfordshire; Holme House, Regent’s Park, Londra; Broadway nei Cotswolds; e alla Charterhouse School. In questo arco temporale, Page partecipò anche a progetti come il Leeds Castle, Kent (1936 e successivamente); il château Le Vert-Bois in Francia (1937); il château de la Hulpe, Belgio (1937); e il château de Mivoisin, Francia (1937–1950). Durante la Seconda Guerra Mondiale, Page prestò servizio nel Political Warfare Department del Regno Unito in Francia, negli Stati Uniti, in Egitto e in Sri Lanka. Al termine del conflitto, Page si dedicò al design di giardini in Europa e negli Stati Uniti, collaborando con clienti di prestigio come il Principe Edoardo, Duca di Windsor, il Conte Sanminiatelli San Liberato, il Re Leopoldo III del Belgio, Suzanna Walton (moglie di Sir William Walton), Babe Paley e William S. Paley, Oscar de la Renta, Marcel Boussac, Olive Lady Baillie, PepsiCo, e il Barone e la Baronessa Thierry Van Zuylen van Nievelt, oltre al Frick Museum.
«Questa casa era una vera meraviglia ecologica: non tanto grande, posta sul lato d’un giardino abbastanza vasto, sembrava un modellino in legno (tanto dolce era il grigio slavato delle sue persiane). Con la modestia d’uno chalet, ma piena di porte, di basse finestre, di scalinate laterali, come un castello da romanzo. Senza soluzione di continuità, il giardino conteneva tre spazi simbolicamente differenti (e oltrepassare il limite d’ogni spazio era un atto importante). Si attraversava il primo giardino per arrivare alla casa; era il giardino mondano, lungo cui si riaccompagnavano le signore bayonnesi, a piccoli passi, con grandi soste. Il secondo giardino, proprio davanti alla casa, era fatto di piccoli vialetti che giravano intorno a due aiuole verdi identiche; vi spuntavano rose, ortensie (fiore ingrato del sud-ovest), lunigiana, rabarbaro, erbe casalinghe in vecchie cassette, una grande magnolia i cui fiori bianchi arrivavano all’altezza della camera del primo piano; ed è là che, durante l’estate, impavide tra le zanzare, le signore e signorine B. si sedevano su sedie basse a fare dei complicati lavori a maglia. In fondo, il terzo giardino, a parte un piccolo orto con peschi e cespugli di lamponi, era indefinito, a volte incolto, a volte seminato con legumi ordinari; vi si andava raramente, e soltanto nel viale di mezzo». Il mondano, il casalingo, il selvaggio: non è la tripartizione stessa del desiderio sociale? Da questo giardino bayonnese, passo senza stupirmi agli spazi romanzeschi e utopici di Jules Verne e di Fourier.
(Questa casa oggi è scomparsa, distrutta dall’Immobiliare bayonnese.)
La collana dei casi, 113
2016, pp. 309
isbn: 9788845930737
Dolomiti Contemporanee è nato nell’agosto 2011 poco dopo che le Dolomiti erano state riconosciute come Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO Da allora il progetto si è evoluto in un laboratorio di arte e cultura contemporanea che agisce come riconfiguratore spaziale e concettuale applicando uno sguardo critico e riattivatore al paesaggio montano Le Dolomiti non sono intese come un luogo atrofizzato dal turismo o come un contenitore di stereotipi alpini ma come uno spazio d’azione culturale vivo un grande cantiere di stimoli Il progetto si concentra sulla rigenerazione di luoghi disabitati o sottoutilizzati come l’ex Villaggio ENI di Borca di Cadore trasformandoli in centri di ricerca residenza e produzione artistica (luoghidelcontemporaneo.cultura.gov.it)
Nel 2025 Dolomiti Contemporanee ha proseguito il suo impegno con numerose iniziative. Detriti Frammenti Schegge Brecce una mostra inaugurata il 2 agosto 2025 a Casso che proseguirà fino al 31 dicembre 2025 esplorando le relazioni tra geologia memoria e pratiche artistiche (dolomiticontemporanee.net) Xilogenesi una mostra che si terrà dal 27 settembre 2025 al 6 gennaio 2026 all’Orto Botanico di Padova presentando opere di artisti come Alessia Armeni Giorgia Accorsi e Marco Gobbi (dolomiticontemporanee.net) Gemmazione Cristalli Sparsi l’Openstudio di Progettoborca tenutosi dal 25 al 27 ottobre 2024 ha visto la partecipazione di Fondazione Malutta e ha coinvolto la Colonia dell’ex Villaggio ENI e l’ex Stazione Ferroviaria di Borca creando un ponte tra il villaggio e la montagna (progettoborca.net) Stazionalini una serie di iniziative che a partire da ottobre 2024 hanno interessato l’ex Stazione Ferroviaria e la Bagagliera introducendo l’Openstudio 2024 di Progettoborca (fondazionemalutta.com) Space Days Vol 3 un progetto che ha unito arte paesaggio e scienza con esposizioni dal 5 luglio al 30 settembre 2024 a Campo Imperatore dal Gran Sasso alle Dolomiti (oa-abruzzo.inaf.it)
Queste iniziative confermano l’impegno di Dolomiti Contemporanee nel trasformare le Dolomiti in un laboratorio aperto in cui l’arte e la cultura contemporanea dialogano con il paesaggio la memoria e le comunità locali
A cura di Giorgio Zampa | Con una Nota di Marco Rispoli
«Dobbiamo diventare bambini, se vogliamo raggiungere il sublime». Queste parole, che Rilke scrisse in un testo sull’arte del paesaggio, si possono leggere come il condensato della sua percezione delle cose, di una sensibilità che con lui nasce e con lui muore. Una sensibilità che si esprime con rara intensità in tutti gli scritti offerti in questo volume – raccolti e tradotti da Giorgio Zampa, che di Rilke è stato uno dei massimi interpreti –, attraverso meditazioni e memorie, confessioni e impressioni di viaggio, lettere (come quelle a un giovanissimo Balthus) e visioni oniriche. Una sensibilità che si trasmette al lettore grazie a una prosa tra le più alte del Novecento tedesco, aerea e profonda, lucente e umbratile. Una sensibilità capace di cogliere il riverbero dell’assoluto in ogni oggetto a cui si volge: dall’arte («Proprio dell’artista è amare l’enigma. Ché ogni arte è solo amore riversato sopra enigmi») all’«essenza infantile e portentosa» del poeta, all’erotismo («una cosa affatto incommensurabile che gli uomini non si stancano di aggredire con norme, misure, regolamenti»). E in grado di spingersi «là dove la realtà conosciuta e quella inconoscibile si concentrano in un solo punto, si completano e diventano un unico possesso» – dove l’esteriore e l’interiore formano «uno spazio ininterrotto in cui, arcanamente protetto, resta un solo punto di purissima, profondissima coscienza».
A cura di Giorgio Zampa.
Con una Nota di Marco Rispoli.
Piccola Biblioteca Adelphi, 753
2020, 2ª ediz., pp. 216
isbn: 9788845934896
Ernesto Pozzi ha iniziato la sua attività nel 1922. Oggi la Grandi Vivai Ernesto di Biella guidata dai figli ha un vivaio che si estende per più di 40 ettari in vari appezzamenti nei dintorni di Biella. La loro diversa esposizione ed il clima biellese consentono di coltivare sia piante delicate al freddo che altre resistenti ed adatte ai giardini di montagna. Dispone di un vasto assortimento di alberi ed arbusti di dimensioni commerciali ed anche esemplari di grande dimensione a pronto effetto il cui apparato radicale è stato preparato più volte.
Bellissimo il vivaio giardino iniziato dal fondatore nel 1950 per offrire ai clienti alcuni esempi di sistemazioni. Con il tempo è divenuto un vero parco botanico ove si possono ammirare molte varietà di alberi e cespugli accostati irregolarmente per favorire i contrasti di forme e colori.Molti visitatori, sia giardinieri e vivaisti, che architetti e progettisti o semplici appassionati del verde, hanno molto apprezzato la visita a questo vivaio e le sue caratteristiche.L’Architetto Paolo Pajrone, scrivendo su Gardenia un elogio del nostro fondatore (luglio 2014) ricordava l’Arch. Russel Page, rimasto entusiasta della visita al Chioso.
Dal punto di vista botanico, la distinzione tra giardini ordinati e giardini “disordinati” è fondamentale. Un prato costantemente tagliato, con un’unica specie erbacea mantenuta a pochi centimetri d’altezza, offre poco spazio alla diversità: mancano i fiori, quindi mancano gli insetti impollinatori, e di conseguenza si riduce anche la presenza di uccelli e piccoli mammiferi. È un sistema monotono, ecologicamente povero.
Nei giardini lasciati crescere in modo più libero, al contrario, si sviluppa una trama vegetale varia: graminacee spontanee, composite dai fiori gialli e azzurri, leguminose che arricchiscono il suolo. Questo mosaico crea microhabitat in cui si insediano farfalle, api selvatiche, coleotteri, lucertole. Si genera così una rete trofica complessa, capace di sostenere una biodiversità sorprendente anche in ambito urbano.
Gli esempi di questo fenomeno non mancano su scala mondiale. In Amazzonia, dove la diversità vegetale è al massimo grado, le specie convivono in stretta prossimità e danno origine a ibridazioni spontanee, contribuendo a un flusso genetico che arricchisce continuamente la foresta. Certo, un giardino urbano non potrà mai replicare la potenza ecologica del bacino amazzonico, ma può rifletterne i principi: varietà, compresenza di specie, spazio lasciato all’evoluzione naturale.