Il giardino nomade, il viaggiatore permanente

ALESSANDRO ROCCA

IL GIARDINO NOMADE, IL VIAGGIATORE PERMANENTE

I progetti e le idee di Gilles Clément sono oggi un punto di riferimento fondamentale per tutte le persone interessate ai temi del paesaggio: il suo lavoro ci riguarda tutti, urbanisti e giardinieri, politici e operatori dell’amministrazione, architetti, ecologisti, agricoltori e semplici appassionati perché affronta alla radice, sollecitando riflessioni e confronti, i temi cruciali della natura, dell’ambiente e del paesaggio. La sua iniziativa non offre soluzioni belle e pronte ma un modo di pensare che sovverte abitudini e luoghi comuni e che introduce, nel nostro rapporto con la natura, un’incredibile quantità di energia, di libertà e di creatività. Radicale, coraggioso, organico, il pensiero di GC non è mai elitario e non pecca di intellettualismo, i suoi concetti sono chiari e potenti, le immagini dei suoi giardini strane e seducenti: il suo messaggio arriva facilmente a tutti quelli che lo vogliono intendere, chiaro e forte, e gli ascoltatori sono sempre più attenti e numerosi poiché il suo modo di ragionare si innesta in presa diretta sui due grandi temi del nostro tempo: l’ecologia e il globalismo. Nell’impegno di GC questi due termini si fondono per produrre frammenti di natura, giardini, che dimostrano come sia possibile realizzare un mondo migliore: più bello, più sano e più interessante. Lo straordinario lavoro di GC contravviene alle regole e alle consuetudini dei progettisti di successo. Per esempio, manca un’impronta che agisca come marchio d’autore, mancano quelle semplifi cazioni che sembrano inevitabili per far breccia nei mass media e nell’opinione pubblica, mancano le stimmate del successo, la frequentazione pubblica dei vip e la contiguità dei politici, e tutti gli status symbol sono accuratamente ignorati. GC è uno spirito indipendente che, nel corso di oltre quarant’anni—lui pone come simbolica data di inizio della propria avventura intellettuale la primavera del ‘68, quando la sospensione delle lezioni gli diede il tempo di dedicarsi, per la prima volta, alla ricerca sul campo ha costruito una teoria solida e complessa rafforzata da una serie di dimostrazioni pratiche molto convincenti. L’originalità della sua produzione, dei suoi progetti e dei numerosissimi scritti lo ha reso immune, almeno fi no ad ora, da qualsiasi tentativo di imitazione credibile, ma questo non signifi ca che non si siano attivate stimolanti relazioni trasversali con altri paesaggisti. Un riferimento importante, per esempio, è stato Michel Corajoud, decano del paesaggismo contemporaneo in Francia, e corrispondenze signifi cative lo avvicinano a paesaggisti di grande interesse, come i francesi Michel Desvigne e Catherine Mosbach, al giardiniere olandese Piet Oudolf. La sua è comunque una marcia piuttosto solitaria condotta tra molti ammiratori e sostenitori, e capita spesso che qualcuno voglia condividere con lui un tratto di strada: un’esperienza, un progetto, un ragionamento. Il suo lavoro affascina tutti coloro che preferiscono la processualità alla forma, la discussione al dogma, l’esperimento alla celebrazione della conferma. Le sue idee interessano molto agli architetti che, dal punto di vista dell’approccio progettuale, sono i più vicini; agli agronomi, che ricevono indicazioni suggestive sul modo di interpretare problemi quotidiani di forte portata ideologica e pratica come, per esempio, le questioni relative alla presunta autenticità e opportunità della vegetazione nativa. Ma il messaggio di GC ha effetti signifi cativi anche nel dibattito politico, dove porta una serie di argomenti che spingono in modo inequivocabile verso un mondo più equilibrato ma anche più aperto e disponibile al cambiamento. GC, quindi, non ha imitatori ma ammiratori, supporter che seguono da vicino i suoi spostamenti lungo percorsi che, come succede per ogni vero viaggio, appartengono soltanto a chi li compie. E nel suo caso il viaggio non è affatto metaforico perché per GC rappresenta da sempre, fi n dalla sua prima lunga permanenza in Nicaragua, un’occasione di apprendimento e di rifl essione essenziale. Nel corso degli anni, lo studio naturalistico si è soprattutto focalizzato sull’individuazione e l’analisi di ambienti climaticamente assimilabili all’area mediterranea: la California, il Cile, certe regioni della Cina e dell’Australia, la Nuova Zelanda. Questo studio trova la propria applicazione più completa ed effi cace nel Domaine di Rayol, il giardino realizzato sul litorale provenzale come un collage di frammenti “mediterranei” provenienti dai cinque continenti¹. Per altri versi, il viaggiare di GC rappresenta un riconoscimento del nomadismo come maniera di abitare il mondo, una pratica che va alimentata col gusto della ricerca, e della scoperta, e con la consapevolezza che tutto quanto possiamo incontrare ci riguarda in prima persona: siamo tutti nomadi e tutti indigeni del medesimo luogo, del medesimo pianeta. Il primo effetto del nomadismo degli uomini, ma anche degli animali e delle piante è che “ogni giardino (in movimento o no) è un indice planetario”. Come ricorda Alain Roger, “uno degli esempi preferiti di Clément, e anche il più istruttivo, è rappresentato dall’incolto parigino (non addomesticato, a differenza del giardino in movimento) che, ungi dall’essere realmente indigeno, come si sarebbe portati a credere, «è costituito soprattutto da robinie americane, da ailanti e budleia asiatici e perfi no da una piccola artemisia siberiana che tappezza i suoli spogli». Insomma, un mix biologico che gli conferisce una valenza indiziale d’eccezione”¹. Il giardino in movimento² e il giardino planetario³, i due concetti alla base della visione e della progettazione di GC, presuppongono e sostengono una concezione nomadica dell’uomo e della natura. Lo spostamento, il vagabondaggio, la migrazione e la mescolanza sono gli agenti di base di un sistema incerto in cui il caso gioca un ruolo di primo piano, nella creazione di assetti in continuo mutamento.

IL PROGETTO COME SISTEMA INCERTO

GC è un naturalista che studia la vita, nei suoi aspetti biologici e sociali, ma anche un umanista che è riuscito a trasferire nell’azione progettuale la complessità, l’incertezza e la straordinaria variabilità dei fattori che appartengono intimamente alla struttura aleatoria della vita stessa. GC non solo ha viaggiato a lungo in ogni parte del mondo, un’esperienza ormai non più esclusiva, ma ha assunto lo status di viaggiatore permanente. Infatti, il suo giardino planetario è basato su due convinzioni paradossalmente opposte. La prima implica la fi ne del viaggio, nel senso che dovunque ci capiti di andare restiamo sempre qui, sulla terra, all’interno del nostro giardino; la seconda afferma l’identità tra vita e viaggio, già interpretata dal giardino in movimento, che vede lo spostarsi, il migrare, il nascere e il perire come l’equivalente della vita stessa. Le due ipotesi (asintotiche, cioè allineate su prospettive divergenti) sono le fonti di una scienza vagabonda (o “girovaga”, secondo Gilles Deleuze e Félix Guattari) che traccia le coordinate mobili di un campo progettuale destabilizzato, esautorato dal compito della bellezza e investito dalla necessità di un rapporto vero, dinamico e critico, con l’ambiente naturale. Il movimento di GC non si sviluppa lungo un itinerario, non mira a un punto di arrivo ma è nomadico e, nello stesso tempo, caotico, poiché si mantiene all’interno di un perimetro prefi ssato (il giardino) che delimita uno spazio di libertà in cui segue percorsi non prevedibili, ricorrenti oppure estemporanei. Come scrivevano Deleuze e Guattari in Mille plateaux4, “il tragitto nomade può ben seguire piste o vie usuali, non ha però la funzione, propria del percorso sedentario, di distribuire agli uomini uno spazio chiuso, assegnando a ciascuno la sua parte e regolando la comunicazione delle parti. Il tragitto nomade fa il contrario, distribuisce gli uomini (o gli animali) in uno spazio aperto, indefi nito… si tratta di una distribuzione molto particolare, senza divisione, in uno spazio senza frontiere e senza chiusura”. Il giardino in movimento è un laboratorio del nomadismo permanente, un centro di accoglienza sempre attivo, un luogo di incontri e di sparizioni, di certezze aleatorie o, al massimo, stagionali. In un certo senso, il giardino in movimento, e questo sarebbe un altro aspetto paradossale, appartiene ai non-luoghi, cioè a quei siti descritti da Marc Augé che mancano di storia, di permanenza e di identità. Rispetto al flusso vitale degli uomini, delle piante e degli animali, il giardino in movimento sarebbe una stazione di posta, un centro di smistamento, un parco logistico della natura in cui convergono e si ridistribuiscono energie che altrove, cioè nei giardini tradizionali e nei terreni coltivati, non trovano ospitalità.

IL FILOSOFO IN GIARDINO

Il fascino e la difficoltà suscitati dal lavoro di GC derivano dalla presenza soverchiante di affermazioni, temi e modelli che sarebbero suffi cienti per sostenere il lavoro di almeno dieci progettisti diversi. Per quanto ogni concetto sia defi nito e sviluppato senza ombre, con grande proprietà letteraria e grafica, l’ampiezza del background tecnico e la portata fi losofi ca del discorso è tale che si è colti da vertigine. Succede allora che, per orientarsi, si cerchi la contraddizione, l’anello mancante che consenta di ridurre la sua costruzione teorica a un raffi nato esercizio di creatività progettuale. Ma la quantità del materiale disponibile, libri, interviste e progetti, è troppo vasta e strutturata per lasciarsi ridurre a un compendio di suggestioni e ricette pronte all’uso. La potenza suggestiva agisce come un richiamo, un invito ad accogliere una visione del mondo che fa centro sull’universo degli esseri viventi e sul loro giardino, il pianeta terra. L’argomento è di tale importanza che il pensiero di GC, a tratti, irradia rifl essi quasi religiosi e si offre come un credo laico, razionale e profondamente umanistico, che oppone al dominio della tecnica un percorso alternativo e molto seducente, una teoria complessa, chiara ed elegante, suffragata da una serie di realizzazioni molto convincenti. Per fortuna, è una religione che non poggia sul dogma ma sul ragionamento ed è aperta al mutamento, è predisposta a correre il rischio di confrontarsi con altre correnti del pensiero contemporaneo e partecipa, ogni giorno, al dibattito tra le diverse opzioni morali e politiche in campo. Si tratta infatti di un pensiero fattivo, operativo, non solo perché è accompagnato da numerosi e probanti esempi di giardini realizzati, ma anche perché ha un’evidenza didattica e una forte carica dimostrativa. GC vuole persuadere e convincere, sapendo quanto è diffi cile superare le barriere dell’abitudine e dei luoghi comuni più rassicuranti. L’obiettivo dichiarato, e perseguito con grande successo nella mostra dedicata a Le jardin planétaire (parco della Villette, Parigi, 1999- 2000), è l’elaborazione e la diffusione di un approccio nuovo, fondato sul confronto ravvicinato, informale e produttivo, con la natura. Ed è un pensiero elastico, democratico, fl essibile. In sintonia con le dinamiche più interessanti della cultura progettuale di oggi, i concetti cardinali del giardino di GC sono la mutevolezza, la molteplicità, l’aleatorietà e l’unità olistica del tutto. Parafrasando i suoi tre concetti guida, si potrebbe dire che l’elaborazione teorica di GC fonde “pensiero in movimento”, “pensiero planetario” e “terzo pensiero” in un modo di ragionare che è assolutamente originale e personale, ma che è già organizzato per trasformarsi in sapere condiviso e per diventare il catalizzatore di un’azione politica (un impegno che non è affatto estraneo a GC, come dimostra l’appassionato pronunciamento pubblicato in occasione dell’elezione presidenziale di Nicolas Sarkozy¹). L’allargamento dello sguardo registra le situazioni locali e le connette alla scala planetaria in un passaggio che sviluppa grande potenza operativa, sia sul piano comunicativo sia su quello progettuale. Il pensiero di Clément elimina l’incognita irresolubile la componente mistica ed escatologica legando l’uomo e la natura in un unico destino: trasformare il pianeta in un giardino rende impossibile evitare le responsabilità, siano esse individuali o collettive. La natura vivente non è più un concetto astratto ma un luogo reale, il pianeta terra, ed è anche ciascuno dei suoi singoli elementi, ogni pianta, ogni animale e ogni uomo. Un sistema interconnesso, eccezionalmente complesso ma fi nito, misurabile, percorribile: un gigantesco giardino in movimento il cui valore più prezioso è la possibilità di continuare a cambiare, in un processo evolutivo apparentemente aleatorio e senza fine. L’intero sistema del mondo naturale, secondo il diagramma ideale tracciato da GC, è un giardino e, quindi, uno spazio circoscritto e controllabile, un progetto. Perciò l’idea del giardino planetario è estremamente efficace, perché rappresenta nel modo più nuovo e convincente il grado di unità e di interdipendenza degli elementi, e la nostra diretta responsabilità nella gestione, o nella distruzione, dell’intero sistema vivente. La concezione planetaria insiste soprattutto sull’aspetto olistico, comunitario e totalizzante, ma l’idea del giardino contiene un altro concetto, quello appunto del progetto e, se ci asteniamo dall’applicare al giardino planetario le consuetudini estetizzanti, troviamo che l’asse portante del ragionamento di GC è l’ipotesi che il mondo sia l’esito di un’azione progettuale che non può fermarsi mai e che, in fondo, coincide con la vita stessa.

BELLO?

“Non c’è nulla che faccia maggior torto al nostro mestiere del senso di inferiorità che il paesaggista può avvertire nei confronti dell’architetto e che lo porta a tentare, senza successo, di avvicinarsi a una professione che non eserciterà mai mentre trascura di approfondire tutto quello che, sempre più ricco e profondo, lo avvicina al giardiniere. La conoscenza del mondo vivente, esigente e lenta, allontana gli amanti della superfi cie, scoraggia gli artisti del prêt-à-porter, i designer, gli architetti dei materiali lisci, netti e specchianti, quelli che intendono la realtà come un sistema puramente e semplicemente formale”¹. Il giardino in movimento sarà bello o brutto? O dovremmo chiederci, piuttosto, se è giusto o sbagliato? A mio parere, entrambe le questioni rappresentano falsi problemi, domande retoriche destinate a rimanere senza risposta. Il centro della questione è da tutt’altra parte; il giardino in movimento, così come si materializza ne la Vallée e in alcuni progetti (Domaine du Rayol, parco Citroën, parco Matisse), è una rappresentazione estesa nello spazio e nel tempo, un happening cerimoniale in cui i tempi e i modi di ogni intervento possono essere dettati soltanto dal responsabile della liturgia, il fi losofo giardiniere. L’aruspice legge, interpreta e decide quale azione intraprendere secondo una strategia che, al di là di qualsiasi ragionamento, mantiene una forte componente arbitraria. In questo ambito di decisionalità soggettiva si inserisce la seconda identità del giardiniere fi losofo, quella che si esprime non attraverso i concetti ma attraverso la forma, la percezione e l’organizzazione dello spazio. A questo punto, portato in secondo piano lo strumento tradizionale, il disegno, il progetto si sviluppa attraverso una coreografi a botanica che segue spunti e tecniche che non hanno niente di casuale e che possono presentarsi al visitatore come un rebus di non facile decifrazione. La natura esprime, in questi giardini, uno spettacolo forte e inquietante, piuttosto enigmatico e, talvolta, disturbante. Nello stesso tempo, l’assenza del disegno tradizionale avvicina questi giardini a un tipo di natura, a cui non siamo più abituati, che assomiglia al paesaggio trattato con fi nalità non estetiche ma economiche e produttive. Il paesaggio rurale di una volta, quello ricco di specie diverse e di angoli non coltivati, quello non ancora trasformato nel deserto agricolo della produzione industriale, dei diserbanti, delle monocolture intensive. Il paesaggio che si trova ancora nel terzo mondo oppure in quelIe parti residuali del territorio urbanizzato preservate, di solito per caso o per incuria, dal contatto con l’uomo come l’erba tra le rotaie del treno, il prato all’interno dello svincolo autostradale, il piazzale di un complesso industriale in abbandono: frammenti di terzo paesaggio. I giardini di GC sono rischiarati dall’aura magica che illumina le rare unioni felici tra concetto e materia, e vi aleggia quell’intesa segreta che troviamo nei siti archeologici dove l’impronta dell’attività umana, indebolita dal tempo trascorso, si diluisce e si fonde nell’ambiente che l’accoglie. La stessa poesia che ci attende nei luoghi abbandonati allo sviluppo spontaneo, che si tratti di un pezzo di foresta amazzonica oppure di un’area asfaltata in abbandono, terra di conquista delle specie pioniere. Una ulteriore frontiera è stata varcata con la creazione, all’interno di un parco pubblico, di un’isola ecologica a preservazione integrale. L’isola Derborence, nel parco Matisse di Euralille, è una piattaforma sopraelevata di sette metri sul livello del parco, realizzata raccogliendo i detriti del cantiere ferroviario. Con qualche aiuto iniziale, il piccolo altopiano è stato colonizzato da specie pioniere che danno vita a un processo di naturalizzazione che parte realmente dal grado zero. L’isola è quindi un Ground Zero alternativo, naturale e pacifi sta, un luogo di ricominciamento in cui l’uomo non mette piede. Soltanto il giardiniere responsabile del parco compie, ogni anno, un giro di ispezione, analizzando lo sviluppo dell’isola e raccogliendo i dati di questo singolare esperimento ecologico.

PAESAGGISMO NON VIOLENTO

La filosofia, la scrittura e i progetti di GC sono improntati a una profonda avversione nei confronti di ogni forma di violenza. La violenza sembra una soglia mai superata, un vero e proprio tabù il cui rispetto contrasta con la connotazione radicale dell’intero pensiero e dell’opera di GC. Il tono pacato e l’attenzione minuziosa, di impronta scientifi ca, rivolta al mondo naturale non devono mettere in ombra, anche se spesso succede, lo spessore ideologico e la carica eversiva della proposta. L’approccio di GC implica una profonda revisione del progetto tradizionale: citazioni e residui della composizione classica appaiono, in modo inaspettato, come frammenti decontestualizzati, oppure come modelli ormai svuotati di senso ma ancora recuperabili, dimore abitabili per idee che hanno poco a che vedere con l’eredità del passato: “L’arte dei giardini ha espresso l’eccellenza attraverso l’architettura e l’ornamento. Criteri che oggi non sono più suffi cienti. La vita che vi si sviluppa, dal momento che è minacciata diventa l’argomento principale del progetto. E la forza di questa determinazione cancella, senza proibirle, le nozioni di una volta: sistemare la prospettiva, disporre i paesaggi in vedute, comporre le masse, organizzare le feste e le distrazioni, ecc. Bisogna ormai occuparsi di ciò che è vivo: considerarlo, conoscerlo. E fare amicizia con lui”¹. E ancora: “Il giardino naturale diventa biologico, la dominazione si tramuta in associazione, lo spettacolo lascia il posto alla partecipazione, l’osservazione dei processi vitali si sostituisce alla manipolazione e la statica si dinamizza”². Nel suo testo più didattico e rifl essivo, pubblicato nel libro La Sagesse du Jardinier, GC racconta, con leggerezza, le proprie memorie infantili e le prime esperienze di giardinaggio condotte sotto la guida del padre. Il tema dominante della rifl essione è il contrasto tra il movimento proprio, spontaneo, della natura, e le regole costrittive imposte dall’ideale estetico del giardiniere. L’episodio più signifi cativo, e più divertente, riguarda le talpe, un vero fl agello per l’integrità del manto erboso. Stricnina, fumogeni, schegge di vetro, agguati e altri mezzi di persecuzione non raggiungono l’obiettivo dello sterminio totale. Come ultimo rimedio, il giardiniere (Clément padre) imbraccia il fucile e spara alle povere bestiole che, anche quando non sono colpite, muoiono ugualmente, stroncate dallo choc dell’esplosione improvvisa. Da quell’esperienza GC deriva l’esempio di un giardinaggio autoritario, miope e dispendioso che impiega le migliori energie per contrastare, reprimere e distruggere la “disastrosa” creatività del mondo naturale. Secondo GC bisogna agire in senso contrario e tutti i suoi progetti si possono leggere come altrettante tappe di un progressivo avvicinamento alla natura, di una ricerca che sperimenta mezzi e modi differenziati per sviluppare una nuova convivenza, ideale e pratica, tra l’uomo e gli elementi naturali dell’ambiente. Il rapporto con la maniera tradizionale, e anche moderna, di progettare il giardino, è quindi interpretato in senso evolutivo, come un passaggio a una fase più avanzata. E’ un processo soffi ce, ma solo in apparenza, e selettivo che non si limita alla liquidazione di un’eredità importante, che comunque è già stata spesa per intero, ma entra in competizione con un’altra ipotesi contemporanea. L’opzione alternativa è l paesaggismo che aggiorna l’arte dei giardini, che si fonda sulla composizione statica e che utilizza, come sponde principali, non la botanica e l’ecologia ma il mondo della fi gurazione, di derivazione più o meno artistica. Per GC (che in questo, e in altri aspetti, è vicino ad altri rami dell’arte contemporanea) quello che conta di più, il referente primo e ultimo di ogni progetto, non è il disegno e neppure il concetto, ma la vita: “Non si tratta di creare l’illusione del naturale, come nel giardino romantico, ma di partecipare a un fl usso vitale già presente e attivo in quel luogo”³. In altre parole, è la vita che nutre, anima e trasforma il giardino. Il primo slogan, effi cacissimo, che ferma il pensiero di GC è il “giardino in movimento, spazio di vita lasciato al libero sviluppo delle specie che vi si installano” 4. Un giardino liberato da che cosa? Dalla dittatura del bello, dal paradigma estetico. Come già dichiarava nel 1989, “una generazione di paesaggisti ha usato un linguaggio da architetti. Io ho concepito dei giardini al di fuori di ogni considerazione estetica perché il décor è un riempitivo come un altro. A poco a poco sono giunto a due cose, che sono la signifi cazione e la biologia, intesa nel senso esteso del termine: movimento, energia”¹. Il giardiniere è un facilitatore di vita, di qualcuno che “fa il più possibile con, e il meno possibile contro (la natura)”. Il suo compito è “mantenere e accrescere la qualità biologica dei sostrati: terra, acqua, aria, e intervenire, con la massima economia di mezzi, per limitare i grovigli, le riserve d’acqua, il passaggio delle macchine.” La strategia non violenta di GC sottopone il giardino, forse uno degli ambiti più resistenti ai mutamenti della modernità, a una revisione totale. Il giardino in movimento è democratico e anarchico, è un sistema caotico che trova l’assetto defi nitivo nella rivoluzione permanente.

IL PAESAGGIO MANIFESTO

L’espressione più compiuta (e forse anche la più seducente) del radicalismo di GC si trova nel concetto di terzo paesaggio², così chiamato in analogia al terzo stato (e non al terzo mondo, anche se il riferimento non è certo casuale). Così disse l’abate Sieyès, pronunciando una frase entrata negli annali di storia (della rivoluzione) francese: “Che cos’è il Terzo stato? Tutto. Che ruolo ha giocato fi no a oggi? Nessuno. Che cosa aspira a diventare? Qualche cosa.” Il terzo paesaggio, secondo GC, “è l’estensione dei due concetti che ho formulato nel mio lavoro degli ultimi trent’anni. Il giardino in movimento, nato dall’esperienza dei miei giardini personali nella Creuse (la Vallée e Le Champ), e il giardino planetario, un progetto che comporta una dimensione più politica e che esamina il sistema coerente che forma la relazione tra l’uomo e l’ambiente, e che è stato sviluppato nell’omonima esposizione nella Grande Halle de la Villette alla fi ne del 1999. Il Manifesto del Terzo paesaggio riposa sull’idea che i lotti abbandonati o i frammenti non curati del giardino planetario siano il rifugio della biodiversità terrestre, e che in questo si trovi il nostro avvenire biologico. Spazi di questo tipo esistono ovunque, nel mondo” ¹. La rigorosa impostazione scientifi ca di GC non impedisce, anzi forse lo implica e lo sollecita, un transfer inevitabile sul terreno sociale. Il nostro futuro (ecologico, ma anche politico) è nei residui, negli spazi non controllati, nelle aree abbandonate, negli interstizi di libertà che sfuggono allo spazio fi nalizzato e interamente sottomesso al controllo sociale. Il futuro, la speranza e la ricchezza di tutti, stanno proprio in quella riserva biologica e spaziale che nasce dal rifi uto e dall’abbandono, nel residuo che riesce a porsi al riparo, al di fuori dell’interesse e oltre i margini dell’apparato economico e che, protetto dal proprio disvalore, inventa una forma di vita alternativa. Lo sguardo di GC, così come si esprime nell’osservatorio/laboratorio de La Vallée, è focalizzato apparentemente in modo esclusivo sui fenomeni naturali e credo che, nei suoi numerosissimi scritti, non trapeli mai il parallelismo con la società degli uomini. Emerge spesso l’invito all’impegno diretto, in senso ecologico e quindi politico, ma l’ecologia naturale non si traduce mai in ecologia sociale. Anche se a volte il confi ne appare labile, il discorso rimane sempre silenzioso rispetto a un argomento che sembra lì, a portata di mano, ma che non è mai chiamato in causa. GC demanda a noi, ai suoi lettori e commentatori, la facoltà di interpretare e trasferire su altri terreni le sue parole d’ordine e i suoi ragionamenti. D’altronde, le idee più fertili sono proprio quelle che si prestano a essere fraintese e strumentalizzate, e la disponibilità alla disseminazione e alla mutazione genetica è la migliore dimostrazione della loro intelligenza e vitalità. Per esempio, il radicalismo lamarckiano di GC, improntato a un’idea di evoluzione continua e interdipendente delle specie, rappresenta nel dibattito ecologico una posizione terza che, a rigore, non appartiene ai conservatori e neppure ai modernisti. Però, sarebbe facile immaginare come gli slogan di GC potrebbero essere utilmente impiegati a sostegno di strategie opposte. Gli ecologisti rigorosi potrebbero usarli come armi effi caci contro l’industrializzazione dell’agricoltura e il consumo irresponsabile delle grandi riserve planetarie di terzo paesaggio. Gli antiecologisti avrebbero facile gioco a trovare innumerevoli appigli a favore della non conservazione, del mutamento e persino della globalizzazione naturalistica che, secondo GC, ha portato il pianeta a raggiungere oggi un climax di ricchezza e di biodiversità. La visione planetaria, nomadica e libertaria di GC ha delle evidenti coincidenze con il punto di vista di Bruce Chatwin, grande esperto d’arte e geniale viaggiatore (e lettore attentissimo di Mille plateaux) che reinventò un modo tutto nuovo di percorrere e di raccontare il pianeta, immediatamente comprensibile e affascinante, per lettori di tutto il mondo. In Le vie dei canti, le piste del sogno attraverso cui gli aborigeni australiani trasferiscono in parola ogni angolo del continente, Chatwin si pone come un viaggiatore, in un mondo di viaggiatori, partecipe di un pianeta in movimento in cui i transiti, i passaggi, le migrazioni e i nomadismi sono la migliore e autentica rappresentazione della vita stessa. Per l’occhio esperto di Chatwin, il giardino planetario è un’evidenza immediatamente percepibile in ogni angolo del nostro piccolo mondo: “Una sera di fi ne estate a Manhattan, la città semideserta, in bicicletta per Park Avenue con la luce che arriva di traverso dagli incroci e un fi otto di farfalle, brune all’ombra e dorate al sole, che fa il giro del grattacielo Pan Am, dalla statua di Mercurio cala sulla Grand Central Station e da lì prosegue per la città verso i Caraibi”¹.

GLI ULTIMI PROGETTI

L’insieme dei lavori di GC confi gura una pratica diffi cilmente confrontabile con le posizioni espresse dagli altri paesaggisti. Le differenze sono molte, e su tutte emerge in primo piano un rapporto assolutamente peculiare con il visibile. Semplifi cando, si può dire che il giardino occidentale è prima di tutto un luogo di vedute, di panorami, di scenari, di scorci e di prospettive. Questo assunto mantiene una forza formidabile anche nei maestri di oggi. I principi della composizione classica sono abbandonati ma il primato del visibile, e quindi il principio della composizione commisurata al punto di vista dell’osservatore, mi sembra che mantenga una centralità inalterata. Il giardino contemporaneo resta ancora e prima di tutto un allestimento sensoriale fondato sulla vista, affi ancato dal contributo degli altri sensi che percepiscono gli odori delle piante, le sonorità e la tattilità della vegetazione, del vento, delle acque. I materiali artifi ciali tradizionali e nuovi—il legno, la pietra, il cemento, l’acciaio, l’asfalto, le resine e le vernici—si inseriscono in questo contesto senza produrre alcuna particolare frizione. Con GC nasce, in effetti, un giardino completamente nuovo, il primo giardino che non è pensato in funzione della presenza umana e in cui l’uomo è un visitatore tra altri visitatori viventi, vegetali e animali, una presenza non necessaria e talvolta persino esclusa, come nell’isola Derborence del parco Matisse. Il giardino di GC è effettivamente una regione in cui l’uomo ha sovranità limitata, ed è questa limitazione dei suoi poteri che produce il mistero, l’esotismo enigmatico e il fascino incomparabile di questi luoghi. I progetti presentati in questo volume sono uno spaccato signifi cativo di un’attività ormai quasi quarantennale che, procedendo tra una molteplicità di esperienze, di interessi e di luoghi diversi, arriva oggi a esprimere nel modo più chiaro ed esauriente una visione compiuta. Naturalmente GC ha in corso numerosi altri progetti che, come è sua regola, saranno animati da un forte impulso sperimentale, tuttavia è possibile riconoscere nel livello raggiunto nell’ultimo decennio l’apice di una traiettoria che ha aspetti di grande originalità e che rappresenta oggi un termine di riferimento obbligato, e di grande suggestione e fertilità, per l’intera cultura progettuale. Non si esagera, infatti, quando si pensa che il compimento del messaggio di GC rappresenti una vera e propria rivoluzione copernicana a iniziare dal suo punto d’origine, il giardino in movimento. Se il giardiniere osserva, accompagna e segue il movimento (più o meno) spontaneo del giardino, che ne è dell’idea di landscape design? Lo scarto è netto, il fuorigioco del design appare irreversibile. Però, occorre fare una distinzione. C’è il disegno formale, quello che imposta un rapporto con la natura improntato al dominio totale, nella selezione e nella disposizione delle essenze vegetali e nella necessaria manipolazione del suolo. Questo design poggia su un trattamento pesantemente selettivo del suolo, sul controllo severo del mondo vivente, anche di quello animale, e sulla immutabilità dell’ordine istituito dal disegno. Esiste poi un design diverso, alternativo, di defi nizione più diffi cile, che progetta la parte permanente del giardino, quella che potremmo chiamare l’infrastruttura, e che garantisce il rispetto delle necessità di base: accessibilità e percorribilità, benessere e sicurezza, sia per i visitatori che per gli esseri viventi del giardino. In alcuni progetti, a Rayol e nel parco Matisse, questo disegno è limitato a pochi episodi molto signifi cativi, le scalinate, i percorsi, l’isola ecologica, e si avverte l’eco dell’esperienza condotta nel giardino sperimentale della Vallée. Sono le prove più radicali, dove la sapienza e il gusto sperimentale del giardiniere emerge maggiormente. Nei progetti di Blois e di Valloires, il rapporto con gli edifi ci storici si rispecchia in una rielaborazione di fi gure tradizionali—l’esplanade, la grotta, la promenade, le scalinate, l’asse prospettico—che sono trattate in modo utilitaristico, spogliate dell’enfasi monumentale e rafforzate nel ruolo funzionale, per l’organizzazione e la distribuzione degli spazi. In altre occasioni, come nei giardini dell’Arche alla Défense e in quelli del museo di quai Branly, la matrice del giardino in movimento cessa di essere un inserto, un tema, per penetrare intimamente nella natura stessa del progetto. Sotto la passerella d’acciaio della Défense GC immagina un paesaggio potente e libero da ogni condizionamento formale. L’unico elemento di disegno, determinante, è la pavimentazione, un acciottolato con inserti di lastre di pietra di irregolarità artigianale, sconnesso ad arte per lasciare libertà di movimento alle radici degli alberi, già predisposto per essere abitato dai muschi. Memorie di architettura spontanea, di centri storici italiani, forse, e forse anche della straordinaria pavimentazione della risalita all’acropoli di Atene realizzata da Dimitri Pikionis tra il 1954 e il 1957. Il recentissimo giardino di Quai Branly, che potrà essere meglio compreso quando la vegetazione avrà raggiunto uno sviluppo maggiore, offre ancora un’altra versione. Il layout generale è più naturalistico e informale, privo di orientamenti e di assi dominanti, mentre molto lavoro di disegno si concentra sui dettagli: percorsi, bordature, sostegni, pavimentazioni e persino astratti elementi decorativi che inquadrano la natura in un paesaggio sommesso, rispetto alla sovrastante presenza dell’edifi cio del museo progettato da Jean Nouvel, eppure fi tto di inserti artifi ciali di forte presenza plastica e materica. Un discorso a parte merita il parco André Citroën, l’episodio che ha portato GC alla popolarità, sebbene il progetto sia stato elaborato in associazione dalle due équipe vincitrici del concorso ex-aequo: una formata da Patrick Berger, architetto, e da GC, l’altra formata dagli architetti Viguier e Jodry con il paesaggista Alain Provost. I due gruppi sono stati associati d’uffi cio per realizzare il progetto defi nitivo, suddiviso secondo l’asse maggiore: il versante sud, parte dello spazio centrale, il canale, il giardino delle metamorfosi e il giardino nero toccano a Provost–Viguier–Jodry; il versante nord, il giardino in movimento, i giardini seriali, le grandi serre e il giardino bianco toccano alla coppia Berger–Clément. L’esito del progetto è spettacolare e genera il primo grande parco urbano, in una città europea, progettato secondo criteri contemporanei. Proprio a Parigi, nel 1982, il concorso per il parco della Villette aveva spinto fuori gioco l’idea di un parco urbano fondato sulla centralità degli elementi naturali. Il progetto vincente e realizzato, quello di Bernard Tschumi, era fondato sulle variazioni architettoniche delle 35 folie, le piccole costruzioni metalliche dipinte di rosso che, disposte secondo una maglia regolare, punteggiano il grande parterre solcato da un canale e da una passerella sospesa. Dopo dieci anni, Patrick Berger riprende l’idea delle folie ma trasforma le costruzioni in serre. La novità, l’inversione di rotta, segnala la rinnovata centralità della componente botanica. Seppure inquadrato all’interno di un sistema architettonico molto forte, il progetto della vegetazione riusciva a guadagnare il primo piano e a imporsi come l’aspetto più innovativo del parco. Il giardino in movimento, posto a ridosso dell’ingresso più frequentato, ancor prima di essere realizzato diventa fonte di polemiche per poi consolidarsi come la parte più interessante e vissuta, capace di raccogliere un numero di presenze superiore a ogni altro settore. A fi anco, lungo il parterre, si distende la sequenza elegantissima dei giardini seriali, o tematici, che sono forse, tra le realizzazioni di GC, la più disegnata, la più classica e fotogenica e anche quella di impatto più immediato. Oggi il parco Citroën, con l’esplanade, l’asse centrale, i suoi dettagli raffi nati, le due serre maggiori monumentali come due templi, può apparire come un passaggio necessario e ormai superato, un esperimento di transizione che prelude a un futuro più informale. Nei progetti più recenti il rapporto tra disegno e natura appare più mobile ed elastico, affrancato dai canoni estetici tradizionali e proiettato in un percorso evolutivo di cui ancora non si può immaginare il termine. Il giardino riconquista quei caratteri di sacralità e di semplicità che lo rendono importante e necessario: il lavoro di GC continua ad aprire prospettive nuove, prefigurando paesaggi ancora tutti da esplorare.

Tratto da: Gilles Clement, Nove Giardini Planetari, a cura di Alessandro Rocca

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