Itinerari Architettonici

PAESAGGIO & ARCHITETTURA

TOMBA BRION VENETO

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La tomba Brion è un complesso funebre monumentale, situato lungo l’originale confine del piccolo cimitero di San Vito, nella frazione d’Altivole in provincia di Treviso. Venne progettata e realizzata dall’architetto veneziano Carlo Scarpa 

FONDAZIONE PRIMO CONTI

Itinerari Architettonici

Immersa tra gli oliveti del paesaggio fiesolano aperto a settentrione verso le propagini dell’Appennino, la villa quattrocentesca è legata al pittore Primo Conti (Firenze, 1900 – Fiesole, 1988) dal 1945 quando l’acquista ..

VILLA IL GOMBO

Itinerari Architettonici

Sorta come residenza del Presidente della Repubblica Italiana, oggi è gestita dalla Regione Toscana e ospita convegni ed eventi culturali all’interno del Parco naturale di Migliarino, San Rossore, Massaciuccoli. 

Itinerari Architettonici

NOSTRA SIGNORA DEL MONTE

La chiesa di Nostra Signora del Cadore è la chiesa del villaggio Eni di Corte di Cadore, frazione di Borca di Cadore, in provincia di Belluno e diocesi di Belluno-Feltre. La chiesa sorge ad un’altitudine di circa 1000 metri in una posizione dominante sulla valle del Boite, alle pendici dell’Antelao e di fronte al Pelmo, inserendosi in armonia nel contesto paesaggistico circostante.

La costruzione del Villaggio Eni cominciò a partire dal 1954 per volontà dell’allora presidente dell’Ente Nazionale Idrocarburi Enrico Mattei, il quale decise di costruire nella località dolomitica un villaggio vacanze per tutti i suoi dipendenti.

La costruzione della chiesa iniziò nel 1958, dal progetto di Edoardo Gellner, che aveva già progettato l’impianto urbanistico del villaggio, la colonia e le villette, oltre ad altri progetti realizzati nella conca ampezzana per ENI in vista delle Olimpiadi invernali del 1956 a cui si aggiunse la collaborazione di Carlo Scarpa, all’epoca già affermato architetto veneziano. La chiesa venne pensata sin dall’inizio come l’elemento centrale attorno al quale si sarebbe radunata tutta la popolazione del villaggio. Fu inaugurata nel 1961 alla presenza di Enrico Mattei e del ministro Antonio Segni. Oggi l’edificio si conserva in buone condizioni ed è aperto al pubblico nei giorni d’estate.

La forma esterna della chiesa è quella di una doppia capanna (come il padiglione centrale della colonia) a cui si aggiunge la guglia della torre campanaria alta 68 metri, elemento visibile da tutto il villaggio. I vari materiali di costruzione impiegati, tipici sia dell’architettura tradizionale di montagna sia di quella industriale (ferro, legno, cemento, acciaio e pietra dolomitica), si fondono armonicamente nella costruzione, dialogando con il contesto naturale circostante.

L’interno della chiesa è composto di tre navate e può ospitare fino a 350 persone. Di rilevanza, oltre all’altare rivolto verso il popolo (in anticipo rispetto alle innovazioni apportate dal Concilio Vaticano II) sono i lampadari in vetro di Murano arancione e verde (richiamo ai colori alla natura circostante, in cui il verde ricorda il colore della vegetazione, mentre l’arancione quello della pietra dolomia) e i banchi, realizzati con un incastro di legni, oltre ai tiranti, leggermente asimmetrici, che collegano le due falde del tetto.

ARCHITETTURE OLIVETTIANE A IVREA

Il complesso Olivetti è un complesso architettonico urbanistico già sede della Olivetti situato a Ivrea. Il primo nucleo fu costruito nel 1896 da Camillo Olivetti, i successivi ampliamenti si devono al figlio Adriano Olivetti, che ha chiamato architetti come Luigi Figini e Gino Pollini. Dal 2001 è possibile visitare il Museo a cielo aperto dell’architettura moderna di Ivrea seguendo un percorso pedonale attraverso un eccezionale patrimonio architettonico e urbanistico. Il 1º luglio 2018 Ivrea, città industriale del XX secolo entra a far parte della lista dei beni del patrimonio dell’umanità UNESCO.

Sulla strada che da Ivrea porta a Castellamonte il padre, Salvador Benedetto Olivetti, lasciò a Camillo Olivetti dei terreni che salivano verso Monte Navale, all’inizio di quella strada (allora via Castellamonte, oggi via Jervis), poco distante dalla stazione ferroviaria di Ivrea, Camillo costruì la sua fabbrica. Era il 1896, nasceva la ditta Ing. Camillo Olivetti di Ivrea. Leggiamo come la descrive, nella propria tesi di laurea, l’architetto Matteo Olivetti, pronipote di Camillo.

“La prima fabbrica Olivetti è un edificio di mattoni rossi, inizialmente più che una fabbrica doveva essere un laboratorio scientifico ma ben presto a seguito del successo ottenuto diventò un’industria.
Il primo corpo della fabbrica venne progettato personalmente da Camillo Olivetti nel 1895, con una forma semplice a pianta rettangolare, e disposto su due piani, ad esso era annesso un fabbricato che doveva servire da magazzino, tutto con coperture piane. Per la realizzazione della parte strutturale del progetto, i solai e il tetto piano, Camillo si fece consigliare dall’ing. Porcheddu suo amico e compagno di scuola che gli aveva parlato delle ottime possibilità costruttive del sistema di cemento armato Hennebique che egli stesso importava dalla Francia.

La ditta Porcheddu era l’unica concessionaria di vendita del nuovo sistema Hennebique per tutta l’Italia e per i primi tempi si appoggiava completamente alla casa madre per la realizzazione delle strutture. Infatti il primo edificio realizzato era stato eseguito sui calcoli statici svolti in Francia sul progetto di Camillo, come viene annotato nei documenti della ditta. Anche tutti i materiali da costruzione per la realizzazione delle parti statiche erano importate dalla Francia. Poco dopo, nel 1899, venne realizzato il primo ampliamento della fabbrica, con l’aggiunta di due fabbricati laterali al corpo centrale, sempre in cemento armato Hennebique e su disegni di Camillo che, in questa occasione, si lamentò con l’amico perché il tetto presentava grosse infiltrazioni d’acqua e gli chiese di trovare una soluzione. Nella seconda pratica per la realizzazione delle strutture si nota una maggiore indipendenza della ditta Porcheddu dalla casa madre. Il primo progetto era di modeste dimensioni, perché doveva rispondere alle modeste esigenze di laboratorio scientifico. L’aspetto esteriore era quello tipico degli edifici delle proto-industrie di fine ottocento, il linguaggio architettonico usato è un neo medioevale molto sobrio e compatto che dà una marcata impressione di stabilità e allo stesso tempo di semplicità.

L’esterno non presentava innovazioni ma era l’utilizzare il sistema Hennebique la vera modernità che affascinò Camillo anche se celata nel suo involucro esteriore di mattoni rossi tipici del basso Canavese. François Hennebique (Neuville-Saint-Vaast, 26 aprile 1842 – Parigi, 7 marzo 1921) ebbe il merito di inventare il primo tipo di trave moderna in cemento armato. Quella realizzata a Ivrea è una struttura monolitica nella quale i solai sono formati da una soletta a nervatura disposte nei due sensi ortogonali, permettendo un’equa distribuzione dei carichi sulle strutture portanti verticali realizzate in muratura. Qui il solaio è ancorato alla muratura attraverso ganci affogati nel calcestruzzo. Ciò rendeva possibile la costruzione di un edificio nel quale i carichi erano ben distribuiti in tutta la superficie. Un altro vantaggio del cemento armato era l’alto grado di incombustibilità molto importante per le officine spesso soggette a incendi.
La fabbrica di mattoni rossi rappresenta uno dei primissimi esempi di edifici industriali in cemento armato costruiti in Italia.”

CASA MALAPARTE

Villa Malaparte è un’abitazione privata situata nell’isola di Capri su un irto e stretto promontorio roccioso, che sembra sorgere dal mare. È stata ideata da Curzio Malaparte come risulta anche dal Pubblico Registro delle Opere protette presso il MIBAC. È considerata uno dei capolavori dell’architettura moderna, rappresentando un meraviglioso esempio di integrazione tra modernità razionalista e ambiente naturale.

L’amore di Curzio Malaparte per l’isola di Capri iniziò nel 1936 quando, recatosi a far visita all’amico Axel Munthe, ne rimase entusiasta. Dopo l’acquisto del terreno su Punta Massullo per dodicimila lire, l’amicizia con Galeazzo Ciano, allora Ministro degli affari esteri ed appassionato frequentatore di Capri insieme alla moglie Edda, gli consentì di ottenere la licenza edilizia; la costruzione del complesso, affidata al capomastro Adolfo Amitrano, durò complessivamente due anni, protraendosi dal 1938 al 1940.

La villa, battezzata dallo scrittore Casa come me, è costituita da un grande salone sulle cui pareti si aprono quattro grandi finestre, costruite in modo da offrire in ognuno un panorama diverso. Vi sono poi lo studio, la stanza da letto, un piccolo appartamento per gli ospiti, chiamato l’ospizio e la favorita, la camera da letto della compagna del momento. Mentre ricorda per la sua semplice struttura le abitazioni locali, possiede note chiaramente razionaliste come il tetto a terrazza con un paravento ondeggiante, certi segni della scuola di Le Corbusier. La sua forma di parallelepipedo rotto dalla gradonata, che sale ampliandosi sulla terrazza solare della copertura, ha una semplice armonia, che diviene parte delle strutture naturali della roccia e crea un eccezionale ambiente costruito.

Secondo recenti acquisizioni di documenti e lettere il progetto della villa è in realtà interamente attribuibile allo stesso Malaparte; Libera aveva presentato prima della rottura con Malaparte un progetto diverso e mai realizzato. Tutto ciò emerge da lettere dell’architetto viareggino Uberto Bonetti, che si occupò della realizzazione del progetto e che scrive appunto che «la realizzazione materiale dell’edificio è stata effettuata su disegni propri ma dietro Vostro indirizzo estetico e costruttivo: piante, sezioni ecc.» Questo spiegherebbe anche la modestia della parcella presentata da Bonetti, riferita al puro lavoro tecnico-esecutivo.

PALAZZETTO DELLE SPORT ROMA

Ideato e progettato nel 1956 dall’architetto Annibale Vitellozzi e dall’ingegnere Pier Luigi Nervi, fu eretto tra il 1956 e il 1957 per ospitare alcuni eventi dei XVII giochi olimpici di Roma. È inutilizzato dal 2018, data alla quale era sede degli incontri interni della Pallacanestro Virtus Roma dopo esserlo stato anche, in anni precedenti, fino al 1983 e, ancora, tra il 2000 e il 2003; ha inoltre ospitato la squadra pallavolistica maschile Club Italia di A2 e, fino al 2013, la M. Roma. Ancora, ha ospitato la Roma Pallavolo, società sciolta nel 2002, e l’Eurobasket Roma fino al 2019. Vista la sua collocazione nei pressi di viale Tiziano, strada parallela di via Flaminia nel tratto tra viale delle Belle Arti e Ponte Milvio, l’impianto è talora chiamato PalaTiziano.

 
L’architetto Bruno Zevi paragonò il Palazzetto al Pantheon, suggerendo analogie e paralleli con l’edificio di Adriano: partendo dalle stesse premesse (sala cilindrica sovrastata da una cupola) Zevi rilevò che, laddove il Pantheon racchiude e sottende una forma sferica, la struttura di Nervi e Vitellozzi comprende un emisfero in cui la luce entra lateralmente (e non verticalmente come accade nel Pantheon) e ne allarga idealmente lo spazio, attenuandone l’effetto monumentale. Giuseppe Vaccaro trattò invece delle caratteristiche spaziali dell’edificio, che non permettono un preciso riferimento all’osservatore, il quale ha l’impressione che le dimensioni dell’impianto si riducano al suo avvicinarsi ad esso.

PALAZZO DELLA ZISA | PALERMO

Il palazzo della Zisa (dall’arabo al-ʿAzīza, ovvero “la splendida”) sorgeva fuori le mura della città di Palermo, all’interno del parco reale normanno, il Genoardo (dall’arabo Jannat al-arḍ ovvero “giardino” o “paradiso della terra”), che si estendeva con splendidi padiglioni, rigogliosi giardini e bacini d’acqua da Altofonte fino alle mura del palazzo reale. L’etimologia della Zisa ci viene spiegata da Michele Amari che, nella sua Storia dei musulmani di Sicilia così scriveva:

«Guglielmo … rivaleggiando col padre … si mosse a fabbricare tal palagio che fosse più splendido e sontuoso di que’ lasciatigli da Ruggiero. Il nuovo edificio fu murato in brevissimo tempo con grande spesa e postogli il nome di al-ʿAzîz, che in bocche italiane diventò «la Zisa» e così diciamo fin oggi»

Le prime notizie, indicanti il 1165 come data d’inizio della costruzione della Zisa, sotto il regno di Guglielmo I (detto “Il Malo”), ci sono state tramandate da Ugo Falcando nel Liber de Regno Siciliae. Sappiamo da questa fonte che nel 1166, anno della morte di Guglielmo I, la maggior parte del palazzo era stata costruita “mira celeritate, non sine magnis sumptibus” (lett. “con straordinaria velocità, non senza ingenti spese) e che l’opera fu portata a termine dal suo successore Guglielmo II (detto “Il Buono”) (1172-1184), subito dopo la sua maggiore età.

L’appellativo Mustaʿizz è riferito, secondo Michele Amari, a Guglielmo II, anche in un’iscrizione in caratteri naskhī nell’intradosso dell’arcata d’accesso alla Sala della Fontana.

Un’altra iscrizione, invece, ben più famosa – in caratteri cufici – è tutt’oggi conservata nel muretto d’attico del palazzo, tagliata ad intervalli regolari nel tardo medioevo, quando la struttura fu trasformata in fortezza. Alla luce di queste fonti, la maggior parte degli studiosi sono concordi nel fissare al 1175 la data di completamento dei lavori del solatium reale.

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