Memorie di Adriano

Ivrea di oggi. Esplorazioni in una città ai confini dell’impero.                                                      

Testo di Fulvia Grandizio

 

Qualcosa da cui ricominciare. Architetture senza tempo, che a guardarle oggi ti sembrano ancora belle di quella bellezza sospesa che avevano nelle foto in bianco e nero scattate al tempo della loro costruzione. Una candidatura a sito Unesco per farsi conoscere al mondo, per salvare queste architetture e i luoghi in cui sono inserite, che sono stati gradualmente contaminati nei loro spazi interstiziali da intrusioni speculative e “distrazioni” urbanistiche, ma anche per guardarsi con gli occhi dell’altro e ricordare a noi stessi, in quest’angolo di Canavese ai confini dell’impero, ciò di cui siamo stati protagonisti. È il tardo inverno 1960, il 27 febbraio Olivetti muore improvvisamente. Ivrea si paralizza – è carnevale – i festeggiamenti sono annullati. Il vuoto lasciato da Adriano sarà riempito dal solo disorientamento.

Il Palazzo Uffici pensato per riunire tutte le funzioni direzionali dell’azienda è appena stato commissionato ma una crisi finanziaria interna all’azienda farà perdere l’occasione di vedere interamente realizzata la sistemazione esterna, non priva di echi di esotismo, a firma del paesaggista Pietro Porcinai. Accedere all’atrio, entrare in contatto con la scala centrale, elemento a pianta esagonale di snodo dei tre corpi di fabbrica articolati tra loro nella forma di un’elica, è un’esperienza sorprendente. Architettura che avvolge, ipnotizza, strania e spinge lo sguardo verso l’alto dove una volta a scaglie di prismi di vetro esagonale rimanda all’operosità di un alveare.

La storia dell’impresa Olivetti è la storia della produzione di un’idea organica, declinata quasi in ogni campo del sapere e dell’agire umano. Oggi di tutto quello che è stato resta ancora tangibile il suo essersi concretizzata in manufatti architettonici e raccontare forma e funzione di alcuni tra i più rappresentativi è un modo per rievocare il significato di questa idea. 1941: inaugurazione dell’Asilo nido Olivetti. Gli architetti Luigi Figini e Gino Pollini applicano alla lettera l’autarchia nella forma di citazione elegante del genius loci di quella città costruita su colli che è Ivrea. Si fanno beffe della retorica dell’architettura littoria disegnando spazi funzionali, articolati in blocchi parallelepipedi, razionalisti, che hanno una pelle in pietra locale. Il giardino che asseconda le curve di livello delle rocce dioritiche, un pergolato i cui pilastri sono tagliati nella foggia dei pali in pietra che reggevano le viti, un tempo abbondanti in quelle terre e la vasca d’acqua, che non c’è più, in cui generazioni di bambini si sono divertiti sotto l’occhio attento delle educatrici. E poi gli interni, con una distribuzione calibrata sulle diverse attività che diventerà un modello e, disegnati appositamente, i giocattoli di legno come l’elefante-scivolo e le grandi ceste con le ruote per trasportare i piccoli ospiti.

Poco distante, su via Jervis, arteria lungo la quale si trova gran parte degli edifici aziendali delle origini, la coppia Figini e Pollini ha lasciato un altro segno indelebile nel fabbricato dei Servizi sociali, realizzato tra 1955 e 1959 e giocato sulla modularità dell’elemento esagonale. Suddivisa in due corpi, la struttura a nastro che ospitava nel primo l’infermeria, mentre nel secondo offriva ai dipendenti la possibilità di formazione culturale con una biblioteca sempre aggiornata e, per certi temi come la saggistica e le scienze sociali addirittura specialistica, è non a caso collocata di fronte al principio di tutto: la fabbrica. Ovvero le fabbriche. Dove ha origine via Jervis si trova l’edificio industriale in mattoni a vista in cui Camillo Olivetti insediò nel 1908 la sua officina-laboratorio di meccanica di precisione e in cui creò la prima macchina da scrivere. In adiacenza sono sorti i successivi ampliamenti, tutti firmati Figini e Pollini. I due architetti realizzarono il primo stabilimento a concezione moderna tra 1934 e 1936; al suo interno fu pensato il «Salone dei 2000», spazio di riunione che poteva accogliere i 2000 dipendenti Olivetti di allora. Pochi anni dopo seguono il 2° e 3° ampliamento delle Officine I.C.O. (Ingegner Camillo Olivetti) edifici razionalisti dalle facciate interamente vetrate che saranno completati alla fine degli anni ’40. Chiudono la serie gli stabilimenti della «Nuova I.C.O» sorti tra 1955 e 1957.

A sud della cortina delle fabbriche, la mensa, progettata da Ignazio Gardella alla metà degli anni ’50, è ormai irriconoscibile negli interni frazionati e privati degli arredi, brulicanti di attività diverse. Ma percorrendone il perimetro esterno, anch’esso articolato secondo una geometria esagonale, si ha la sensazione spaesante di trovarsi in Scandinavia, circondati da un abbraccio di rocce e di alberi della flora spontanea di Monte Navale. Qui i pasti erano confezionati sfruttando una filiera corta antesignana con materie prime provenienti da realtà agricole locali che gravitavano nell’orbita aziendale: i cosiddetti stabilimenti I-Rur (Istituto per il Rinnovamento Urbano e Rurale del Canavese) e allo stesso tempo questo è il luogo in cui si sono esibiti o hanno fatto conferenze con cadenza quasi settimanale i nomi più importanti della cultura e dell’arte italiana del secondo dopoguerra. Queste architetture, con le loro funzioni e la progettazione minuziosa, raccontano di un meccanismo d’impresa costruito secondo una «organizzazione scientifica del lavoro» efficiente. Fin dagli anni ’30 del Novecento la politica aziendale era fondata sulla convinzione che fosse indispensabile crescere una manodopera qualificata, indenne da discriminazioni, e conservarla investendo in formazione permanente. Salute e sicurezza sul lavoro erano normati e, per accrescere la fedeltà dei lavoratori, il sostegno aziendale aveva sviluppato i servizi sociali (asili e scuole), la rete dei trasporti e concesso finanziamenti per le ristrutturazioni delle abitazioni dei dipendenti dell’hinterland eporediese. 

Raggiunto il pieno controllo dell’azienda Adriano è profondamente convinto che la qualità dei prodotti sia indissolubile dal loro appeal estetico e per questo, oltre che nella ricerca, investe un’alta percentuale dei proventi nel design e nel marketing. Olivetti ritiene prioritario che la redistribuzione dei profitti ricada sulla comunità che li ha generati e giunge, anche in momenti di crisi, alla scelta di non sacrificare la manodopera in esubero preferendo incrementare la rete della commercializzazione.Negli occhi di chi ha vissuto dal basso, ma non solo, l’esperienza olivettiana traspare una nostalgia che è fatta di orgoglio, di percorsi di riscatto sociale costruiti sull’accesso facilitato all’istruzione, nell’incredulità di quanto fossero all’avanguardia i servizi sociali di cui si è goduto e di quanto queste condizioni lavorative abbiano migliorato la qualità della vita e la “felicità” di un dipendente. Ma il risultato del miglioramento delle condizioni di vita materiali e di accrescimento culturale sono stati cinquant’anni vissuti in una perenne elaborazione del lutto. Come ha osservato il sociologo Luciano Gallino, che lavorò all’Olivetti dal 1956 al 1971 «Dall’ingegner Adriano davvero tutti si aspettavano tutto». Una dipendenza psicologica che è durata nel tempo e ha paralizzato iniziativa e volontà. L’eredità immateriale lasciata da Adriano ha un valore immenso per questi luoghi perché è qui, in una terra di confine, che hanno attecchito prima la fortuna della fabbrica di Camillo, innovativa rispetto alla produzione tessile dominante, e poi l’utopia comunitaria di Adriano. 

Tuttavia si legge oggi ovunque in città un senso di rinuncia, di smantellamento, nel vedere che di anno in anno le immobiliari che gestiscono le proprietà ex-Olivetti vendono pezzi di storia sotto gli occhi dell’amministrazione comunale che gestisce il MAAM, il museo di architettura all’aria aperta delle architetture d’impresa. Tutto accade senza che si sollevi alcun movimento di opinione.Tutelare architetture del XX secolo senza museificarle, consapevoli che cambi di destinazione d’uso comportano adeguamenti che devono essere concessi sensibilizzando le multinazionali, che ne sono ora proprietarie, del valore storico e simbolico di questi edifici e di conseguenza difendere l’idea di cui esse sono espressione è la sfida che si propone la candidatura Unesco per l’Ivrea company town. Ma insieme a questo occorre puntare sul recupero e sul ripensamento, alla luce delle tecnologie di cui oggi si dispone, di prassi ancora valide come il radicamento al territorio dell’impresa, l’applicazione del part-farm-time, con il conseguente rispetto del paesaggio che veniva dal non sradicare i dipendenti dalle loro case – spesso sperdute in luoghi di montagna – e dal lavoro agricolo ad esse connaturato, grazie a una rete di trasporti aziendale capillarmente diffusa in Canavese. Corsi e ricorsi della storia. L’Olivetti dei tempi migliori era fuori dalla Confindustria. Una posizione che significava avere contro i capitalisti, che non comprendevano il motivo per cui Adriano non desse assoluta priorità al profitto, ma anche i marxisti, che lo accusavano di paternalismo. Il non aderire alla Confindustria era una decisione risoluta che aveva, di certo, un significato opposto a quello che la stessa scelta assume oggi per una nota impresa nazionale.

In una situazione come l’attuale, in cui l’unica realistica flessibilità del lavoro è l’adattamento del dipendente all’arbitrio dell’impresa, una riflessione sull’esperienza olivettiana riaprirebbe le menti verso un vissuto che è stato reale e che oggi appare surreale. Ricostruire la città a misura dell’uomo e non del solo profitto. È lo spirito di questi tempi malati che ce lo chiede.  

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