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Everett Kennedy Brown Nel mio percorso di esplorazione della cultura giapponese, mi sono recentemente addentrato profondamente nell’universo giapponese del suono e del silenzio. Parte dell’ispirazione per questa immersione nasce dalla crescente consapevolezza, negli ultimi anni, di quanto io abbia abusato della vista: sia scattando fotografie, sia osservando incessantemente lo schermo del computer o quello del telefono. Avverto come tutto ciò disperda la mia energia.

Ho notato che, quando focalizzo lo sguardo su qualcosa, sembra che questa azione coinvolga soprattutto la parte analitica della mente. Se invece lascio semplicemente rilassare il campo visivo, entrando in uno stato di contemplazione, portando attenzione anche alla periferia della visione, si apre una dimensione più intuitiva. Ed è proprio in questo ambito che la consapevolezza uditiva si sovrappone, generando un punto d’incontro straordinario, fonte d’ispirazione per una nuova serie di lavori fotografici a cui mi sto dedicando.

Nel mio lavoro fotografico attuale, sto esplorando questo confine della visione, là dove si intreccia la consapevolezza sonora.

Ho anche iniziato a suonare musica e sto scoprendo quanto sia meraviglioso il mondo dei suoni che si apre nella mia mente, ampliando la mia connessione con il mondo esterno, specialmente attraverso gli echi. In Giappone, ho trovato luoghi in cui gli echi si prolungano per dodici, quindici, persino diciotto secondi.

La cosa straordinaria dell’eco è che, quando svanisce, proprio sul finire, si percepisce e non si percepisce, si avverte e non si avverte. E quando infine scompare, rimaniamo avvolti da un silenzio di una raffinatezza impareggiabile.

Credo che tutto ciò derivi dall’aver finalmente iniziato a sentirmi a mio agio con me stesso, con le mie imperfezioni, con il mio rapporto non perfetto con il mondo, accettando di abbandonarmi a questo stato, di lasciarmi andare persino al dolore della vita. Così facendo, si aprono dei momenti di gioia, ma soprattutto si aprono nuovi orizzonti da esplorare, nuove dimensioni che emergono.

Everett Kennedy Brown è un artista americano poliedrico residente a Tokyo. Scrive libri in giapponese, esegue antiche musiche per strumenti a fiato e utilizza una macchina fotografica 8×10 con negativi artigianali su vetro per esplorare la profonda cultura nipponica. Le sue immagini innovative fanno parte delle collezioni permanenti di musei giapponesi, europei e americani. Nel 2013 ha ricevuto il “Cultural Affairs Agency Commissioner’s Award” dal governo giapponese come riconoscimento per la sua creatività.

Per gentile concessione di Everett Kennedy Brown | Per cortese concessione della Musubi Academy
The Japanese World of Sound and Silence
Arte, natura e fotografia tra Ottocento e Novecento a Fiesole

Heinrich Ludolf Verworner

Heinrich Ludolf Verworner è stato un pittore tedesco nato a Lipsia nel 1864 e morto a Fiesole nel 1927. Dopo un lungo periodo di soggiorni in varie città italiane, si stabilì definitivamente a Fiesole nel 1901, vivendo innanzitutto nella Villa Martini e poi, dal 1908, nella Villa Gentilini a Fontelucente, che contribuì a restaurare personalmente. A Fontelucente creò anche un giardino claustrale ispirato alla Loggia del Convento di San Marco.

La sua permanenza a Fiesole fu segnata da una stretta relazione con il paesaggio e la luce toscana, elementi che influenzarono molto la sua pittura, la quale è caratterizzata da un senso pànico e mistico della natura. La sua vita non fu priva di difficoltà: durante la Prima guerra mondiale dovette rifugiarsi in Svizzera a causa dei turbamenti della guerra e lì soffrì di una profonda depressione, che lo condusse infine al suicidio nel 1927. Sua moglie Charlotte, anch’essa figura importante nel suo percorso artistico e umano, condivise questa esperienza intensa e tormentata.

Archivio Storico del Comune di Fiesole conserva documenti che testimoniano la sua vita e la sua attività artistica in città, e la vicenda di Verworner è stata oggetto di studi e convegni per la sua rilevanza nell’ambito della cultura artistica tedesca in Toscana nel primo Novecento. La sua arte rappresenta un ponte tra la tradizione rinascimentale italiana e la cultura ideale della sua patria tedesca, inscritta in un contesto internazionale di idealismo filosofico e simbolismo pittorico.

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