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GIARDINI IN TEMPO DI GUERRA | MARCO MARTELLA Ho sempre avuto una predilezione per i piccoli giardini, in particolare per quelli di cui si parla poco o niente e che sono teneramente protetti dall'oblio o dalla negligenza degli uomini. Nei grandi parchi, non mi trovo a mio agio, specialmente se sono pieni di visitatori, perché in tal caso bisogna essere almeno in due per non sentirsi più soli di quanto si è in realtà. Quanto ai grandi giardini storici di cui l'Europa è ricchissima, mi annoiano in fretta. Scenari vuoti, dove soltanto qualche eco - un fruscio di foglie, che so? o lo stillicidio di una fontana che ci si è dimenticati di riparare, nelle parti più recondite vi ricorda che siete in un luogo ancora vivo, un posto che un tempo fu un vero giardino.

Quante ore ho passato nel parco di Versailles, in mezzo alla folla, a domandarmi perché quelle prospettive grandiose che si perdevano nel cielo, quelle fontane che sputavano quantità inaudite d'acqua e quegli schieramenti spettacolari di migliaia d'alberi tutti identici, perfettamente potati, mi lasciavano assolutamente freddo! O nel giardino di Schönbrunn, a Vienna, davanti a impeccabili aiuole di begonie e centinaia di statue che mi guardavano fisso, sentendomi perso, come in mezzo a un labirinto sconfinato! Ci sono ovviamente delle eccezioni. Non tutti i grandi giardini sono così poco accoglienti. Per esempio, Painshill, nel Surrey.

Uno dei parchi storici più visitati e più fotografati d'Inghilterra, su cui sono state scritte decine di monografie soporifere e tuttavia uno dei luoghi che mi hanno fatto capire meglio cos'è un giardino. È però possibile che se Painshill ha lasciato in me un'impressione tanto profonda, così profonda che ho la sensazione di essermene allontanato soltanto l'altro ieri, è perché non l'ho scoperto da semplice visitatore.
Ci ho vissuto. Da giardiniere, ovviamente ...
Un eremita nel mio giardino