UN EREMITA NEL MIO GIARDINO
GIARDINI IN TEMPO DI GUERRA | MARCO MARTELLA
Ho sempre avuto una predilezione per i piccoli giardini, in particolare per quelli di cui si parla poco o niente e che sono teneramente protetti dall’oblio o dalla negligenza degli uomini. Nei grandi parchi, non mi trovo a mio agio, specialmente se sono pieni di visitatori, perché in tal caso bisogna essere almeno in due per non sentirsi più soli di quanto si è in realtà. Quanto ai grandi giardini storici di cui l’Europa è ricchissima, mi annoiano in fretta. Scenari vuoti, dove soltanto qualche eco – un fruscio di foglie, che so? o lo stillicidio di una fontana che ci si è dimenticati di riparare, nelle parti più recondite vi ricorda che siete in un luogo ancora vivo, un posto che un tempo fu un vero giardino.
Quante ore ho passato nel parco di Versailles, in mezzo alla folla, a domandarmi perché quelle prospettive grandiose che si perdevano nel cielo, quelle fontane che sputavano quantità inaudite d’acqua e quegli schieramenti spettacolari di migliaia d’alberi tutti identici, perfettamente potati, mi lasciavano assolutamente freddo! O nel giardino di Schönbrunn, a Vienna, davanti a impeccabili aiuole di begonie e centinaia di statue che mi guardavano fisso, sentendomi perso, come in mezzo a un labirinto sconfinato! Ci sono ovviamente delle eccezioni. Non tutti i grandi giardini sono così poco accoglienti. Per esempio, Painshill, nel Surrey.
Uno dei parchi storici più visitati e più fotografati d’Inghilterra, su cui sono state scritte decine di monografie soporifere e tuttavia uno dei luoghi che mi hanno fatto capire meglio cos’è un giardino. È però possibile che se Painshill ha lasciato in me un’impressione tanto profonda, così profonda che ho la sensazione di essermene allontanato soltanto l’altro ieri, è perché non l’ho scoperto da semplice visitatore.
Ci ho vissuto. Da giardiniere, ovviamente …
Il Giardino dell’Iris si distende sotto l’alto muraglione del Piazzale Michelangelo, in una sintesi spaziale che affianca al David baricentrico del monumento all’arte e alla cultura lo straordinario monumento alla natura delle fioriture dell’iris, emblema per la città. Lo stemma di Firenze ha origini antichissime. Già raffigurato in un’urna funeraria del IV sec.a.C., si fa risalire al popolo etrusco di Fiesole, quel “colle lunato” che si dispiega a settentrione, cosi come le origini del nome floreale, dibattute fin dal medioevo, in latino Florentia o in volgare Fiorenza, “a similitudine dei fiori e dei gigli che abbondanti fiorivano intorno alla città”.
Il raffinato volume affronta un tema di notevole fortuna nel romanticismo europeo, oggi recuperato da studi sul giardino e sulla cultura scientifica «al femminile». Con un linguaggio ricco di suggestioni e riferimenti colti, l’autrice descrive questo «linguaggio», un codice espressivo di antica origine orientale che attribuiva una connotazione sentimentale ai fiori che assurgevano così a emblemi dei moti del cuore. A corredo, le tavole floreali di Pancrace Bessa, piccoli capolavori della pittura botanica coeva.
Traduzione di Giuseppina Garufi
Giardini e paesaggio, 21
2008, cm 17 x 24, x-140 pp. con 12 tavv. f.t. a colori.
ISBN: 9788822257598
«Questa casa era una vera meraviglia ecologica: non tanto grande, posta sul lato d’un giardino abbastanza vasto, sembrava un modellino in legno (tanto dolce era il grigio slavato delle sue persiane). Con la modestia d’uno chalet, ma piena di porte, di basse finestre, di scalinate laterali, come un castello da romanzo. Senza soluzione di continuità, il giardino conteneva tre spazi simbolicamente differenti (e oltrepassare il limite d’ogni spazio era un atto importante). Si attraversava il primo giardino per arrivare alla casa; era il giardino mondano, lungo cui si riaccompagnavano le signore bayonnesi, a piccoli passi, con grandi soste. Il secondo giardino, proprio davanti alla casa, era fatto di piccoli vialetti che giravano intorno a due aiuole verdi identiche; vi spuntavano rose, ortensie (fiore ingrato del sud-ovest), lunigiana, rabarbaro, erbe casalinghe in vecchie cassette, una grande magnolia i cui fiori bianchi arrivavano all’altezza della camera del primo piano; ed è là che, durante l’estate, impavide tra le zanzare, le signore e signorine B. si sedevano su sedie basse a fare dei complicati lavori a maglia. In fondo, il terzo giardino, a parte un piccolo orto con peschi e cespugli di lamponi, era indefinito, a volte incolto, a volte seminato con legumi ordinari; vi si andava raramente, e soltanto nel viale di mezzo». Il mondano, il casalingo, il selvaggio: non è la tripartizione stessa del desiderio sociale? Da questo giardino bayonnese, passo senza stupirmi agli spazi romanzeschi e utopici di Jules Verne e di Fourier.
(Questa casa oggi è scomparsa, distrutta dall’Immobiliare bayonnese.)