Nella produzione architettonica di Carlo Scarpa, il progetto per la chiesa di Nostra Signora del Monte rappresenta un episodio poco noto ma di grande interesse, che riflette la sua capacità di fondere tradizione e innovazione. Situato nella cornice suggestiva delle colline italiane, questo progetto si distingue per l’uso raffinato della luce e dei materiali, elementi chiave del linguaggio scarpiano. La chiesa, mai realizzata, si colloca all’interno della ricerca dell’architetto sulla spiritualità dello spazio, un tema affrontato anche in altre sue opere come il Cimitero di Brion. Scarpa concepì Nostra Signora del Monte come un luogo in cui il sacro e il paesaggio dialogano attraverso geometrie essenziali e una cura quasi artigianale dei dettagli. I materiali tradizionali, come la pietra e il cemento, vengono trattati con estrema sensibilità, mentre elementi architettonici quali scale, aperture e giochi d’acqua contribuiscono a creare un’atmosfera profondamente meditativa. Pur rimanendo un progetto sulla carta, Nostra Signora del Monte rappresenta un’importante testimonianza della poetica scarpiana, in cui ogni elemento architettonico è pensato per evocare contemplazione e armonia con l’ambiente circostante.
Oggi il lavoro di Scarpa viene reinterpretato come anticipatore di tematiche molto attuali, quali la sostenibilità dei materiali e l’importanza di un dialogo costante con il paesaggio. La sua attenzione artigianale alle lavorazioni locali viene riconosciuta come un modello di architettura responsabile, radicata nel territorio e capace di superare le mode effimere. La cura per la luce naturale e la relazione col verde acquisisce oggi valore strategico nella progettazione di spazi resilienti e nella valorizzazione dell’identità dei luoghi, anticipando tendenze come il landscape urbanism e la progettazione bioclimatica.
In parallelo, il lavoro di Edoardo Gellner—con opere come il villaggio di Corte di Cadore—viene ampiamente studiato come esempio di architettura integrata nel paesaggio alpino, capace di valorizzare la cultura costruttiva locale e di anticipare temi come la partecipazione della comunità e la gestione sostenibile dell’ambiente. Esperienze come quelle di Scarpa e Gellner dialogano oggi con una nuova generazione di architetti, che vede nella valorizzazione del contesto, nell’articolazione dei percorsi e nella modularità degli spazi elementi chiave per una progettazione sensibile ai cambiamenti sociali ed ecologici.
La poetica scarpiana, fondata sull’intersezione tra memoria, rito e innovazione, offre strumenti preziosi per affrontare i temi della rigenerazione architettonica e paesaggistica, soprattutto in aree fragili o minacciate dalla standardizzazione. Allo stesso modo, il metodo progettuale di Gellner, basato sull’ascolto delle esigenze collettive e sull’utilizzo sapiente di tecniche tradizionali, si rivela più che mai attuale in un panorama in cui l’architettura è chiamata a essere inclusiva, sostenibile e capace di dialogare con le risorse naturali.
Questa attualizzazione sottolinea come Scarpa e Gellner non siano soltanto figure storiche, ma punti di riferimento vivi per un’architettura italiana che intende salvaguardare il proprio patrimonio, reinventando il rapporto tra spazio costruito, paesaggio e società.
Il Convento di San Bernardino a Ivrea è un luogo ricco di storia, il cui destino si intreccia con il percorso culturale e imprenditoriale della Olivetti. Fondato nel XV secolo, il convento era originariamente un luogo di ritiro e preghiera per i frati francescani, con una struttura architettonica tipicamente medievale, caratterizzata da chiostri e affreschi di grande valore artistico.
Nel XX secolo, con la trasformazione industriale di Ivrea, il convento assunse un nuovo ruolo, diventando la prima sede della Olivetti. Qui, Camillo Olivetti avviò la sua attività nel 1908, ponendo le basi di un’impresa che avrebbe rivoluzionato il mondo della tecnologia e del design industriale. Il luogo, che un tempo era dedicato alla spiritualità, divenne così un centro di innovazione, dove si iniziarono a produrre le prime macchine per scrivere dell’azienda.
Nel corso degli anni, il convento non fu solo un centro produttivo, ma anche un importante luogo di formazione per le nuove generazioni di tecnici e progettisti. La visione di Olivetti non si limitava alla produzione di macchine, ma comprendeva un’idea più ampia di cultura del lavoro, in cui la preparazione professionale e l’educazione umanistica andavano di pari passo. Questo spirito si rifletté anche nei successivi sviluppi dell’azienda, che investì in scuole, biblioteche e iniziative sociali per i propri dipendenti.
Oggi, il Convento di San Bernardino resta un simbolo della fusione tra passato e futuro: da luogo di preghiera a culla di un’impresa illuminata, ha incarnato valori di comunità, innovazione e cultura, che ancora oggi ispirano chi studia la straordinaria esperienza della Olivetti.
Enrico Mattei decise nei primi anni 50 del secolo scorso di costruire una struttura turistica per i dipendenti di Eni e le loro famiglie; dietro al progetto era inclusa sia la visione di Mattei in cui le strategie imprenditoriali erano unite ad un compito sociale, in cui l’azienda stessa si occupava del benessere personale dei dipendenti in un’ottica di superamento delle divisioni tra le classi sociali. Oltre a ciò in Mattei era presente e forte una innovativa concezione di un rinnovato impianto di urbanistica sociale. Per tutte queste ragioni il progetto venne affidato a Edoardo Gellner, che si era da poco occupato del Piano Paesaggistico di Cortina d’Ampezzo (oltre che della realizzazione del Motel Agip in occasioni delle Olimpiadi Invernali del 1956) e che scelse l’area alle pendici del Monte Antelao.
Il villaggio Eni di Borca di Cadore è di un villaggio turistico, composto da un albergo, una chiesa moderna di notevole pregio architettonico, e da 250 villette, sparse nel bosco e quasi invisibili al turista; il centro è posto sulla riva sinistra del Boite alle pendici dell’Antelao, appena sopra Cancia. Il villaggio nasce da un progetto di Enrico Mattei, fondatore dell’ENI, e fu realizzato tra il 1954 e il 1963 come un villaggio vacanze e colonia estiva per i dipendenti della società. Il nome ricorda Cortemaggiore, la località del Piacentino dove fu scoperto un giacimento di petrolio che ebbe un grande impatto mediatico. Nel 2001 Gualtiero Cualbu, titolare di un’agenzia immobiliare di Cagliari, lo rilevò, incaricando del lavoro lo stesso architetto che all’epoca aveva progettato il complesso, il novantaduenne Edoardo Gellner. Già a suo tempo Gellner aveva criticato l’abusivismo edilizio che dilagava deturpando il paesaggio alpino, ideando così un insediamento che “sparisse alla vista”: infatti, una volta cresciuti gli alberi che vi aveva fatto piantare, il villaggio appare letteralmente nascosto dal bosco. Inoltre gli alberi aiutano anche a stabilizzare il declivio su cui sorge il centro e a formare l’habitat per diverse specie. Di notevole importanza architettonica la Chiesa di Nostra Signora del Cadore, costruita per la popolazione del villaggio.
Oggi ad oltre 50 anni della sua realizzazione cosa è rimasto di quello straordinario programma?
Nel VI secolo a.C. approdò sulla costa flegrea, dove oggi c’è la città di Pozzuoli, un gruppo di greci fuggiti dalla tirannia di Policrate. Avevano lasciato la propria patria, l’isola di Samo, diretti verso l’Italia meridionale, dove fondarono una città, Dicearchia, che significa “governo-giusto”.
Dopo 25 secoli – siamo all’inizio degli anni ’50 del ‘900 – altri uomini, provenienti da parti diverse d’Italia, sono arrivati nello stesso luogo con un nuovo compito: contribuire con i loro progetti non solo allo sviluppo del Sud d’Italia, ma anche, umanizzando i processi produttivi dell’era industriale, a dare forma concreta ad una nuova e più giusta relazione tra capitale e lavoro.
Tra questi uomini vanno ricordati tre personaggi che furono protagonisti di quegli anni e che del futuro avevano una grande visione: l’imprenditore Adriano Olivetti, l’architetto Luigi Cosenza e il paesaggista Pietro Porcinai. Lo stabilimento verrà collocato sulla via Domiziana a pochi chilometri da Napoli, lungo quel tratto eccezionale di linea di costa flegrea denominato Arco Felice, dove al magnifico paesaggio dominato dal mare si sovrappone la stratificazione storica sedimentata in millenni di storia.
Afferma Adriano Olivetti il 25 aprile 1955 nel discorso d’inaugurazione dello stabilimento: “La nostra società crede nei valori spirituali, nei valori della scienza, crede nei valori dell’arte, crede nei valori della cultura, crede, infine, che gli ideali di giustizia non possano essere estraniati dalle contese ancora ineliminate tra capitale e lavoro. Crede soprattutto nell’uomo, nella sua fiamma divina, nella sua possibilità di elevazione e di riscatto”.