Cecil Ross Pinsent è stato un rinomato designer di giardini e architetto britannico, celebre per le sue creazioni innovative nei giardini toscani tra il 1909 e il 1939. La sua opera ha reinterpretato in modo fantasioso i concetti dei progettisti italiani del XVI secolo. Nato in Uruguay il 5 maggio 1884, a Montevideo, da Ross Pinsent, uomo d’affari con interessi ferroviari, e Alice Pinsent, Cecil ha intrapreso gli studi di architettura in Gran Bretagna. Tra il 1901 e il 1906, ha dedicato del tempo alla realizzazione di disegni topografici di chiese e case in Gran Bretagna e Francia. Nel 1906, estese la sua attività in Italia, dove, durante un tour in Toscana con l’amico Geoffrey Scott, ha incontrato il celebre storico dell’arte americano Bernard Berenson e sua moglie Mary Berenson. Berenson assunse Scott come bibliotecario, consentendo a Pinsent di partecipare al lavoro su Villa I Tatti. Grazie a questa connessione, Pinsent ha ottenuto accesso a una clientela di prestigio, prevalentemente della comunità di lingua inglese in Toscana, che includeva nomi come Charles Alexander Loeser, Charles Augustus Strong, la signora Alice Keppel, Lady Sybil Cutting e sua figlia, la storica Iris Origo. Pinsent ha iniziato a lasciare il segno nel 1907, apportando modifiche alla Villa Torri Gattaia di Charles Alexander Loeser, e ha proseguito con il design dei giardini di Villa I Tatti (1909-1914) di Berenson, Villa Le Balze (1911-1913) di Strong, La Foce (1927-1939) di Origo e Villa Capponi (dal 1939). Ha anche contribuito alla progettazione del giardino Brdo in Slovenia. Dal 1939 alla fine degli anni ’50, Pinsent ha vissuto principalmente in Gran Bretagna, tranne per una breve visita in Italia nel 1944-45, durante la quale ha lavorato al restauro di ville e giardini danneggiati dalla guerra. A metà degli anni Cinquanta, si è trasferito in Svizzera, stabilendosi a Hilterfingen, dove è poi deceduto il 5 dicembre 1963. Alcuni dei suoi preziosi disegni sono conservati nella biblioteca del Royal Institute of British Architects a Londra.
Un’importante capacità di Pietro Porcinai era quella di individuare i reali problemi e comprendere le procedure idonee, precorrendo sempre i tempi grazie ad una pre-veggenza fondata su basi tecniche sperimentate. Oltre al suo precoce ed innato talento naturale e alla sua intelligenza professionale, Porcinai aveva inoltre maturato una specifica formazione all’estero, in notevole anticipo rispetto ad altri, senza dubbio rimanendo influenzato dalla cultura paesaggistica di quei paesi, in particolare Germania e Belgio, dove aveva fatto pratica di tecniche colturali presso alcuni vivai specializzati. In Italia il percorso della sua formazione si intrecciò con un periodo cruciale dell’arte dei giardini: infatti, proprio nel 1924 Luigi Dami pubblicò II giardino italiano, dimostrando il primato italiano nell’arte dei giardini.
La natura autoctona e caratteristica del giardino italiano, nel riappropriarsi del suo primato in un campo diventato oggetto di studi di stranieri, soprattutto anglosassoni, culminò nella famosa Mostra del Giardino Italiano del 19311 a Firenze, dove si tese alla valorizzazione di un grande passato, senza tuttavia tentare di aprire la strada alla ricerca di nuove forme moderne nell’arte dei giardini. Presidente della Commissione esecutiva’ della mostra fu Ugo Ojetti, sostenitore di un’architettura monumentale e in stile. Nell’ambito della manifestazione furono riproposti dieci modelli ideali di giardini, in una sorta di percorso storico dell’arte dei giardini italiani, concepiti come piccole creazioni scenografiche in cui era presente anche il giardino paesaggistico all’inglese, anche se giudicato estraneo alla tradizione classica nazionale.
Ernesto Pozzi ha iniziato la sua attività nel 1922. Oggi la Grandi Vivai Ernesto di Biella guidata dai figli ha un vivaio che si estende per più di 40 ettari in vari appezzamenti nei dintorni di Biella. La loro diversa esposizione ed il clima biellese consentono di coltivare sia piante delicate al freddo che altre resistenti ed adatte ai giardini di montagna. Dispone di un vasto assortimento di alberi ed arbusti di dimensioni commerciali ed anche esemplari di grande dimensione a pronto effetto il cui apparato radicale è stato preparato più volte.
Bellissimo il vivaio giardino iniziato dal fondatore nel 1950 per offrire ai clienti alcuni esempi di sistemazioni. Con il tempo è divenuto un vero parco botanico ove si possono ammirare molte varietà di alberi e cespugli accostati irregolarmente per favorire i contrasti di forme e colori.Molti visitatori, sia giardinieri e vivaisti, che architetti e progettisti o semplici appassionati del verde, hanno molto apprezzato la visita a questo vivaio e le sue caratteristiche.L’Architetto Paolo Pajrone, scrivendo su Gardenia un elogio del nostro fondatore (luglio 2014) ricordava l’Arch. Russel Page, rimasto entusiasta della visita al Chioso.
L’Associazione Dimore Storiche Italiane, nasce a Roma il 4 marzo del 1977 sull’esempio di analoghe associazioni già operanti in altri Paesi europei. Questo importante sodalizio, che da oltre 40 anni si propone di agevolare la conservazione, la valorizzazione e la gestione delle dimore storiche, è sorto grazie all’impegno e alla passione di alcuni proprietari fedeli custodi di quello che si può senza alcun dubbio definire il più importante patrimonio storico-artistico mondiale. I fondatori di A.D.S.I. furono Gian Giacomo di Thiene, Niccolò Pasolini dall’Onda, Oretta Massimo Lancellotti, Aimone di Seyssel d’Aix, Ippolito Calvi di Bergolo, Augusta Desideria Pozzi Serafini, Rinaldo Chidichimo, Bona Midana Battaglia, Bonaldo Stringher e Bianca Leopardi. Il 22 aprile dello stesso anno si riunì a Palazzo Pasolini dall’Onda il primo Consiglio Direttivo dell’Associazione che elesse all’unanimità Presidente Nazionale Gian Giacomo di Thiene, il quale mantenne questo importante incarico fino al 1986. Nello stesso giorno furono costituite le prime Sezioni regionali: Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Lazio, Lombardia, Marche, Piemonte, Puglia, Toscana, Umbria e Veneto.
L’Associazione Dimore Storiche Italiane (A.D.S.I.) riunisce i proprietari di immobili storici di tutta Italia, che rappresentano una componente importante del nostro patrimonio culturale. Le dimore storiche sono beni culturali di rilevante interesse storico-artistico, “soggetti a vincolo”, e quindi tutelati dallo Stato, che ne deve favorire la conservazione, e sono affidati alla responsabilità dei proprietari. Si tratta di un patrimonio vasto ed eterogeneo: case e palazzi, ville e castelli, ma anche giardini e tenute agricole. Sono distribuiti in tutto il Paese e, per quasi l’80% per cento, situati in campagna o in provincia. Ognuno di questi beni ha una precisa identità, unica in Europa: per la sua storia, per il suo valore culturale e per lo stretto legame con il territorio di riferimento. Unici sono però anche i gravi problemi che la manutenzione di questi beni comporta, a cui devono far fronte quotidianamente i proprietari che ne sono custodi. Sono però beni che, se ben mantenuti e gestiti, possono dare un contributo importante alla vita culturale, sociale ed economica delle comunità in cui sono inseriti. Per raggiungere questo risultato l’Associazione Dimore Storiche Italiane, con i suoi 4500 soci, è costantemente impegnata, insieme all’European Historic Houses Association (EHH), nel promuovere la tutela e la valorizzazione delle dimore storiche.
Villa Revedin Bolasco è un compendio composto da villa e giardino storico, risalente a metà Ottocento e posto nel cuore di Castelfranco Veneto, a ridosso di Borgo Treviso. Il complesso è stato donato da Renata Mazza vedova Bolasco, ultima proprietaria, all’Università di Padova, che nel 2015 ha completato il restauro del giardino e di parte della Villa. Risalente agli anni tra il 1852 e il 1865, Villa Revedin Bolasco nacque per volere del conte Francesco Revedin, che affidò il progetto della villa e del giardino romantico all’architetto Giambattista Meduna. Per primo Meduna ne definì l’impianto, riorganizzando l’area in cui in precedenza sorgevano il complesso architettonico seicentesco “Il Paradiso” di proprietà dei Corner e un giardino all’italiana, entrambi demoliti tra il 1803 e il 1808. Con il contributo di Marc Guignon e Francesco Bagnara fu progettato il giardino, secondo la moda dei landscape gardens inglesi. Il giardino storico di Villa Revedin Bolasco conserva oggi il proprio disegno ottocentesco e conta più di otto ettari tra verde e acque. Popolato da più di mille alberi e da una ricca fauna, ospita al suo interno un’ampia area composta da un lago e due isole, alimentata dalle acque del torrente Avenale. Parte del giardino sono inoltre la cavallerizza, ideata da Guignon con il reimpiego di alcune sculture del precedente giardino all’italiana attribuite a Orazio Marinali, una serra semicircolare di stile moresco, due torri colombare e la cavana per il ricovero delle barche.
La villa appartenuta alle Monache benedettine di San Martino fin dal XIV secolo, passò, nel XV secolo ad Antonio e Bernardo Rossellino e successivamente, nel 1610, a Zanobi di Andrea Lapi. Nel 1718 venne acquistata dai Capponi. Sono i Capponi che definiscono la villa nelle sue forme attuali, come appare nelle incisioni del XVIII secolo. In questo periodo compare: il giardino tergale, concepito come un cortile decorato a motivi rustici e posto ad un livello superiore rispetto all’edificio, l’aranceta, dove sono custoditi vasi d’agrumi, la lecceta, statue in pietra raffiguranti animali.
Nel corso dell’Ottocento numerosi furono i proprietari che si susseguirono, molti dei quali appartenenti alla ricca nobiltà europea. Fra questi Jeanne Keshko, moglie del principe Eugenio Ghyka-Comanesti, che acquista la proprietà nel 1896 tenendola fino al 1925. Durante la seconda guerra mondiale, la villa e il giardino subirono danni ingenti, tanto che quest’ultimo non era più riconoscibile. Nel 1954, sulla base di vecchi documenti, il proprietario Marcello Marchi iniziò un lungo restauro durato sei anni, che riportò la villa al suo antico splendore, dal 1994, gli eredi Zalum ne proseguono l’opera.
Granaiolo, a lawn garden, a garden with cement lines, a Tuscan house, a forest. I visited it on a May morning, the sun fading and reappearing through the clouds. The green of the lawn and the darker hues of the forest were perfect, gleaming. The rainy spring had favored the chromatic richness of the place. While I was familiar with Granaiolo through publications, as Ippolito Pizzetti often emphasizes, to truly understand a garden, to feel its meaning, its poetics, one must see it, visit it, traverse it. Understanding unfolds gradually; the space moves internally and expands, triggering new perspectives from every vantage point. Parallel bands of converging lines lead toward the forest; right angles, sudden shifts, changes of direction continuously renew the vanishing points. Around the structure, descending horizontal planes, emphasized by concrete borders (a stiffening of the contour lines turning linear) create an effect of expansion, even sonorous, which spreads from the house to the green backdrop of the forest. Conversely, when the view is perceived from the forest, the fragmentation of space into successive planes accompanies the ascent and connects the volumes. One finds oneself immersed in a metatemporal atmosphere, outside any chronological placement, in an infinite space despite being enclosed by tree lines.