Enrico Mattei decise nei primi anni 50 del secolo scorso di costruire una struttura turistica per i dipendenti di Eni e le loro famiglie; dietro al progetto era inclusa sia la visione di Mattei in cui le strategie imprenditoriali erano unite ad un compito sociale, in cui l’azienda stessa si occupava del benessere personale dei dipendenti in un’ottica di superamento delle divisioni tra le classi sociali. Oltre a ciò in Mattei era presente e forte una innovativa concezione di un rinnovato impianto di urbanistica sociale. Per tutte queste ragioni il progetto venne affidato a Edoardo Gellner, che si era da poco occupato del Piano Paesaggistico di Cortina d’Ampezzo (oltre che della realizzazione del Motel Agip in occasioni delle Olimpiadi Invernali del 1956) e che scelse l’area alle pendici del Monte Antelao.
Il villaggio Eni di Borca di Cadore è di un villaggio turistico, composto da un albergo, una chiesa moderna di notevole pregio architettonico, e da 250 villette, sparse nel bosco e quasi invisibili al turista; il centro è posto sulla riva sinistra del Boite alle pendici dell’Antelao, appena sopra Cancia. Il villaggio nasce da un progetto di Enrico Mattei, fondatore dell’ENI, e fu realizzato tra il 1954 e il 1963 come un villaggio vacanze e colonia estiva per i dipendenti della società. Il nome ricorda Cortemaggiore, la località del Piacentino dove fu scoperto un giacimento di petrolio che ebbe un grande impatto mediatico. Nel 2001 Gualtiero Cualbu, titolare di un’agenzia immobiliare di Cagliari, lo rilevò, incaricando del lavoro lo stesso architetto che all’epoca aveva progettato il complesso, il novantaduenne Edoardo Gellner. Già a suo tempo Gellner aveva criticato l’abusivismo edilizio che dilagava deturpando il paesaggio alpino, ideando così un insediamento che “sparisse alla vista”: infatti, una volta cresciuti gli alberi che vi aveva fatto piantare, il villaggio appare letteralmente nascosto dal bosco. Inoltre gli alberi aiutano anche a stabilizzare il declivio su cui sorge il centro e a formare l’habitat per diverse specie. Di notevole importanza architettonica la Chiesa di Nostra Signora del Cadore, costruita per la popolazione del villaggio.
Il toponimo “Brolio”, derivante dal termine celtico (gallico) “Brogilo”, col suo nome oltramontano richiama a un’epoca anteriore al mille quando designavasi per Broilo o Brolio “una tenuta selvosa con un recinto ridotto a domestico, e in mezzo a questo il castello per l’abitazione del suo signore”. D’altra parte i nomi che conserva tuttora la contrada intorno a Brolio, come sono quelli di Gaiole, di Monte Luco, di Avane e Avenano, provano l’antico stato selvoso del Chianti, riserva di caccia dei Conti della Berardenga, famiglia di origine salica e primi proprietari conosciuti di Avenano, di Monte Luco e di Brolio.
Da alcuni documenti risalenti al X secolo appare che signore del castello di Brolio e del suo distretto fosse un marchese Bonifazio figlio di un conte Alberto, il quale nel 1009 donò alla Badia di Firenze, fra altre sue corti quella di Brolio insieme col padronato della chiesa parrocchia di San Regolo; donazione che fu poi confermata alla stessa badia dall’imperatore Enrico II, nel 1012 e da Enrico IV, nel 1074.
Le preesistenze dell’attuale villa risalgono al medioevo, e dipendevano originariamente dai Da Quona, vassalli dei conti Guidi, il cui castello fu distrutto nel 1143 dai Fiorentini. Nel Quattrocento dovette essere costruita una casa “da signore” al centro di ampi poderi, che nel catasto fiorentino del 1427 apparteneva a Bartolomeo di Andrea di Domenico «forzerinaio». Nel 1546 è ricordata in una divisione di beni tra due fratelli della famiglia Tolomei.
Nel 1587 vi risiedeva Costanza di Daniello degli Alberti, vedova Tolomei, e nel 1592, probabilmente alla sua morte, fu riscattata dai debitori di suo figlio, che la vendettero a Bartolomeo di Bernardo Gondi, la cui famiglia la possiede ininterrottamente fino ai giorni nostri. Nel documento di cessione la villa è ricordata con «prato, cappella e otto poderi annessi», e Bartolomeo vi aggiunse anche un podere limitrofo di sua proprietà dal 1516. Fin da allora fu stabilito un fidecommesso in favore dei discendenti maschi della famiglia, purché residenti a Firenze.
Inizialmente sorto come castello, baluardo difensivo della repubblica di Siena sulla Montagnola Senese, fu trasformato nel Cinquecento in residenza per iniziativa del proprietario Mino Celsi. Da questa famiglia senese, estintasi precocemente, è probabile che derivi quindi il suo nome. Il restauro cinquecentesco è sicuramente attribuibile all’architetto Baldassarre Peruzzi, per l’esistenza di un disegno, che descrive la cappella circolare e la sistemazione dei muri di terrazzamento. L’architettura del cortile ha inoltre i caratteri propri delle opere peruzziane.
Nel maggio del 1554, durante la Guerra di Siena, il complesso fu severamente danneggiato dalle truppe imperiali, fiorentine e Spagnole del Marchese di Marignano. Appena dopo la resa di Siena il suo proprietario fu sospettato di cospirare contro i Medici, poiché aderiva ad un ristretto gruppo di protestanti, che si manteneva segreto, raccolto attorno ai Sozzini. Durante il XVII secolo, contemporaneamente al restauro del fabbricato, venne iniziato il progetto, dai de’ Vecchi, dei meravigliosi giardini, espressione della cultura barocca. Nel 1802 subentrarono nella proprietà i Chigi, ai quali si devono alcune trasformazioni tardo-ottocentesche della residenza di carattere neogotico, ma limitate al prospetto posteriore e che non inficiano l’aspetto monumentale della facciata principale, rimasto intatto.
Un ulteriore restauro della dimora e del giardino si deve ai principi Aldobrandini, proprietari di Celsa dai primi del Novecento. Nonostante numerosi interventi subiti nel corso dei secoli, l’edificio e il suo contesto paesaggistico conservano il loro carattere cinquecentesco, mantenendo intatta dell’antico castello medievale soltanto la torre d’angolo sud. La villa racchiude al suo interno un cortile di forma triangolare, dalle raffinate proporzioni classiche, correlate al castello di Belcaro, anch’esso modificato da Baldassarre Peruzzi: il cortile è delimitato a valle da un muro in cui si aprono tre portali, chiusi da elaborate cancellate, che attraverso una rampa immettono sul largo terrazzamento di accesso, che raccorda le varie parti dell’assieme monumentale.