Fondato nel 1568 da Ulisse Aldrovandi, il giardino è uno dei più antichi d’Europa, in Italia quarto dopo quelli di Pisa, Padova e Firenze. Sebbene le prime iscrizioni ad indicare un giardino di erbe medicinali a Bologna risalgano al 1365, il giardino che abbiamo oggi nasce dalla proposta del botanico Luca Ghini (1490-1556), che ha poi lasciato l’incarico per creare l’Orto botanico di Pisa, ed è diventato realtà grazie al suo successore Ulisse Aldrovandi (1522-1605). Questi primi giardini erano situati nel Palazzo Pubblico, in un cortile vicino all’odierna Sala borsa, ma una parte venne trasferita nel 1587 in un sito più grande presso Borghetto San Giuliano (oggi Porta Santo Stefano), con una superficie di circa 5000 m². Nel 1653, sotto la direzione di Bartolomeo Ambrosini, il giardino contava un catalogo di circa 1500 specie.
Nel 1740 tutto il giardino viene trasferito a Porta S. Stefano, a cui segue nel 1745 la costruzione di un ibernacolo, dove vengono mantenute le piante esotiche durante l’inverno. Alcune serre neoclassiche sono state aggiunte nel 1765, su progetto di Francesco Tadolini, e ancora si trovano in via San Giuliano. Nel 1803 il giardino è stato spostato nella sua posizione attuale. Il giardino ha subito un periodo di grave trascuratezza nei primi anni del Novecento, quando era stato coperto da un fitto bosco naturale, e nel 1944 i bombardamenti distrussero l’Orangerie di epoca napoleonica del giardino. Dalla fine della seconda guerra mondiale, tuttavia, il giardino è stato gradualmente ristrutturato.
Gli Erbari sono musei molto particolari: in essi è conservata la documentazione della flora mondiale attraverso i campioni di esemplari vegetali essiccati. Sono archivi nei quali i reperti testimoniano gli studi, le ricerche e le esplorazioni che nel tempo hanno contribuito alla conoscenza del mondo vegetale. L’Erbario dell’Università di Torino è ricco di queste testimonianze. Con quasi un milione di campioni conservati, in esso sono documentate le fasi iniziali degli studi botanici in Piemonte, le colture dell’Orto Botanico universitario, le raccolte effettuate nel corso delle prime esplorazioni botaniche extra europee, le fasi iniziali di censimento della flora piemontese fino ai più recenti approfondimenti e studi vegetazionali.
Vi siete mai chiesti perché il profumo dei fiori d’arancio e il sapore delle scorze di limone vi facciano venire in mente un ricordo o il volto di una persona? Nella vita di ognuno gli agrumihanno impresso una traccia silenziosa ma indelebile: un gusto, un’esperienza tattile, una percezione affettiva. Potrete non accorgervene, ma in questi istanti si racchiude la memoria di una vita intera, poiché dietro un frutto si celano non solo pratiche e saperi tramandati da generazioni, ma anche il nostro passato. Questo è un viaggio fra gli agrumeti d’Italia, le loro storie e curiosità locali: una mappa per capire quanto la presenza degli agrumi sia multiforme e radicata nella nostra cultura, dalle grandi piantagioni ai vasi sulle nostre terrazze.
Giardini e paesaggio, 60
2025, cm 19 x 24, viii-332 pp. con 338 figg. n.t. Rilegato.
ISBN: 9788822269850
€ 29,00 € 27,55 – Novità LINK
Sulla nascita e sull’antica funzione dei Giardini Botanici si sa ancora relativamente poco, nonostante numerose testimonianze scritte — rintracciabili in testi classici, arabi e medievali — offrano indizi preziosi sul loro ruolo e significato. Ciò che è certo è che questi giardini affondano le loro radici in epoche molto antiche, legate tanto alla coltivazione quanto alla conoscenza delle piante.
I primi veri esempi documentati di spazi destinati alla raccolta e allo studio delle piante si fanno risalire alla Cina del secondo millennio a.C., dove erano coltivate specie utilizzate nella medicina tradizionale taoista, come l’Artemisia annua, la Scutellaria, il Panax ginseng, e numerose varietà di piante aromatiche e officinali. Parallelamente, anche in India — nel contesto ayurvedico — si svilupparono orti sacri nei quali venivano conservate specie ritenute fondamentali per il trattamento dei disturbi fisici e spirituali, spesso associate a divinità o a pratiche rituali.
Nel Mediterraneo orientale, già a partire dal XV secolo a.C., sono noti esempi significativi come il Giardino Botanico di Karnak, voluto dal faraone Tutmosi III in Egitto. Questo giardino era una sorta di archivio vivente di piante esotiche, coltivate dopo le campagne militari nel Vicino Oriente: tra queste si ipotizza la presenza di cedri del Libano, fichi della Siria, piante aromatiche come il cumino e il coriandolo, oltre a specie ornamentali e alimentari. L’interesse era prevalentemente pratico: l’alimentazione, la profumeria, la fitoterapia.
La nozione di giardino come luogo di studio sistematico della natura vegetale trova un’importante formulazione nel pensiero greco del IV secolo a.C.. Si attribuisce infatti ad Aristotele (384–322 a.C.) e alla sua scuola la creazione dei primi giardini scientifici, che accompagnavano i centri di ricerca e di osservazione del mondo naturale. Qui, le piante non venivano solo coltivate, ma classificate, osservate nei cicli vitali, associate a funzioni curative e simboliche. Il discepolo Teofrasto, padre della botanica, ne approfondì lo studio nel suo celebre trattato Historia Plantarum, ponendo le basi di una scienza che ancora oggi riconosciamo nei giardini botanici contemporanei.
Questi primi orti botanici, perciò, non erano semplici collezioni vegetali, ma veri e propri luoghi di conoscenza e trasmissione, in cui la botanica si intrecciava con la medicina, la religione, la filosofia e l’economia. Un’eredità viva, che si rinnova in ogni giardino botanico ancora oggi esistente.