VILLA SALVIATI European University Institute © ALESSIO GUARINO

EUROPEAN UNIVERSITY INSTITUTE Nel XIV secolo, qui sorgeva il castello di Montegonzi, costruito su terreni precedentemente appartenuti alla famiglia Del Palagio. Nel 1445, Arcangelo Montegonzi lo vendette ad Alamanno Salviati, colui che introdusse in Toscana la coltivazione dell’uva Salamanna e del gelsomino. Alamanno incaricò gli artigiani di Michelozzo di trasformare il castello in una villa, completa di giardini e bosco. Entro il 1490, i nipoti di Alamanno, dividendo l’eredità dello zio, concessero la villa a Jacopo, imparentato con Lorenzo de’ Medici. Nel 1493 iniziarono importanti lavori di ristrutturazione, probabilmente con il coinvolgimento di Giuliano da Sangallo, durati circa un decennio. Giovan Francesco Rustici contribuì al progetto creando, tra il 1522 e il 1526, una serie di tondi in terracotta raffiguranti soggetti mitologici come Apollo e Marsia o Giove e Bellerofonte. Nel 1529, la residenza fu saccheggiata dalla fazione anti-Medici e, tra il 1568 e il 1583, Alamanno di Jacopo Salviati e suo figlio Jacopo ampliarono e abbellirono ulteriormente la villa, inclusi i giardini (1570-1579) e gli edifici lungo il confine settentrionale, creando uno sfondo scenografico legato alla villa. Il primo gennaio 1638, la testa recisa dell’amante di Alamanno, Caterina Canacci, fu portata alla villa dei Salviati, nascosta tra la biancheria inviata settimanalmente dalla moglie di Salviati, Veronica Cybo.
La villa passò successivamente alla famiglia Aldobrandini-Borghese e, il 30 dicembre 1844, fu acquistata “con tutto quanto contiene” dall’inglese Arturo Vansittard. Successivamente entrò in possesso del tenore Giovanni Matteo De Candia, noto come Mario, che vi risiedette con la moglie, la soprano Giulia Grisi, poi del banchiere svedese Gustave Hagerman e infine, nel 1901, della famiglia Turri. Durante la Seconda Guerra Mondiale servì come centro di comando alleato; Lensi Orlandi ricordava le visite notturne di “donne fiorentine gentili e benestanti, spesso mature matrone,” che “varcavano la soglia di queste sale per rendere omaggio ai vincitori tanto ammirati.” Seguì un lungo periodo di semi-abbandono, durante il quale la villa risultava inaccessibile anche agli studiosi (Lensi-Orlandi vi visitò nel 1950, ma Harold Acton non poté nel 1973).
Nel 2000, il complesso monumentale, insieme ai giardini, fu acquisito dallo Stato italiano per l’Istituto Universitario Europeo, che lo destinò a sede degli Archivi Storici dell’Unione Europea; tra i vari documenti conservati vi sono carte personali dei padri fondatori come Alcide De Gasperi, Paul-Henri Spaak, Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi. I lavori di ristrutturazione si completarono nell’ottobre 2009 e il 17 dicembre 2009 il Presidente Giorgio Napolitano inaugurò gli Archivi Storici dell’Unione Europea. Questa villa era collegata a Villa Emilia (situata più in alto), un tempo convento di monache cistercensi soppresso nel 1453, tramite una galleria sotterranea; da qui l’altro nome con cui la villa è nota, “del Ponte alla Badia.”
ARCHITETTURA
Il corpo principale della villa rivela le sue origini militari, in particolare nelle due torri angolari merlate e nel parapetto con camminamento su mensole, che ricorda, ad esempio, la villa di Careggi. La villa è composta da due strutture contigue ma architettonicamente simili: quella orientale, più massiccia e alta, e quella occidentale, di minore volume e altezza. L’edificio si articola attorno al cortile centrale, con un portico su tre lati con colonne in Pietra Serena e capitelli corinzi; il fregio interno è decorato con fregi a sgraffito, nei quali sono inseriti i tondi di Rustici corrispondenti agli archi a tutto sesto. Gli spazi interni presentano spesso volte a costoloni, volte a botte e volte a crociera.
GIARDINI
L’accesso alla facciata sud della villa avviene tramite un lungo viale fiancheggiato da cipressi che originariamente conduceva a Via Faentina e, dopo la costruzione della ferrovia, fu modificato per creare un passaggio sopra di essa. Il giardino all’italiana di fronte alla villa, costruito su tre terrazze a livelli diversi, sebbene in fase di restauro, è composto da parterre geometrici di bosso con specie fiorite. La proprietà è poi circondata da un ampio parco all’inglese, che comprende, tra le altre cose, un bambuseto, due stagni e, sparsi nel parco, diversi elementi decorativi come statue, tempietti, grotte, fontane, padiglioni e altro ancora.
VILLA SALVIATI FIRENZE
VIAGGIARE IN TOSCANA TRA RESIDENZE D’EPOCA, CASTELLI E GIARDINI STORICI

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L’Associazione Dimore Storiche Italiane, nasce a Roma il 4 marzo del 1977 sull’esempio di analoghe associazioni già operanti in altri Paesi europei. Questo importante sodalizio, che da oltre 40 anni si propone di agevolare la conservazione, la valorizzazione e la gestione delle dimore storiche, è sorto grazie all’impegno e alla passione di alcuni proprietari fedeli custodi di quello che si può senza alcun dubbio definire il più importante patrimonio storico-artistico mondiale. I fondatori di A.D.S.I. furono Gian Giacomo di Thiene, Niccolò Pasolini dall’Onda, Oretta Massimo Lancellotti, Aimone di Seyssel d’Aix, Ippolito Calvi di Bergolo, Augusta Desideria Pozzi Serafini, Rinaldo Chidichimo, Bona Midana Battaglia, Bonaldo Stringher e Bianca Leopardi. Il 22 aprile dello stesso anno si riunì a Palazzo Pasolini dall’Onda il primo Consiglio Direttivo dell’Associazione che elesse all’unanimità Presidente Nazionale Gian Giacomo di Thiene, il quale mantenne questo importante incarico fino al 1986. Nello stesso giorno furono costituite le prime Sezioni regionali: Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Lazio, Lombardia, Marche, Piemonte, Puglia, Toscana, Umbria e Veneto.

L’Associazione Dimore Storiche Italiane (A.D.S.I.) riunisce i proprietari di immobili storici di tutta Italia, che rappresentano una componente importante del nostro patrimonio culturale. Le dimore storiche sono beni culturali di rilevante interesse storico-artistico, “soggetti a vincolo”, e quindi tutelati dallo Stato, che ne deve favorire la conservazione, e sono affidati alla responsabilità dei proprietari. Si tratta di un patrimonio vasto ed eterogeneo: case e palazzi, ville e castelli, ma anche giardini e tenute agricole. Sono distribuiti in tutto il Paese e, per quasi l’80% per cento, situati in campagna o in provincia. Ognuno di questi beni ha una precisa identità, unica in Europa: per la sua storia, per il suo valore culturale e per lo stretto legame con il territorio di riferimento. Unici sono però anche i gravi problemi che la manutenzione di questi beni comporta, a cui devono far fronte quotidianamente i proprietari che ne sono custodi. Sono però beni che, se ben mantenuti e gestiti, possono dare un contributo importante alla vita culturale, sociale ed economica delle comunità in cui sono inseriti. Per raggiungere questo risultato l’Associazione Dimore Storiche Italiane, con i suoi 4500 soci, è costantemente impegnata, insieme all’European Historic Houses Association (EHH), nel promuovere la tutela e la valorizzazione delle dimore storiche.

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VILLA I TATTI

In antichità la costruzione fu posseduta dagli Zati, che la vendettero nel 1563 a Giulio d’Alessandro del Caccia dai cui figli, nel 1603, l’acquistò Porzia di Tommaso de’ Bardi vedova di Niccolò di Francesco degli Alessandri. Restò agli Alessandri fino al 1854, quando il conte Carlo di Gaetano la vendette a John Temple-Leader, che la inglobò nei suoi vasti possedimenti sulle colline di Maiano e di Vincigliata. Alla sua morte fu ereditata da Lord Westbury. Nel 1907 Bernard Berenson (1865-1959) e la moglie Mary Pearsol Smith, che abitano la villa già dal 1900, decidono di acquistare la proprietà.

Al momento dell’acquisto la villa lascia molto a desiderare, il giardino si limita a gruppi sparsi di vecchi cipressi e ad una limonaia. Berenson in quel periodo comincia però a ricevere una retribuzione regolare dal grande mercante americano Joseph Duveen e pertanto può acquistare anche il terreno circostante. Questa e il giardino sono trasformati a partire dal 1909 da Cecil Pinsent e Geoffrey Scott, che furono introdotti dagli stessi Berenson nella ricca comunità angloamericana, all’epoca molto numerosa sui colli fiorentini.

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