Originaria delle foreste decidue del Madagascar, dove oggi è purtroppo rara in natura a causa della deforestazione, la Delonix regia è diventata una regina dei tropici, coltivata in quasi ogni angolo del mondo dove il clima lo permette. La sua chioma ampia e ombrelliforme, il suo portamento quasi teatrale, sembrano disegnati per esaltare la bellezza e la meraviglia. E poi i fiori: rosso fuoco, grandi, aperti come mani che offrono calore. Spesso, tra i petali, uno appare più chiaro, screziato di bianco o giallo: è il petalo estroverso, quello che accoglie l’impollinatore come un tappeto.
Il nome “Delonix” viene dal greco, delos (evidente) e onyx (artiglio), in riferimento alla forma evidente e artigliata dei petali. Ma è con l’epiteto regia che la pianta si veste della sua aura imperiale. Non si tratta solo di un ornamento. In molte culture tropicali, dall’India ai Caraibi, il flamboyant è simbolo di bellezza sfolgorante, ma anche di transitorietà: le sue fioriture avvengono infatti in una stagione breve, spesso all’inizio della stagione delle piogge, come se la terra stessa avesse bisogno di un’esplosione di gioia prima di rinnovarsi.
In alcune regioni africane si narra che la Delonix sia nata da una promessa d’amore non mantenuta. Una giovane donna, abbandonata alla vigilia delle nozze, piantò il seme del suo dolore nella terra. Da esso crebbe un albero maestoso che non dava frutto né alimento, solo fiori bellissimi e inutili: la bellezza del rimpianto. In India invece si racconta che il flamboyant sia il fuoco caduto dagli dei per ricordare agli uomini la potenza della creazione.
Come ogni regina, la Delonix regia ama condizioni precise: terreni ben drenati, calore costante, sole pieno. Teme il gelo — basta un inverno sotto i 5 °C a condannarla — ed è per questo che la si ritrova solo nelle fasce tropicali e subtropicali del pianeta. Eppure, da quando fu introdotta fuori dal Madagascar nel XIX secolo, è riuscita a mettere radici in ogni continente. L’India, il Sud-est asiatico, l’America centrale, l’Africa occidentale, le isole del Pacifico: ovunque la Delonix regia ha trovato giardini, viali, piazze in cui prosperare. Persino alcune città mediterranee con microclimi favorevoli ne ospitano esemplari longevi e spettacolari, spesso piantati nei giardini botanici.
La propagazione avviene principalmente per seme, con una curiosa nota: i semi, durissimi, hanno bisogno di essere scalfiti o immersi in acqua bollente per poter germinare. È come se la pianta chiedesse una prova di volontà prima di nascere. E quando germina, cresce rapidamente, come presa da una sete di luce. In climi favorevoli può fiorire già dopo cinque anni, anche se in natura tende a svilupparsi con più lentezza.
Spesso la si pianta come albero ornamentale, più raramente per la sua utilità. Il legno, infatti, è fragile, non adatto a usi strutturali. Ma nessuno coltiva una Delonix per costruirvi una casa. È un albero da contemplare, da vivere sotto. I suoi rami orizzontali offrono ombra generosa, rifugio dal sole tropicale, luogo ideale per le sieste, le chiacchiere lente, o per nascondersi durante un acquazzone improvviso.
A me piace pensare che ogni flamboyant sia un ambasciatore del Madagascar, una memoria vivente della biodiversità straordinaria di quell’isola. Ogni volta che ne incontro uno, anche in un angolo sperduto dell’India, dell’Honduras o della Nuova Caledonia, sento che la botanica non è solo scienza, ma racconto, emozione, presenza. La Delonix regia è questo: un racconto in forma d’albero, scritto con inchiostro rosso fuoco sul cielo d’estate.