© TAKERU GUARINO

LOST PARADISE

Il nostro vero destino non è lo spazio, è il tempo B. Chatwin

C’è una teoria, affascinante quanto indimostrabile, secondo cui l’uomo non sarebbe nato per restare fermo. Lo scrittore inglese Bruce Chatwin la portò fino in Australia, sulle tracce dei songlines: i sentieri invisibili che, nella cosmologia aborigena, gli antenati del Tempo del Sogno percorsero cantando il mondo in esistenza. Camminando, questi esseri primordiali nominarono ogni roccia, ogni pozza d’acqua, ogni albero, ogni ansa del fiume — e in quell’atto di nominare li fecero esistere. Ogni canto era insieme una genesi e una mappa: seguirne le note, ancora oggi, significa poter attraversare l’intero continente senza mai perdere la strada, perché il territorio stesso custodisce la memoria di quel canto originario.

Per gli aborigeni non esiste terra che non sia già stata cantata, non esiste natura muta: il paesaggio è un testo, scritto in un tempo che non è passato ma perennemente presente, e chi cammina non fa che ripercorrere — con il corpo, con la voce — una narrazione che qualcun altro ha già intonato prima di lui. Chatwin ne rimase folgorato al punto da farne il cuore del suo viaggio: non un semplice reportage, ma un tentativo di capire se quella stessa irrequietezza, quel bisogno di muoversi che gli aborigeni avevano trasformato in cosmologia, non fosse in realtà una condizione scritta in ogni essere umano, sedentario o nomade che fosse.

Dall’altra parte del mondo, in una foresta ancora più fitta e meno battuta, un giovane botanico americano stava imparando una lezione simile, ma partendo da un altro alfabeto: non quello dei canti, bensì quello delle piante. Richard Evans Schultes arrivò in Amazzonia nel 1943 con l’incarico di studiare per un anno le piante velenose usate nei veleni delle frecce; vi rimase tredici. In quel tempo lunghissimo mise insieme una delle più straordinarie collezioni botaniche mai raccolte — oltre 25.000 esemplari, molti sconosciuti alla scienza — ma la sua vera scoperta fu un’altra: comprese che nessuna pianta, nella foresta, poteva essere davvero conosciuta senza conoscere prima le persone che la usavano da generazioni. Fu il primo a documentare in modo sistematico quella dipendenza intima, quasi filologica, tra i popoli amazzonici e il loro territorio vegetale, gettando le basi di una disciplina nuova, l’etnobotanica.

Come Chatwin tra gli aborigeni, anche Schultes imparò a leggere un paesaggio che agli occhi di un estraneo sarebbe rimasto indecifrabile: dove un viaggiatore qualunque avrebbe visto solo vegetazione indistinta, lui iniziò a distinguere nomi, usi, storie, confini invisibili tracciati non da canti ma da radici, cortecce, resine — un’altra forma della stessa, identica idea: che il territorio non si racconta da solo, ma ha bisogno di chi sappia fermarsi abbastanza a lungo da ascoltarlo.

È in questa idea di paesaggio come soglia, come testo da attraversare più che da possedere, che si radicano i luoghi raccolti in questa sezione: altopiani sospesi, deserti, foreste primarie, isole remote, ghiacciai — territori dove la natura non è sfondo ma protagonista assoluta, e l’uomo, quando c’è, è solo di passaggio.

Sono luoghi dove il viaggio si fa interiore quasi senza volerlo. La solitudine — quella vera, non cercata come posa ma incontrata per necessità — diventa lo strumento attraverso cui il paesaggio si rivela per intero. Non ci sono distrazioni: solo il vento, la luce che cambia, un ritmo che non è più quello delle nostre giornate ma quello della terra stessa.

Territori da attraversare non per conquistarli, ma per lasciarsi attraversare a loro volta.

BLUE RIVER PROVINCIAL PARK

LOST PARADISE VIAGGI | NEW CALEDONIA

Il Blue River Provincial Park è una perla naturalistica che fa parte della vasta riserva faunistica di Upper Yaté, che si estende su una superficie di 15.900 ettari. Questo parco, ricco di bellezze naturali, abbraccia i bacini dei fiumi Blue, White e Month of May, quest’ultimi collegati al lago Yaté tramite la diga Yaté, costruita nel 1958. Le acque di questi fiumi si mescolano nel grande lago, le cui sponde e la lunghezza sono parzialmente incluse nel parco, creando uno scenario di straordinaria bellezza, con una vasta foresta sommersa che arricchisce il paesaggio subacqueo. Il parco si distingue per un’altitudine che varia dai 160 ai 1.250 metri, creando un’ampia diversità di microclimi e habitat naturali. L’idrografia e la geologia uniche, con formazioni di roccia di peridotite, contribuiscono alla presenza di numerosi fenomeni naturali di grande interesse, come cascate imponenti, pozze d’acqua cristalline e marmitte giganti che adornano la valle del Fiume Azzurro, rendendo la zona un vero e proprio paradiso per gli appassionati di natura incontaminata. Il parco ospita due biomi tipici della Nuova Caledonia: la macchia mediterranea che cresce su rocce di peridotite e la lussureggiante foresta pluviale tropicale, che insieme creano un mosaico ecologico di inestimabile valore. La biodiversità della regione è straordinaria, con un’alta concentrazione di specie endemiche che non si trovano in nessun altro luogo al mondo. In particolare, il Blue River Provincial Park è noto per essere uno degli ultimi rifugi naturali del kagu, un uccello raro e in via di estinzione che rappresenta un simbolo della Nuova Caledonia. La popolazione di questo straordinario uccello, che conta circa 700 individui, costituisce la più grande popolazione selvatica di kagu esistente. Al di là del kagu, il parco è anche casa di altre specie rare e preziose, tra cui il corvo mangiatore di miele, il notou, il corvo della Nuova Caledonia e il geco crestato. Questi animali, insieme alla flora unica che caratterizza la regione, rendono il Blue River Provincial Park un autentico santuario per la conservazione della biodiversità e un’area di grande interesse per la ricerca scientifica e per chi ama immergersi in un ecosistema primordiale e selvaggio.

 

 

LEARN MORE 

TAKETOMIJIMA

LOST PARADISE VIAGGI | OKINAWA

Taketomi è un’incantevole isola situata nella prefettura di Okinawa, caratterizzata da una morfologia bassa e sabbiosa, prevalentemente costituita da calcare di corallo sollevato. Questo paesaggio naturale è punteggiato da numerose aree pianeggianti che si estendono per circa 9 km di circonferenza. La sua forma ovale, leggermente allungata in direzione nord-sud, conferisce all’isola un aspetto unico e distintivo, visibile chiaramente dall’alto. L’intera isola di Taketomi è inclusa all’interno del Parco Nazionale di Iriomote-Ishigaki, una delle aree protette più importanti della regione, che tutela sia la biodiversità terrestre che marina. La costa occidentale dell’isola è particolarmente significativa, essendo stata designata come “Zona Speciale di Secondo Grado”. Qui si trova Kondoi-hama, una delle spiagge più apprezzate per il nuoto grazie alla sua sabbia fine e alle acque cristalline, oltre a Kaiji-hama, nota per la sua sabbia stellata, un fenomeno naturale che attira numerosi visitatori e curiosi. Dal punto di vista ecologico, Taketomi è anche un crocevia per gli amanti del mare e delle immersioni subacquee. L’isola si trova all’interno del più grande lago corallino del Giappone, il Lago Ishigaki Iriomote Reef, che ospita diverse formazioni coralline di grande bellezza. Le acque che circondano la regione nord-ovest dell’isola di Takidunguchi, la zona sud-ovest di Shimobishi e le acque al largo del sud di Taketomi sono tutte designate come “Area del Parco Marino”. Queste zone offrono un ecosistema marino straordinariamente ricco e incontaminato, che attira subacquei e appassionati di natura provenienti da tutto il mondo, desiderosi di esplorare le meraviglie subacquee di questa parte del Giappone. La ricca biodiversità e la bellezza naturale di Taketomi la rendono una destinazione ideale per chi cerca un’esperienza immersa nella natura, lontano dalle frenesie delle città, un luogo dove la cultura e l’ambiente si intrecciano armoniosamente.

 

 

LEARN MORE 

Elias Canetti

Le voci di Marrakech

Note di un viaggio

Elias Canetti soggiornò per un certo periodo del 1954 a Marrakech. Il grande lavoro su Massa e potere era giunto a un momento di stasi e lo scrittore sentiva il bisogno di nuove voci, di voci incomprensibili, come quelle che lo avvolsero nella splendida città chiusa dalle sue mura. Vagando per i suk, per le strette vie, per i mercati e le piazze, fra cammelli, mendicanti, donne velate, cantastorie, farabutti, ciechi, commercianti, Canetti, con la sua stupefacente prensilità, capta forme e suoni: «Gli altri, la gente che ha sempre vissuto là e che non capivo, erano per me come me stesso». E il suo libro ha la perfezione e la compattezza dell’istantaneo.

Traduzione di Bruno Nacci

gli Adelphi, 248
2004, 14ª ediz., pp. 126
isbn: 9788845918681

NOUMEA

LOST PARADISE VIAGGI | NEW CALEDONIA

Il popolo Kanak è l’indigeno originario della Nuova Caledonia, un arcipelago situato nel Pacifico sud-occidentale, tra l’Australia e le isole Fiji. Appartenenti all’ampia famiglia dei popoli melanesiani, i Kanak custodiscono una civiltà millenaria profondamente radicata nella relazione armoniosa con l’ambiente naturale. La loro cultura è ricchissima e si tramanda prevalentemente attraverso le tradizioni orali, la mitologia ancestrale, l’artigianato ligneo e tessile, la danza rituale e una musica intrisa di significati spirituali e sociali. La società Kanak è strutturata in clan tribali, ciascuno con un proprio territorio, simboli identitari e autorità tradizionali. Il legame con la terra – considerata sacra e parte integrante dell’identità individuale e collettiva – è al centro della visione del mondo kanak, così come la dimensione spirituale, che permea ogni gesto quotidiano e collettivo. L’arte cerimoniale, l’architettura delle grandi capanne comunitarie (grande case), e il concetto di “la coutume” (una forma ritualizzata di dono e riconoscimento reciproco) riflettono l’importanza delle relazioni sociali e della memoria collettiva. Con l’arrivo dei colonizzatori francesi nel XIX secolo, i Kanak furono sottoposti a espropriazioni di terre, restrizioni culturali e discriminazioni sistemiche. Molti furono confinati in “riserve indigene”, e le loro istituzioni tradizionali furono indebolite. Tuttavia, nonostante decenni di marginalizzazione, il popolo Kanak ha mantenuto viva la propria cultura, trasformandosi in uno dei più forti simboli di resistenza e dignità dell’intero Pacifico. Negli ultimi decenni, il movimento indipendentista kanak ha acquisito forza, rivendicando non solo l’autodeterminazione politica ma anche la tutela della lingua, delle pratiche culturali e della sovranità territoriale. Il processo di decolonizzazione, sostenuto dagli Accordi di Matignon (1988) e di Nouméa (1998), ha aperto nuove prospettive, pur in un contesto ancora fragile e segnato da tensioni. Oggi i Kanak continuano a lottare per il riconoscimento pieno della loro identità e dei loro diritti, rappresentando il cuore pulsante della diversità culturale della Nuova Caledonia e una voce viva della memoria storica del Pacifico.

 

 

LEARN MORE 

Azzorre, giardini sospesi sull’oceano

Tra natura vulcanica e architetture del verde spontaneo

In mezzo all’Atlantico, dove le correnti oceaniche incontrano i venti d’occidente, si ergono le nove isole delle Azzorre: frammenti di terra nati dal fuoco e modellati dall’acqua. La loro origine vulcanica ha dato vita a un paesaggio tra i più singolari d’Europa: crateri diventati laghi, falesie vestite di felci arboree, altipiani coperti di ortensie azzurre che disegnano confini vegetali come pennellate di un pittore naturalista. Il paesaggio azzorriano è un mosaico in continuo mutamento, dove la natura colonizza e ricompone i segni della geologia. Ogni isola racconta una diversa fase di questo dialogo tra elementi: São Miguel, la più grande, alterna pascoli di un verde intenso a sorgenti termali e giardini storici come il Terra Nostra Garden, una delle collezioni botaniche più antiche dell’Atlantico. Qui, tra le acque ferruginose e le ombre delle camelie, si ritrovano esemplari di felci arboree australiane, araucarie e antiche camellie introdotte dai viaggiatori ottocenteschi. Sull’isola di Flores, l’acqua domina il paesaggio con cascate verticali e laghi craterici immersi in una vegetazione quasi primordiale. Qui, l’endemismo è protagonista: l’erica azzorriana (Erica azorica), il ginepro (Juniperus brevifolia) e il lauro delle Azzorre (Laurus azorica) compongono le ultime porzioni di foresta laurifolia, relitto del grande manto vegetale subtropicale che un tempo copriva il Mediterraneo.

 

 

LEARN MORE