Delonix regia (Bojer ex Hook.) Raf. READ MORE Felci Pteridophyta READ MORE Monstera Deliciosa READ MORE Mangrovie READ MORE © ALESSIO GUARINO

È affascinante osservare come le piante, pur essendo organismi fissi, abbiano evoluto meccanismi di straordinaria precisione per affrontare le sfide della sopravvivenza. La loro crescita non è casuale, ma guidata da risposte innate agli stimoli esterni: il fototropismo le orienta verso la luce, il gravitropismo le ancora al suolo, mentre la nictonastia regola i loro movimenti quotidiani. Le strategie riproduttive delle piante rivelano un grado ancora maggiore di adattamento. Alcune specie, attraverso il perfezionamento delle strutture floreali e la produzione di nettare, hanno instaurato relazioni complesse con gli impollinatori, garantendo il successo riproduttivo anche a grandi distanze. Altre, come le orchidee, presentano forme così finemente specializzate da richiedere una sola specie di insetto per l’impollinazione, a testimonianza dei sorprendenti processi di coevoluzione della natura.

«È interessante contemplare un pendio intricato, ricoperto da molte piante di vario tipo, con uccelli che cantano tra i cespugli, insetti che svolazzano qua e là e vermi che strisciano nella terra umida; e riflettere sul fatto che tutte queste forme così finemente costruite, tanto diverse tra loro e allo stesso tempo così strettamente interdipendenti, siano state tutte prodotte da leggi che agiscono intorno a noi.» — Charles Darwin, L’origine delle specie (1859)

Perfino nelle loro radici, le piante intrattengono interazioni invisibili ma fondamentali. La simbiosi con batteri azotofissatori e funghi micorrizici consente loro di assorbire nutrienti con un'efficienza ben superiore a quella delle loro sole capacità individuali. Questa cooperazione silenziosa ma profonda riflette l’interconnessione tra tutte le forme di vita. Se consideriamo la loro storia evolutiva, vediamo che la conquista della terraferma da parte delle piante rappresenta uno degli eventi più determinanti nella storia della vita. Dai primi semplici muschi, passando per i maestosi gimnosperme, fino al predominio delle angiosperme, le piante non si sono solo adattate all’ambiente, ma lo hanno anche modellato. Non sono esseri passivi, bensì architetti attivi della biosfera, regolando l’aria che respiriamo e sostenendo la complessa rete della vita da cui tutti gli organismi dipendono. I silenziosi architetti della vita: la maestria evolutiva delle piante
Un gesto antico e universale che unisce mito, morte e memoria attraverso i riti delle civiltà del mondo.

DIRLO ALLE API

In tempi lontanissimi, ben prima che le parole venissero scritte su pergamena, l’uomo guardava le api con timore e meraviglia. In ogni angolo del mondo, dal bacino del Mediterraneo fino alle foreste amazzoniche, le api erano viste come creature sacre, messaggere degli dèi, spiriti dell’aria e della terra. Le loro danze, i loro canti, la geometria perfetta dei favi erano interpretati come segni del divino. Nella mitologia etrusca, che ci è giunta solo in frammenti e simboli, le api appaiono associate ai riti funerari e alla sopravvivenza dell’anima dopo la morte. Alcuni studiosi hanno letto nelle raffigurazioni delle tombe etrusche la presenza di esseri alati simili ad api, accompagnatori del defunto verso l’oltretomba, una sorta di guida sottile tra i mondi. Anche nel mondo greco le api erano collegate al mistero della morte e della rinascita. La sacerdotessa di Demetra era detta “Melissa”, cioè ape, e secondo il mito fu un’ape a nutrire il neonato Zeus con miele, nascosto in una grotta per sfuggire a Crono. Le api erano le nutrici degli dèi.

Nel culto orfico, che prometteva un aldilà di luce e consapevolezza, l’anima era spesso paragonata a un’ape: laboriosa, silenziosa, capace di raccogliere nettare dai fiori dell’esperienza. Morire, per questi iniziati, era come tornare all’alveare, al centro del cosmo. In questo contesto di credenze antiche, l’usanza di “dirlo alle api” dopo la morte di qualcuno appare come una naturale prosecuzione del pensiero simbolico: se le api erano anime, o almeno loro interlocutrici, bisognava renderle partecipi degli eventi umani. Dall’altra parte del mondo, presso i popoli aborigeni australiani, le api (in particolare quelle senza pungiglione) sono parte delle storie del Dreamtime, il tempo del sogno originario. In queste narrazioni sacre, le api non sono solo produttrici di miele, ma anche custodi di conoscenze ancestrali, segni viventi del legame tra la terra e i suoi abitanti. L’atto di raccogliere miele era spesso accompagnato da canti e rituali, per non disturbare l’equilibrio spirituale.

Sul monte Jinfo, nella municipalità di Chongqing al confine tra Guizhou e Sichuan, un albero misurato negli anni 50 del XX secolo aveva un tronco dal diametro di oltre 3,6 m. Un altro, misurato nel 1999 e manifestamente più vecchio della città vicina, vantava un tronco di oltre 3,5 m di diametro. In tutto, 70 alberi del monte Jinfo sono stati rilevati con diametro superiore a 1 m; in otto casi il diametro superava 2 m. In quella regione vi sono molti alberi con tronchi che eguagliano quello del ginkgo di Kew, che crescono accanto a esemplari giovanili e plantule, a sostegno della loro propagazione spontanea?

Il ginkgo oggi cresce in tutto il mondo, ma quasi ovunque vi è stato portato dall'uomo; per la maggior parte di noi, il ginkgo è una pianta dei parchi, dei giardini o delle vie cittadine, tutti habitat creati dall'uomo. Inoltre, questi alberi sono di modeste dimensioni; in nessun luogo, a parte l'estremo oriente, ci sono alberi di ginkgo di dimensioni veramente gigantesche. Perfino il Vecchio Leone a Kew, uno dei più vetusti d'Europa, ha un tronco di poco più di 1,5 m di diametro. In Cina, Giappone e Corea la situazione è diversa; là si trovano alcuni veri giganti e, in alcune località cinesi, enormi alberi di ginkgo apparentemente spontanei.

Tratto dal Libro: Peter Crane | Ginkgo L’albero dimenticato dal tempo. L’albero dimenticato dal tempo Traduzione di Gianni Bedini, revisione di Fabio Garbari | Olschki Editore | Firenze Con quanta astuzia la natura nasconde ogni ruga della sua inconcepibile antichità sotto le rose, le violette e nella rugiada del mattino! | Ralph Waldo Emerson, Works.
LA FEDE RETTA È UNA MONTAGNA FELICE

MASANOBU FUKUOKA

“Normalmente, quando una persona invecchia, aumenta la sua base di valori, la sua saggezza, mentre per me è stato il contrario: invecchiando mi sono sentito sempre più come un vecchio contadino molto vicino alla terra. Di solito nel corso della vita si cammina verso la speranza, invece ho l’impressione di averla lasciata dietro di me; è un po’ come andare all’indietro. Fino a cinque anni fa pensavo che tutto quello che avevo sperimentato non sarebbe servito a nessuno. Poi vidi apparire degli articoli su riviste specializzate di agricoltura che studiavano il metodo naturale, ed erano scritti da scienziati che conoscevo.”

Masanobu Fukuoka (1913-2008) è stato un agronomo e filosofo giapponese, autore del celebre libro “La rivoluzione del filo di paglia”. È considerato uno dei fondatori dell’agricoltura naturale, un metodo che promuove il rispetto dei cicli naturali e la minima interferenza umana. Fukuoka ha dedicato la sua vita alla ricerca di pratiche agricole sostenibili, influenzando profondamente movimenti ecologisti e permaculturali in tutto il mondo.

Questa le principali pubblicazioni di Masanobu Fukuoka, delle opere hanno influenzato profondamente l’agricoltura sostenibile e il movimento della permacultura a livello internazionale.

La rivoluzione del filo di paglia (The One-Straw Revolution, 1975)
La fattoria biologica (The Natural Way of Farming, 1985)
La via naturale alla salute (The Road Back to Nature, 1987)
Sowing Seeds in the Desert (2012)

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