Fin dal Rinascimento italiano, quando la riscoperta della natura divenne centrale nella cultura scientifica europea, nacquero i primi erbari: raccolte di piante essiccate su carta, strumenti fondamentali per la conoscenza delle specie vegetali. Questo nuovo modo di “catturare” e conservare la flora terrestre rivoluzionò lo studio delle piante, permettendo ai botanici di confrontare esemplari provenienti da luoghi diversi, di documentare la variabilità delle specie e, soprattutto, di sviluppare criteri sistematici di classificazione che sarebbero diventati il cuore della botanica moderna. Herbarium World
A Firenze, questa tradizione è parte integrante della storia scientifica della città. Il Giardino dei Semplici, fondato il 1° dicembre 1545 da Cosimo I de’ Medici come orto di piante medicinali per studenti di medicina, è uno degli orti botanici più antichi al mondo e un luogo simbolico per l’evoluzione degli studi sulle piante. brunelleschi.imss.fi.it Qui si coltivavano “semplici” — cioè piante utilizzate per preparare medicamenti — da cui il nome del giardino. Tour Firenze
Nel corso dei secoli il Giardino dei Semplici e le istituzioni collegate divennero centri di ricerca e raccolta scientifica. Accanto alle collezioni viventi si svilupparono già nel XVI secolo i primi erbari storici che oggi costituiscono una delle più importanti collezioni di piante essiccate custodite dalla Sezione di Botanica del Museo di Storia Naturale dell’Università di Firenze. sma.unifi.it
Tra queste collezioni, di grande valore storico e scientifico, spiccano:
L’Erbario Merini, databile agli anni intorno al 1540, considerato una delle prime raccolte di piante essiccate al mondo. sma.unifi.it
L’Erbario di Andrea Cesalpino (1563), la più antica erbario sistematico al mondo, con piante ordinate secondo criteri scientifici precursori della tassonomia moderna. sma.unifi.it+1
La raccolta Micheli-Targioni Tozzetti (XVIII-XIX sec.), frutto dell’opera di Pier Antonio Micheli — considerato padre della micologia — e dei suoi allievi. sma.unifi.it
L’Erbario Webb, con circa 250 000 esemplari da tutto il mondo, donato da Philip Barker Webb nel XIX secolo, e altre collezioni che testimoniano esplorazioni botaniche storiche. sma.unifi.it
Queste collezioni, che insieme costituiscono l’Erbario dell’Università di Firenze, non solo documentano la ricchezza della flora mondiale ma raccontano anche la storia delle esplorazioni botaniche, delle pratiche scientifiche e delle relazioni culturali tra Firenze e il resto d’Europa. Attraverso le schede su cui sono fissati i campioni, è possibile ricostruire dove e quando le piante furono raccolte, quali furono le relazioni tra studiosi di diverse epoche e come si siano evoluti i metodi di classificazione delle specie. sweetgum.nybg.org
Così, tra il Giardino dei Semplici e l’Erbario storico, Firenze custodisce un patrimonio botanico unico: un ponte tra il passato rinascimentale della scienza e le moderne metodologie di ricerca sulla biodiversità vegetale.
Adventures in Search of the World’s Rarest Species
By Carlos Magdalena
Carlos Magdalena è un uomo in missione: salvare le piante più a rischio di estinzione del mondo. In The Plant Messiah, Magdalena accompagna i lettori dalle foreste del Perù fino all’interno dell’outback australiano alla ricerca delle specie rare e vulnerabili. Tornato in laboratorio—ai Royal Botanic Gardens di Kew, sede della più grande collezione botanica del mondo—assistiamo allo sviluppo di tecniche innovative e inaspettate per salvare le specie dall’estinzione, favorendone la propagazione e la rinascita. Appassionante e coinvolgente, The Plant Messiah è un tributo alla diversità della vita sul nostro pianeta e all’importanza di preservarla.
ISBN9780525436669
Published onMar 19, 2019 | Published byAnchor | Pages 288 | Dimensions5-3/16 x 8
Normalmente, quando una persona invecchia, aumenta la sua base di valori, la sua saggezza, mentre per me è stato il contrario: invecchiando mi sono sentito sempre più come un vecchio contadino molto vicino alla terra. Di solito nel corso della vita si cammina verso la speranza, invece ho l’impressione di averla lasciata dietro di me; è un po’ come andare all’indietro. Fino a cinque anni fa pensavo che tutto quello che avevo sperimentato non sarebbe servito a nessuno. Poi vidi apparire degli articoli su riviste specializzate di agricoltura che studiavano il metodo naturale, ed erano scritti da scienziati che conoscevo.
In tempi lontanissimi, ben prima che le parole venissero scritte su pergamena, l’uomo guardava le api con timore e meraviglia. In ogni angolo del mondo, dal bacino del Mediterraneo fino alle foreste amazzoniche, le api erano viste come creature sacre, messaggere degli dèi, spiriti dell’aria e della terra. Le loro danze, i loro canti, la geometria perfetta dei favi erano interpretati come segni del divino. Nella mitologia etrusca, che ci è giunta solo in frammenti e simboli, le api appaiono associate ai riti funerari e alla sopravvivenza dell’anima dopo la morte. Alcuni studiosi hanno letto nelle raffigurazioni delle tombe etrusche la presenza di esseri alati simili ad api, accompagnatori del defunto verso l’oltretomba, una sorta di guida sottile tra i mondi. Anche nel mondo greco le api erano collegate al mistero della morte e della rinascita. La sacerdotessa di Demetra era detta “Melissa”, cioè ape, e secondo il mito fu un’ape a nutrire il neonato Zeus con miele, nascosto in una grotta per sfuggire a Crono. Le api erano le nutrici degli dèi.
Nel culto orfico, che prometteva un aldilà di luce e consapevolezza, l’anima era spesso paragonata a un’ape: laboriosa, silenziosa, capace di raccogliere nettare dai fiori dell’esperienza. Morire, per questi iniziati, era come tornare all’alveare, al centro del cosmo. In questo contesto di credenze antiche, l’usanza di “dirlo alle api” dopo la morte di qualcuno appare come una naturale prosecuzione del pensiero simbolico: se le api erano anime, o almeno loro interlocutrici, bisognava renderle partecipi degli eventi umani. Dall’altra parte del mondo, presso i popoli aborigeni australiani, le api (in particolare quelle senza pungiglione) sono parte delle storie del Dreamtime, il tempo del sogno originario. In queste narrazioni sacre, le api non sono solo produttrici di miele, ma anche custodi di conoscenze ancestrali, segni viventi del legame tra la terra e i suoi abitanti. L’atto di raccogliere miele era spesso accompagnato da canti e rituali, per non disturbare l’equilibrio spirituale.
Il falco pellegrino
Nel cielo sopra la campagna dell’Essex, nell’Inghilterra orientale, oltre i rami di querce e olmi, in alcune stagioni dell’anno si possono osservare dei puntini scendere come frecce dalle nubi per poi risalire, disegnare eleganti cerchi, scomparire e riapparire: sono i falchi pellegrini, gli uccelli più magnifici della zona. A inizio anni sessanta, se si fosse abbassato lo sguardo, si sarebbe però potuto notare un’altra sagoma altrettanto riconoscibile: quella di un uomo sulla trentina – capelli biondi, occhiali dalle lenti spesse – che, steso a terra o in piedi, con un paio di binocoli al collo prendeva appunti furiosamente. Quell’uomo si chiamava J.A. Baker e lo studio di quei puntini nel cielo è stata l’ossessione e il capolavoro della sua vita.
Pubblicato per la prima volta nel 1967, Il falco pellegrino è un classico contemporaneo, che unisce uno stile letterario di rara intensità alla meticolosità del naturalista. Baker ha annotato per anni tutto ciò che riusciva a vedere, a capire e a esaminare dei pellegrini in lunghe sessioni di birdwatching, immergendosi nelle loro vite come fossero la sua: mentre analizza con perizia le azioni quotidiane degli uccelli – la caccia, le prede e i momenti di riposo – la sua scrittura ci conduce in un viaggio fuori da noi stessi, dove la distanza tra soggetto e oggetto sembra annullarsi e l’osservazione del falco diventa una via per esplorare la complessità della natura, il confine sottile tra vita e morte, tra istinto e coscienza.
Ma, sembra dirci Il falco pellegrino, più stretta si fa la sovrapposizione, più si rivela in realtà la distanza tra uomo e rapace, tra chi uccide per sopravvivere e chi per crudeltà o noncuranza. È in questa consapevolezza che ci fa sprofondare l’opera unica e a suo modo inimitabile di J.A. Baker: lo sguardo di chi osserva la bellezza del volo è lo stesso di chi può arrestarlo per sempre.
Introduzione di Robert Macfarlane | Traduzione di Aimara Garlaschelli
J.A. Baker (Chelmsford, 1926-1987), originario dell’Essex, è stato uno scrittore e birdwatcher inglese. Il falco pellegrino, vincitore nel 1967 del Duff Cooper Prize, è considerato uno dei libri di letteratura naturalistica più belli di sempre.
“Ho bisogno di conoscere la storia di un alimento. Devo sapere da dove viene. Devo immaginarmi le mani che hanno coltivato, lavorato e cotto ciò che mangio.” Carlo Petrini
La cucina naturale si configura come un’estensione spontanea del paesaggio, un atto quotidiano di connessione profonda tra uomo e ambiente. In questo dialogo autentico, ogni ingrediente diventa racconto di stagioni e territori: ortaggi maturati al sole, erbe raccolte nei prati e nei boschi, frutti colti nei giardini familiari e cereali antichi provenienti dai campi coltivati con rispetto. La scelta di materie prime locali e non raffinate esalta i sapori autentici e custodisce nel piatto la memoria geologica, botanica e culturale del luogo.
In questa prospettiva, ogni preparazione è un gesto consapevole che trasforma la tavola in esperienza sensoriale, uno spazio dove i cicli naturali dettano i tempi del nutrimento e della convivialità. Il ritmo lento della cucina naturale segue le fasi della luna e delle stagioni, invitando al rispetto del suolo e delle risorse e favorendo un’alimentazione equlibrata e rigenerante.
Così, la relazione tra cucina e mondo naturale si fa alleanza e custodia: le ricette rispecchiano le diversità biologiche dei territori, mentre la scelta di tecniche semplici e poco invasive permette di esaltare la materia originaria. Il risultato è un’armonia di sapori, colori e profumi che nutre corpo, spirito e paesaggio, rinnovando in ogni pasto il legame antichissimo tra uomo, terra e natura.
L’annesso al Fuji Kindergarten ospita aule di inglese e un’area d’attesa per l’autobus scolastico. Un imponente albero di zelkova, dalla forma contorta, domina il sito; la struttura è caratterizzata da uno spazio esterno che costituisce metà dell’edificio, ma la sua impronta non delimita chiaramente il confine tra interno ed esterno. “Ring Around a Tree” rappresenta un modesto contributo a uno spazio storicamente complesso. Circa cinquant’anni fa, il zelkova rischiò di perire quando fu abbattuto da un tifone. Non solo sopravvisse, ma l’albero crebbe tanto da impedire a due adulti di abbracciarne la base. Il tronco inclinato si presta perfettamente all’arrampicata, con la corteccia levigata dalle mani avventurose delle generazioni passate. In precedenza, sul sito sorgeva una casa sull’albero così piccola che solo i bambini potevano accedervi. Anatre vivevano alla base dell’albero, e nelle giornate di bel tempo si svolgevano lezioni all’ombra.
Ogni maggio, l’edificio è avvolto dal verde. Il piano di forma ovale segue la larga chioma del zelkova, facendo scomparire colonne e pavimento nelle ombre scintillanti. I rami esistenti hanno la precedenza e si spingono dentro l’edificio; gli adulti devono strisciare quando salgono le scale verso il tetto. Una classe senza arredi Mentre l’edificio principale è di forma ellittica e privo di un centro preciso, l’annesso presenta un chiaro punto focale. Il suo design originario si ispirò alla leggenda di Buddha che predicava sotto un tiglio, ma lo spazio non fu utilizzato esattamente come inizialmente concepito. Nonostante l’apertura delle aule di inglese, insegnanti e bambini preferiscono stringersi negli angoli e nelle nicchie tra le lastre del pavimento.
L’edificio alto cinque metri si sviluppa su sette livelli, con spazi liberi che variano da 600 mm a 1500 mm. Questa concezione è stata suggerita dal vicepreside della scuola, il quale desiderava “una classe senza mobili”. Quando mostrammo la struttura a nostro figlio e nostra figlia, essi toccarono il soffitto con le mani, sorridendo. Il preside, il signor Kato, sostenne che per i bambini il soffitto è come il cielo, irraggiungibile. Quando il cielo è abbassato al loro livello, essi si trovano nel mondo degli adulti giganti. In una giornata serena, potrai trovare bambini del kinder ridere stretti in spazi alti meno di 60 centimetri. Di solito, i soffitti superano l’altezza della testa, e le ringhiere assicurano le aree a rischio caduta. Qui, invece, il soffitto è più basso dell’altezza dei bambini, e molte scale sono prive di ringhiere. Prima di aprire la scuola ai bambini del kinder, portai i miei figli qui a giocare. Come ci aspettavamo, ci furono alcuni piccoli urti e graffi, ma nulla di grave. Tuttavia, non potevamo ignorare il pericolo quando i miei figli cominciarono ad arrampicarsi sulla ringhiera e sui rami dell’albero. Risolvemmo la questione legando corde in determinate zone. Per il preside, queste erano una misura di sicurezza; per noi, le corde catturano un aspetto positivo del design. Se avessimo priorità assoluta alla sicurezza, l’edificio non avrebbe assunto la forma attuale.