Thanks to the unique landscapes that make the Val d'Orcia one of the most stunning places in the world, the entire area has been chosen multiple times as a setting for internationally acclaimed films. One such example is Ridley Scott's "Gladiator." Two of the pivotal scenes were shot in Val d'Orcia: the Gladiator's home is the Podere di Poggio Manzuoli, near San Quirico d'Orcia, where the brutal massacre of Maximus's wife and son by Roman soldiers takes place. Meanwhile, the scene where the protagonist walks into the Elysian Fields, descending a slope and walking through the wheat fields to reunite with his family waiting below, was filmed in Terrapille, in the countryside of Pienza.
Pienza è un comune italiano di 2013 abitanti della provincia di Siena in Toscana. Situato in Val d’Orcia, non è molto distante dalla strada statale Cassia e dagli altri due importanti centri della valle, San Quirico d’Orcia e Castiglione d’Orcia. Il centro storico è stato dichiarato dall’UNESCO patrimonio dell’umanità nel 1996.
Nel 2003, nella riserva naturale di Lucciola Bella, sono riemersi i resti fossili di un Etruridelphis giulii (mammifero marino simile ad un delfino) vissuto nella zona oltre 4,5 milioni di anni fa, in un periodo in cui gli attuali calanchi erano il fondale del mare tirrenico. Il fossile è stato considerato dagli studiosi di grande valore scientifico, perché si tratta del reperto più completo della specie esistente al mondo.
L’Eroica è una manifestazione cicloturistica, nata da un’idea di Giancarlo Brocci ed altre persone, che si svolge dal 1997 in provincia di Siena. Ha la particolarità di rievocare il ciclismo di un tempo, con percorsi che si svolgono in buona parte su strade bianche con biciclette e abbigliamento d’epoca. Si tiene sempre la prima domenica di ottobre.
La manifestazione è aperta a tutti coloro che partecipano con bici da corsa d’epoca che rispettano precisi criteri:
.telaio in acciaio;
.leve del cambio sul tubo obliquo del telaio;
.fili dei freni che escono dalle leve e transitano esternamente al manubrio;
.pedali con gabbietta;
.ruote con minimo 32 raggi e cerchi a profilo basso.
L’Eroica non è una gara o una competizione, ma una manifestazione cicloturistica, pur di un certo impegno nel suo percorso lungo. La partenza è nella forma detta alla francese, cioè libera entro una certa fascia oraria (solitamente all’alba). I controlli dei passaggi avvengono con l’apposizione di un timbro sul roadbook fornito dall’organizzazione. Non è prevista una classifica finale ma viene pubblicato solo un elenco degli arrivati in ordine alfabetico con il percorso effettuato da ogni concorrente.
La Val d’Orcia è un’ampia campagna situata in Toscana, nella provincia di Siena, a nord ed est del monte Amiata e vicina al confine con l’Umbria. Attraversata dal fiume Orcia al centro, che le dà il nome, è caratterizzata da gradevoli panorami paesaggistici e da svariati centri di origine medievale, due dei quali molto noti come Pienza e Montalcino. Albero caratteristico il cipresso, cibi e vini tipici i Pici, i salumi di Cinta senese, il Pecorino di Pienza, il Brunello di Montalcino e la nuova denominazione del vino DOC Orcia.
Il tipo ambientale prevalente sul Cono vulcanico del monte Amiata è dato dalla presenza di tipi fitocenotici molto rappresentativi (selve e cedui castanili), e peculiari (faggete mesotrofiche ipsofile) per l’isolamento orografico ed ecologico dell’edificio vulcanico. Discreto, a tratti ottimo, lo stato di conservazione. Altri tipi ambientali rilevanti sono le praterie secondarie.
In tempi lontanissimi, ben prima che le parole venissero scritte su pergamena, l’uomo guardava le api con timore e meraviglia. In ogni angolo del mondo, dal bacino del Mediterraneo fino alle foreste amazzoniche, le api erano viste come creature sacre, messaggere degli dèi, spiriti dell’aria e della terra. Le loro danze, i loro canti, la geometria perfetta dei favi erano interpretati come segni del divino. Nella mitologia etrusca, che ci è giunta solo in frammenti e simboli, le api appaiono associate ai riti funerari e alla sopravvivenza dell’anima dopo la morte. Alcuni studiosi hanno letto nelle raffigurazioni delle tombe etrusche la presenza di esseri alati simili ad api, accompagnatori del defunto verso l’oltretomba, una sorta di guida sottile tra i mondi. Anche nel mondo greco le api erano collegate al mistero della morte e della rinascita. La sacerdotessa di Demetra era detta “Melissa”, cioè ape, e secondo il mito fu un’ape a nutrire il neonato Zeus con miele, nascosto in una grotta per sfuggire a Crono. Le api erano le nutrici degli dèi.
Nel culto orfico, che prometteva un aldilà di luce e consapevolezza, l’anima era spesso paragonata a un’ape: laboriosa, silenziosa, capace di raccogliere nettare dai fiori dell’esperienza. Morire, per questi iniziati, era come tornare all’alveare, al centro del cosmo. In questo contesto di credenze antiche, l’usanza di “dirlo alle api” dopo la morte di qualcuno appare come una naturale prosecuzione del pensiero simbolico: se le api erano anime, o almeno loro interlocutrici, bisognava renderle partecipi degli eventi umani. Dall’altra parte del mondo, presso i popoli aborigeni australiani, le api (in particolare quelle senza pungiglione) sono parte delle storie del Dreamtime, il tempo del sogno originario. In queste narrazioni sacre, le api non sono solo produttrici di miele, ma anche custodi di conoscenze ancestrali, segni viventi del legame tra la terra e i suoi abitanti. L’atto di raccogliere miele era spesso accompagnato da canti e rituali, per non disturbare l’equilibrio spirituale.
Nel cuore delle Crete Senesi, poco distante da San Giovanni d’Asso – oggi parte del comune di Montalcino – si trova il Bosco della Ragnaia, un giardino boschivo ideato e realizzato a partire dal 1996 dall’artista americano Sheppard Craige, che qui ha intrecciato arte, filosofia e natura in un’opera unica nel panorama paesaggistico contemporaneo. Nonostante l’atmosfera di antichità che permea i suoi muretti in pietra, le vasche, le fontane e i viali d’ombra, il Bosco è una creazione viva e in continua trasformazione, un dialogo costante tra il gesto umano e il linguaggio della terra.
Sotto le grandi querce – Quercus robur, pubescens e cerris – si stende un tappeto di felci, licheni e muschi che accolgono motti, epigrafi e sentenze scolpite nella pietra. Alcune citano pensatori antichi, altre giocano con l’ironia e il dubbio: parole che emergono dal verde come pensieri in attesa di un lettore. Qui ogni passo invita a fermarsi, a interrogare il luogo, a cercare un senso che forse non si lascia trovare.
Tra i luoghi simbolici disseminati nel parco si incontrano l’Altare dello Scetticismo, il Centro dell’Universo, e l’Oracolo di Te Stesso – spazi di riflessione dove l’artista invita a osservare più che a comprendere, a dubitare piuttosto che a credere. Il Bosco non offre un percorso prestabilito: è un labirinto mentale e sensoriale, aperto a infinite interpretazioni.
Il giardino si estende su più livelli, con una parte superiore dedicata alla Ragnaia vera e propria – il bosco ombroso dove un tempo si tendevano reti per catturare gli uccelli – e una parte inferiore, chiamata Giardino delle Forme, dove l’arte geometrica del giardino toscano incontra la spontaneità vegetale. L’acqua, la pietra e la luce diventano strumenti poetici che accompagnano il visitatore in un cammino interiore, fatto di domande più che di risposte.
L’ingresso al Bosco è libero e gratuito, aperto durante le ore diurne. Non vi sono biglietterie né indicazioni turistiche: la visita si svolge in autonomia, nel silenzio rispettoso di un luogo che chiede contemplazione. Il parcheggio si trova poco fuori dal borgo di San Giovanni d’Asso, raggiungibile a piedi in pochi minuti.
Il Bosco della Ragnaia è più di un giardino: è un invito a sostare, ad ascoltare la voce segreta della natura e la propria. Un luogo dove l’arte si fa meditazione e la terra diventa pensiero.
La villa, nata su un nucleo cinquecentesco originario, concepito come stazione di posta e osteria, fu acquistata con estese proprietà fondiarie circostanti, dalla famiglia Origo nel 1924. La marchesa Iris Origo commissionò al noto paesaggista Cecil Pinsent varie sistemazioni paesaggistiche visibili dalla villa, come una schermatura di cipressi dai forti venti che sferzavano la proprietà, in origine piuttosto desolata, e infine il giardino della villa stessa, con l’intento di conferirle un ruolo d’abitazione patrizia, in analogia ad altre importanti dimore storiche del fiorentino e del senese. Cosicché la Foce, peraltro una fattoria moderna, ispirata da principi illuminati, costituisce un più recente, e fresco esempio, nel solco delle più importanti realizzazioni rinascimentali e barocche di giardino all’italiana.
Il giardino, che si compone di tre gradoni separati, posti a diverse quote, venne realizzato tra il 1924 e il 1939 in fasi successive, senza perdere la sua unitarietà compositiva. La parte adiacente alla villa è sistemata su due livelli: quello inferiore, più semplice, è racchiuso tra alte siepi di alloro e decorato da piedistalli porta-limoni; quello superiore, è caratterizzato da doppie aiuole di bosso, che si compongono in un ottagono, al cui centro è ubicata una fontana in travertino raffigurante due pesci che reggono una vasca con la coda.
Sui due lati, che coincidono con l’edificio, è posto un pergolato di glicine sorretto da colonne in pietra, mentre in posizione diametralmente opposta è collocata una grotta vegetale con essenze miste d’alloro e leccio. Da questo primo settore si accede, tramite uno stretto passaggio tra pilastri sormontati da due vasi baccellati, simili a quelli che si trovano lungo il muro di cinta, al giardino dei limoni (iniziato nel 1933). Questa parte si sviluppa in terrazzamenti trasversali che seguono le pendenza del terreno verso la collina, ribaltando il classico schema dei terrazzamenti digradanti lungo l’asse di simmetria. Aiuole, bordate da compatte siepi di bosso modellato con semisfere negli angoli e ornate da vasi di limoni, seguono l’andamento del terreno.