MEMORIALE ENRICO MATTEI

PIETRO PORCINAI | BASCAPÈ PAVIA
Memoriale Enrico Mattei | Bascapè PV

Pietro Porcinai

Il monumento a Enrico Mattei, progettato da Pietro Porcinai, offre l’occasione per riaprire il discorso su un argomento che è oggetto di vivaci e spesso amare polemiche. Più che di un monumento nel senso usuale del termine, si tratta di un « memorial » costruito sul luogo ove avvenne la sciagura nella quale perirono, insieme a Mattei, il pilota Imerio Bertuzzi e il giornalista americano William Mac Hale. Ottanta metri quadrati di suolo piano, acquitrinoso, attraversato da una roggia. Porcinai ha apportato poche modifiche: sopraelevato leggermente il bordo del terreno con una scarpata che lo isola dalla campagna circostante, ha delimitato la zona in cui cadde l’areo con grossi blocchi di pietra; in mezzo, tre querce e una stele con croci e nomi ricordano gli scomparsi. Un modesto piazzale consente la sosta dei visitatori; intorno, un’alta siepe di sempreverdi che, a destra, nasconde il parcheggio. È un memorial solenne proprio in quanto rifugge da ogni retorica. Rinuncia persino ad elaborare una sistemazione paesaggistica, a riconfigurare l’ambiente naturale con un intervento umanizzatore. Porcinai, uno dei rarissimi esperti italiani nella disciplina del paesaggio, ha semplicemente recinto un prato, dando un esempio di moralità degno di essere meditato dai committenti e dagli architetti facinorosi.

da: L’ESPRESSO «Memorials in Italia: Un prato per Enrico Mattei» – 29 Marzo 1964

I GRANDI PAESAGGISTI DEL 900

PIETRO PORCINAI

Un’importante capacità di Pietro Porcinai era quella di individuare i reali problemi e comprendere le procedure idonee, precorrendo sempre i tempi grazie ad una pre-veggenza fondata su basi tecniche sperimentate. Oltre al suo precoce ed innato talento naturale e alla sua intelligenza professionale, Porcinai aveva inoltre maturato una specifica formazione all’estero, in notevole anticipo rispetto ad altri, senza dubbio rimanendo influenzato dalla cultura paesaggistica di quei paesi, in particolare Germania e Belgio, dove aveva fatto pratica di tecniche colturali presso alcuni vivai specializzati. In Italia il percorso della sua formazione si intrecciò con un periodo cruciale dell’arte dei giardini: infatti, proprio nel 1924 Luigi Dami pubblicò II giardino italiano, dimostrando il primato italiano nell’arte dei giardini.

La natura autoctona e caratteristica del giardino italiano, nel riappropriarsi del suo primato in un campo diventato oggetto di studi di stranieri, soprattutto anglosassoni, culminò nella famosa Mostra del Giardino Italiano del 19311 a Firenze, dove si tese alla valorizzazione di un grande passato, senza tuttavia tentare di aprire la strada alla ricerca di nuove forme moderne nell’arte dei giardini. Presidente della Commissione esecutiva’ della mostra fu Ugo Ojetti, sostenitore di un’architettura monumentale e in stile. Nell’ambito della manifestazione furono riproposti dieci modelli ideali di giardini, in una sorta di percorso storico dell’arte dei giardini italiani, concepiti come piccole creazioni scenografiche in cui era presente anche il giardino paesaggistico all’inglese, anche se giudicato estraneo alla tradizione classica nazionale.

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