Barbara Bertoli

Il patrimonio botanico della Mostra d’Oltremare.

Premessa

Con la I Mostra Triennale delle Terre Italiane d’Oltremare, tra il 1938 ed il 1940 si mise in atto una kermesse progettuale che diede vita ad uno dei più significativi interventi architettonico-urbanistici e botanici nella Napoli del Novecento. Al fortunato piano complessivo della Mostra, curato da Marcello Canino, si affiancò un altrettanto sapiente piano del verde, frutto della collaborazione di Luigi Piccinato e Carlo Cocchia. Negli oltre 600.000 mq destinati originariamente al complesso fieristico, furono messe a dimora 30.000 piante d’alto fusto e circa un milione di piante arbustive, erbacee ed acquatiche. Il complesso della Mostra, inaugurato alla presenza di S.M. il Re Imperatore Vittorio Emanuele II il 9 maggio del 1940, anniversario della fondazione dell’Impero in Africa Orientale, chiuse i battenti dopo solo un mese a causa del nostro intervento nel Secondo conflitto mondiale. L’impianto urbanistico-architettonico della più grande e completa rassegna a carattere nazionale della forza coloniale italiana, voluta dal Duce nella cornice della città di Napoli, fu chiamata Triennale perché, nelle intenzioni, ogni triennio avrebbe continuato a divulgare, pubblicizzare e promuovere l’attività del lavoro italiano e degli italiani nel mondo. L’impianto della Mostra fu caratterizzato proprio dal progetto specifico dell’architettura del verde che assunse un importante ruolo connettivo sia con l’impianto architettonico interno sia con il paesaggio circostante.

Molto si è scritto, negli ultimi anni, sul complesso fieristico partenopeo, ma un aspetto poco indagato è quello del ruolo assunto dal verde nel piano complessivo volto ad esprimere e trasmettere attraverso “la cosa piantata” le caratteristiche, il linguaggio ed i messaggi delle civiltà delle colonie d’Oltremare. Poco si è scritto in merito all’ambiente mediterraneo dove sorse l’impianto verde della Mostra: un ambiente accogliente dove le piante e le mille rarità provenienti da diverse latitudini furono messe a dimora ed in breve prosperarono. Piante ad alto fusto, piante basse, agrumeti, rampicanti, alberi da frutto, magnolie, palme ed ancora eucalipti giganti, piante esotiche provenienti dalla California, dal Messico e dall’Australia, in perfetta armonia con un ambiente mediterraneo capace di accogliere tante specie, resero il parco urbano uno scrigno di biodiversità lussureggiante. Altro aspetto interessante è quello della naturalizzazione della città attraverso la progettazione di parchi urbani. Questo concetto, introdotto da Olmsted un secolo prima in occasione del progetto per il Central Park (1834), fa il suo ingresso in Europa nell’immediato primo dopo- guerra. Il parco urbano della Mostra Triennale risultò il vero attrattore e punto vitale della nuova “metropoli in embrione”. L’attenzione degli studiosi si è prevalentemente concentrata sulle trasformazioni urbanistiche del quartiere di Fuorigrotta, sull’architettura, sugli apparati decorativi commissionati per i vari edifici e sulle analogie e discordanze con il coevo impianto romano del- l’E423; tuttavia poco si è scritto in merito al progetto verde del parco arboreo che, sapientemente concepito, riuscì in maniera originale ad interpretare, trasmettere e racchiudere in sé il linguaggio ed i messaggi di una flora oltremodo varia, rappresentanza viva e vegeta delle nostre colonie d’oltremare, che solo in un ambiente accogliente di tipo mediterraneo riuscì a prendere vita. I numerosi padiglioni espositivi e le attrezzature progettate per la Mostra risultarono immerse in suggestive aree verdi ricche di essenze talvolta autoctone, talvolta esotiche e tropicali importate dalle terre d’origine che ne riproponevano habitat e flora. Occorre puntualizzare che il paesaggio verde mediterraneo è un paesaggio eterogeneo altamente antropizzato e che le piante che lo con- notano sono frequentemente anche di origine esotica. Gli elementi esotici sono diventati nel tempo costitutivi di questo particolare paesaggio dove l’ambiente, nelle stagioni calde abbagliato dalla luce e dal sole, è fecondo di una flora oltremodo varia. Tale compresenza ha rappresentato nel corso dei secoli un motivo di fascino e at- trazione, tanto che molti viaggiatori del nord Europa, nei loro resoconti di viaggi al sud, ammaliati dall’eterogeneità e dalla varietà dei giardini mediterranei, con emozione ne descrivevano l’incanto.

Il Mediterraneo fornì ai progettisti del piano verde della Mostra d’Oltremare una base di riferimento attraverso la quale riuscirono a ricreare la natura attraverso l’uso di elementi arborei e floreali pienamente valorizzati ed in armonia con le strutture espositive; tutto qui viene reinterpretato in un modo ‘sperimentale’ in sintonia con l’ambiente ed il clima meridionale.

La I Mostra Triennale delle Terre Italiane d’Oltremare

L’impianto urbanistico-architettonico della prima Mostra Triennale delle Terre Italiane d’Oltremare, grandiosa rassegna del fascismo sui progressi industriali agricoli e civili nelle terre del nuovo impero, fu realizzato in soli sedici mesi nella piana occidentale tra Fuorigrotta e Bagnoli. Tale area, per la vicinanza al mare ed ai siti ar- cheologici flegrei, per la centralità rispetto alle suggestive aree verdi di Posillipo e dei Camaldoli, poteva assolvere meglio di qualunque altro luogo della città partenopea alla funzione di polo turistico e commerciale.

Già nel piano regolatore della città di Napoli (1936- 1939) l’aerea dove sorse la Mostra era stata indicata come zona da destinarsi alla moderna espansione “stellare” e non più radiocentrica della città. Il piano, noto come “piano del ’39” o “piano Piccinato”, che tracciò interessanti ed innovative ipotesi di pianificazione che si spingevano oltre il territorio della città consolidata, fu purtroppo, come è stato più volte sottolineato dalla critica contemporanea, accantonato ed ignorato.

Per la realizzazione della Mostra in virtù del Regio Decreto Luogotenenziale, il 6 maggio 1937 si era costituito l’Ente Autonomo Mostra Triennale delle Terre Italiane d’Oltremare, e nell’aprile del 1938 già se ne era approvato il relativo statuto7. Per la progettazione della struttura fieristica, concepita per soddisfare tutti i requisiti dimensionali e qualitativi caratteristici di un grande parco a scala urbana, il piano urbanistico generale fu affidato a Marcello Canino dal commissario governativo Vincenzo Tecchio.

«Chi si fosse affacciato due anni fa dalla incantevole collina di Posillipo, ed avesse spinto lo sguardo verso la bassa conca di Agnano, alla soglia di quella zona Flegrea dei miti cari a Virgilio, avrebbe sentito il grande contrasto che la natura aveva giocato a questa zona, in confronto alle bellezze naturali di cui era stata tanto prodiga in tutto l’incantevole golfo partenopeo. Si poteva pensare che l’orrido di questa plaga malsana ed abbandonata avesse lo scopo di rendere ancor più incantevole, per contrasto il paesaggio circostante. Soltanto un innamo- rato di questa terra dotato di volontà, poteva pensare di proporre al Duce la realizzazione di un gigantesco piano, che oltre a sanare provvidenzialmente la zona, l’avrebbe dotata di tutta bella bellezza che la natura le aveva ne- gato». Queste righe, seppure con evidenti accenti retorici, ben descrivono il luogo dove sorse la Mostra, e la forza di un piano urbanistico che riuscì a dotare la città occidentale di un parco urbano “moderno” per dimensione e requisiti.

Nella Mostra, divisa in tre settori (Storico, Geografico e della Produzione), tra le pregevoli e differenti archi- tetture, due elementi spiccano sin dalla sua fondazione: l’architettura del verde e le fontane. Gli elementi di maggior fascino furono rappresentati proprio dalla ricchezza davvero straordinaria di piante e di acque disseminate nella vasta area; l’utilizzo di tali elementi andava oltre la mera necessità decorativa ed urbanistica ed essi divennero protagonisti essenziali di uno spettacolo altamente persuasivo.

Incaricati da Canino di concepire il piano del verde, Cocchia e Piccinato conferirono al verde un importante ruolo connettivo con l’intero impianto monumentale-architettonico interno alla Mostra al quale fece da cornice il paesaggio collinare circostante; l’idea progettuale di connettere le opere interne alla Mostra con il paesaggio circostante era già stata declinata nel piano della Mostra dal giovane talentuoso Giulio de Luca che decise di riorientare la sua Arena Flegrea che nelle indicazioni preliminari dello schema planovolumetrico del 1938 risultava orientata con la scena verso ovest. Giulio de Luca infatti diede come sfondo naturale alla cavea del suo teatro al- l’aperto il paesaggio collinare retrostante a nord.

I cinquantaquattro monumentali edifici che sorsero su oltre un milione e cento metri quadrati risultarono immersi in suggestive aree verdi e costeggiati da grandi viali, ricchi di essenze mediterranee ed esotiche, talvolta importate dalle terre d’origine. La massa principale del verde appariva alla sua fondazione costituita principal- mente da una variegata e imponente raccolta di palme che conferiva al parco della Mostra d’Oltremare quel- l’aspetto ‘tropicale’ tipico delle colonie che si affacciavano sul Mediterraneo. Abbondanti anche, sin dalla fon- dazione, gli esemplari di eucalipti, acacie, pini, magnolie ed in generale alberi con forti valenze ornamentali. Inoltre tantissime specie esotiche e rare furono acclimatate nel parco ed in particolare piante da fiore, quali rizomatose, bulbose, tuberose, sarmentose e rampicanti, che furono disseminate ovunque. Numerosissimi furono poi gli esemplari di agrumi e olivi piantati singolarmente ed i tanti arbusti da fiore che diedero al parco, in molte aree, un aspetto ed un profumo tipico del giardino mediterraneo contemporaneo. Infine, il complesso della Mostra era arricchito dalla presenza di otto Serre Botaniche che completavano degnamente il settore del verde e dove era ospitato un ricco e vasto patrimonio vegetale.

L’impianto del verde nella Mostra d’Oltremare, dalla sua fondazione ad oggi

Ciò che guidò i progettisti nell’esecuzione del piano del verde e delle fontane nel vasto parco della Mostra di Napoli fu il concetto importante che l’arte dei giardini non si esprime unicamente attraverso la geometria delle forme ma anche e soprattutto attraverso l’espressione dei valori arborei che rappresentano la materia principale della composizione del piano; i valori arborei assumono nel progetto la medesima importanza assunta dai colori nella tavolozza del pittore nella composizione di un dipinto. Come sottolineato dai progettisti, la materia ve- getale non è una materia facile da plasmare, per produrre un adeguato piano del verde. Così come avviene anche attualmente nella progettazione dei moderni parchi urbani, prima di lasciarsi andare ad una progettazione fantasiosa, si dovette tener conto di numerose problematiche legate alla sistemazione del verde in ambiente mediterraneo che presupponeva la necessità d’individuare specie e tecniche idonee ad aumentare la compatibilità del verde ornamentale con le specifiche condizioni ambientali. Anzitutto si dovette tener conto delle esigenze biologiche e fisiche delle piante che si introdussero nel parco. Per raggiungere in pochi mesi un risultato così vasto ed organico, Cocchia e Piccinato si avvalsero del contributo e dell’esperienza di professionisti dell’Orto botanico di Napoli che li coadiuvarono e li indirizzarono nella scelta di essenze compatibili con il clima mediterraneo, individuando anche le specie idonee con le quali lavorare ed ottenere risultati duraturi nel tempo. Risolvere problematiche relative all’impiego di piante ornamentali in un ambiente mediterraneo significava avere la capacità d’ornare il giardino; ciò significa non soltanto renderlo più bello e gradevole alla vista ma anche ordinarlo, riallacciandosi al significato etimologico che deriva dal la- tino “ornare, ordinare”. I progettisti riuscirono ad ordinare organicamente la materia verde integrandola con gli edifici e creando un legame e una continuità tra “cosa murata” e “cosa piantata”.

L’architettura del verde, che in nuce era già presente nel piano generale pensato da Canino con un ruolo pri- mario, attraverso il progetto specifico del verde curato da Piccinato e Cocchia, che riprendeva i principali ele- menti ordinatori del piano urbanistico generale fu ancor di più valorizzata. La Mostra risultava impostata prin- cipalmente su due assi ortogonali, quello longitudinale, caratterizzato dalle architetture facenti da sfondo alle visuali prospettiche, e quello ortogonale, o “asse verde”, caratterizzato dalla Fontana dell’Esedra che riconnetteva il parco ai vari settori sottostanti nonché al paesaggio circostante. Connettere il giardino al paesaggio verde della piana di Fuorigrotta significava fare entrare a pieno titolo all’interno della Mostra quegli alti valori di medi- terraneità del paesaggio circostante.

Nel piano denominato da Piccinato “piano regolatore del verde” assunsero particolare importanza gli assi nord–sud (trasversale) ed est-ovest (inferiore).

Così come avvenne per il piano regolatore generale anche molte delle scelte progettuali adottate per il piano del verde, come fu sottolineato da Piccinato, furono orientate e guidate dall’orografia del terreno15.

Il verde della Mostra d’Oltremare già dall’esterno si preannunciava in maniera originale; gli spazi liberi tra gli alti e sinuosi fusti dei gruppi di palme dattilifere, qui impiantate come un piccolo e fitto giardino (disegnato come un’oasi dal tratto irregolare), lasciavano intravedere il portico che costituiva il principale accesso alla Mostra e quindi preannunciavano al visitatore, in maniera scenografica, le meraviglie contenute nel parco. Attraversato poi il diaframma monumentale costituito dal massivo corpo porticato (padiglione di Roma Antica), che faceva da filtro tra le piazze d’ingresso (piazzale Roma e piazza Impero), prendeva vita il lungo asse longitudinale. Piazza Impero, ampia ed ariosa piazza porticata, costituiva una pausa rispetto ai tanti ed eterogenei giardini verdi presenti nel parco; qui, come elemento verde, non furono impiantati gruppi arborei, bensì unicamente un vasto ed ordinato parterre di lolium perenne. Nei regolari tappeti verdi si adagiavano i 28 bacini delle fontane circolari dalle quali fuoriuscivano campane d’acqua polverizzate. Il prato e le fontane, ab- bondanti in questo settore, rendevano apprezzabile la monumentalità delle architetture circostanti. La vasta area portava l’occhio del visitatore alla visuale della facciata del Palazzo dell’Arte che concludeva la piazza. Al di là del Palazzo dell’Arte, l’asse longitudinale est- ovest si prolungava verso la zona occidentale della Mostra attraverso l’infilata di palme che costituivano un fitto settore realizzato con quattro file di palme che separavano i settori della Mostra che ospitavano il Padiglione della Libia, quello dell’Etiopia ed i villaggi indi- geni. L’asse si spingeva poi nella zona più a occidente, fino al Parco dei Divertimenti e a quello Faunistico. Quello conosciuto come il viale delle Palme, per la presenza delle 166 palme Washingtonia impiantate, secondo il piano originario avrebbe dovuto essere percorso da un canale d’acqua scorrente, che in fase esecutiva si preferì sostituire con uno scomparto verde comprendente nei 55 metri di larghezza due viali carrozzabili.

L’asse longitudinale principale, caratterizzato dal folto insieme di palme esotiche come suo tratto distintivo, presentava come elemento di modernità una pavimentazione maiolicata verde che separava in una griglia or- dinata i vari gruppi di palme, fiancheggiata anche da variopinti sedili maiolicati. L’asse incrociava nel piano un sistema di due viali (viale Tarantini e viale dei Due- mila) disposti a sezione asimmetrica con carreggiata car- rozzabile solo da una parte; dall’altra, piantumati su verdeggianti prati, spiccavano i numerosi eucalipti, mentre lungo il lato occidentale i gruppi arborei più diffusi risultavano essere quelli dei punica granata e delle piante di ricino. I due viali che a nord proseguivano nel viale Cardinal Massaia, avevano come essenze principali i trecento eucalipti e le numerose acacie dealbate qui piantate. Molti erano gli assi minori (est-ovest) che componevano la maglia grossomodo ortogonale dell’impianto generale, alcuni dei quali tagliavano la parte superiore della mostra ed altri quella inferiore. L’asse longitudinale principale risultava ortogonale all’asse verde (Nord-Sud) avente come elemento architettonico distintivo la maestosa fontana dell’Esedra.

La visuale dell’Esedra arrivava quasi inaspettata sullo sfondo di piazza Impero, dove i due assi s’incrociavano nel significativo punto dove sorgeva la simbolica mole della Torre delle Nazioni.

L’asse verde principale raccordava essenzialmente due zone, ossia quella a valle, a carattere prevalentemente monumentale, e quella a monte, prevalentemente verde. La composizione di questo settore rappresentò per Piccinato e Cocchia una sfida progettuale complessa; si voleva al contempo creare una composizione a sfondo architettonico, garantire una zona di riposo e offrire al visitatore una grande attrattiva che non dividesse la Mostra in due settori, ma che all’opposto li saldasse.

La fontana monumentale si sviluppa seguendo un asse in declivio composto da una successione di vasche che si conclude a nord nell’ampia esedra. Intorno alla Fontana dell’Esedra si progettò una struttura verde complessa, articolata in due fasce prative interrotte ritmicamente da ventiquattro piccole fontane (dodici per lato) di forma circolare. Lateralmente alle fasce prative sorgevano le masse arboree, gruppi di alberate con altezze differenti costituite da boschetti di lecci sovrastati da pini domestici, dove i pini con il loro lunghi fusti creavano una corona di verde che cinge tutto intorno l’ampio bacino dell’esedra. Appare evidente come in questo settore siano varie le citazioni fatte dai progettisti rispetto gli elementi tipologici caratteristici della vasta categoria cui afferisce l’arte del giardino classico: ad esempio il largo utilizzo delle acque e dell’ars topiaria per model- lare le masse verdi arbustive.

Il grande giardino ad esedra, lungo quasi seicento metri e largo duecento, percorso dalla cascata centrale con il suo maestoso impianto costituisce invece un tributo alla grandiosa via “d’acqua e fontane” del sito borbonico set- tecentesco della Reggia di Caserta. L’innovazione sostanziale del piano del verde progettato da Piccinato e Cocchia fu proprio l’effettivo inserimento del parco arboreo nel paesaggio totale circostante; ancora oggi, nonostante il quartiere di Fuorigrotta sia stato interessato da una massiccia speculazione edilizia, dall’interno della Mostra d’Oltremare non si ha la percezione del costruito; il verde interno sembra costituire un unicum con le colline di Monte Sant’Angelo e dei Camaldoli che dalla visuale dell’asse verde dell’Esedra apparivano prive di edificato.

Diverso risulta l’impianto verde progettato per ricreare ambienti di tipo esotico, ambienti in cui erano ar- monizzate con il verde circostante le architetture che si ispiravano ai luoghi d’origine delle Terre d’Oltremare21: in questi settori la progettazione del verde fu più libera e spontanea. Spesso in tal caso il compito del verde fu di contribuire con l’architettura alla definizione di una composizione scenografica. Così, ad esempio, il settore Libia era caratterizzato da un folto palmeto di phoenix dactilifere, importate dalla Tripolitania; mentre nella zona del padiglione dell’Africa Orientale Italiana (oggi Cubo d’Oro), comprendente l’area dedicata ai villaggi africani, si ricostruì il Bagno di Fasilides. Nella zona del Bagno di Fasilides i progettisti, reinterpretando in maniera sperimentale le esperienze dal giardino paesaggista inglese e lavorando con ingredienti naturali quali terra, alberi piante ed acqua, cercarono di ricreare artificialmente un paesaggio che rispecchiasse quello naturale d’origine, con superfici piane a prato e superfici in pendio che confluivano nella zona del piccolo laghetto artificiale, dove emergeva il piccolo castelletto in forma di finta rovina. In quest’area c’era la volontà ricreare un quadro suggestivo che sorprendesse il visitatore e infatti si assiste ad un sostanziale cambiamento della scena rispetto al parco arboreo; tuttavia, rispetto all’esperienza del giar- dino paesaggista inglese qui tutto fu ricreato ad una scala molto piccola, tanto che per questo settore si potrebbe coniare il termine di gardening revival a indicare quella componente Kitsch tipica di molti revival. I padiglioni della mostra intorno al settore dell’A.O.I. risultavano ricchissimi di essenze quali agavi, cactee, dracene, mentre nell’area circostante al laghetto, che ospitava i villaggi indigeni erano numerosi bambù, papiri, tamerici, tuje giganti, eucalipti e casuarine.

Oltre alla struttura principale del verde composta da gruppi di alberate e superfici erbose, vi erano numerose aree più circoscritte, sistemate a verde con piccoli giar- dini con siepi fiorite, che si sviluppavano in maniera ca- pillare nei pressi di emergenze architettoniche e che pro- ponevano scorci insoliti rispetto ai ‘temi’ declinati negli assi verdi principali. Ad esempio, nel settore che ospitava l’Arena Flegrea fu progettato un larghissimo viale albe- rato con sei file di pini ed anche altissime siepi d’alloro e cipressi, questi ultimi collocati anche nel lato nord del teatro come sfondo del palcoscenico. Il settore che precedeva il piazzale dell’Arena ospitava anche un fitto agrumeto, elemento tipico dei giardini mediterranei.

Il piano degli spazi verdi era completato da due grandi aree: quella del Parco Faunistico e quella del Parco Di- vertimenti. L’area faunistica progettata da Carlo Cocchia nacque per accogliere una ricca rassegna della fauna presente nelle colonie dell’impero. In questa zona i progettisti cercarono di conservare la vegetazione preesi- stente, composta prevalentemente da alberi da frutto, integrandola con altri elementi botanici esotici. In tale area, progettata con estrema libertà compositiva e ricca di vialetti, laghetti artificiali, gruppi di alberate quali palme, acacie, aceri, magnolie e pini, la flora di tipo mediterraneo fu integrata. Anche in questo settore l’an- damento naturale del terreno ispirò la composizione globale; nella parte bassa del settore faunistico fu collocato il laghetto abitato da palmipedi e trampolieri; i vari vialetti si svolgevano parallelamente alle curve di livello che ospitavano grandi ripiani o terrazze dove si trovavano i recinti dei vari animali. Infine tutti i settori erano rac- cordati tra di loro tramite scalinate o brevi rampe.

Ciò che vediamo oggi dell’impianto del parco arboreo della Mostra, che costituisce l’unico polmone verde della Napoli occidentale, è solo un pallido ricordo di ciò che fu salvato dell’impianto di fondazione negli anni Cin- quanta; infatti, come noto, appena un mese dopo l’inaugurazione del 1940, la Mostra venne chiusa e poi bom- bardata, incendiata ed occupata di tedeschi. Alla fine degli anni Quaranta l’ente “Mostra Triennale delle Terre Italiane d’Oltremare” fu trasformato in ente “Mostra d’Oltremare e del Lavoro Italiano nel Mondo”. Gli stessi ingegneri ed architetti che con entusiasmo avevano col- laborato al progetto della Mostra Triennale, professionisti di diversa formazione comunque ora più maturi, in un clima di rinnovato ottimismo e con l’aiuto di giovani leve, si impegnarono a far risorgere la struttura dalle ro- vine. L’occasione per il rilancio fu la prima Esposizione del Lavoro Italiano nel Mondo, per la cui realizzazione si operò un intervento integrale alla Mostra che coinvolse sia le architetture che gli spazi verdi. La nuova mostra, sotto la guida di Luigi Tocchetti23, fu inaugurata sulle note dell’Aida rappresentata nell’Arena Flegrea.

Ad oggi il parco mediterraneo storico della Mostra d’Oltremare, nonostante abbia subito forti ridimensionamenti, è da considerarsi una risorsa fondamentale che contribuisce sostanzialmente alla mitigazione degli effetti di degrado prodotti dalle attività antropiche dell’area occidentale. Si sente viva la necessità di adoperarsi per la sua conoscenza e valorizzazione; come scriveva Pierre Grimald, «un parco che di stagione in stagione non sia continuamente creato dalla mano dell’uomo è condan- nato a morte»24. Dall’incrocio delle fonti bibliografiche, iconografiche ed archivistiche si evince che l’impianto storico e la localizzazione dei principali gruppi alberati non sia mutata nel tempo; tuttavia sono andate perse o sostituite molte specie di pregio esistenti all’atto della fondazione del parco urbano.

Conclusioni

Il parco della Mostra d’Oltremare è uno dei più significativi casi di giardino storico del Novecento realizzati nel meridione; qui l’architettura del verde e delle acque, sapientemente concepita, fu declinata at- traverso varie ed originali soluzioni dal forte potere evocativo. In sintonia con l’ambiente ed il clima mediterraneo accogliente, il verde progettato fu, sin dalla fondazione, l’anima dell’intero complesso espositivo. La materia ‘verde’, testimonianza viva delle terre e conquiste d’oltremare, fu armonizzata e sapientemente plasmata con le architetture di pregio ed il paesaggio totale circostante. Un unico criterio generale, sotteso all’intero piano del verde, guidò Cocchia e Piccinato diventando una norma costante: quella di valersi di ogni singola essenza (anche la più umile), esaltandone lo specifico carattere nella composizione di un quadro generale, posto su un piano libero architettonico. La flora oltremodo varia qui impiantata, costituita da essenze mediterranee, esotiche e tropicali, dai mille pro- fumi aromi e colori, trovò in ogni settore della mostra un proprio spazio vitale. Il messaggio originario dell’architettura del verde della Mostra d’Oltremare, intimamente legato ai valori estetici, sociali ed economici della cultura che lo produsse costituisce, al pari delle architetture contenute nel parco urbano, un fondamentale ‘documento’ da tramandare.

 

*per gentile concessione di Dott. Arch. Barbara Bertoli | Phd | Istituto di Ricerca sugli Ecosistemi Terrestri (IRET) UOS | Napoli.

 

 

Note

  1. 1  Cfr. Mariella ZOPPI, Storia del Giardino Europeo, Alinea, Firenze 2009, p. 250.

  2. 2  Tra i principali contributi sulla Mostra d’Oltremare si segnalano: Prima Mostra Triennale Delle Terre Italiane e D’Oltre- mare, Documentario, Napoli 1940. La prima Mostra delle terre Italiane d’Oltre- mare, in «Architettura», nn. 1-2, gennaio- febbraio 1941, monografico; Carlo COC- CHIA, Architettura del verde e fontane alla Triennale d’Oltremare, Montanino, Napoli 1940; Ernesto FIORE (a cura di), I Mostra Triennale del lavoro Italiano nel mondo, Napoli 1952; Luigi PICCINATO, L’architet- tura del verde e delle fontane alla Mostra Triennale delle Terre d’Oltremare a Na- poli, 1940, in L. Piccinato, Scritti vari 1925-74 / 1975-77, stampato in proprio, Roma 1977, pp. 693-706; Umberto SIOLA, La Mostra D’Oltremare e Fuorigrotta, Electa, Napoli 1990; Massimiliano CAMPI, Antonella DI LUGGO, Palazzo Canino e la Mostra delle Terre d’Oltremare, Officina, Roma 2009; Pasquale BELFIORE, L’archi- tettura dell’età Giolittiana alla caduta del fascismo, in «La voce della Campania», n. II, 1980; Pasquale BELFIORE, Benedetto GRAVAGNUOLO, Napoli. Architettura e Ur- banistica del Novecento, Laterza, Roma 1994, pp. 53-55 e 209-217; Renato DE FU- SCO, Napoli nel Novecento, Electa, Napoli 1994. Lilia PAGANO, Mostra d’oltremare. Un parco urbano, in Sergio STENTI, Vito CAPPIELLO (a cura di), Napoli guida e din- torni. Itinerari di architettura moderna, Clean, Napoli 2010, pp.153-174.

  3. 3  Sulle differenze e analogie tra l’E42 e MTO, Fabio MANGONE, La Mostra d’Ol- tremare, in S. Aldini et al. (a cura di), Il segno delle esposizioni nazionali e inter- nazionali nella memoria storica delle città, padiglioni alimentari e segni urbani per- manenti, Edizioni Kappa, Roma 2014, pp. 205-220 (Storia dell’Urbanistica 6/2014)

4 Cfr. COCCHIA, Architettura, cit., p. 4.
5 Per la Mostra fu realizzata su progetto di

G. de Luca una funivia dal percorso sug- gestivo che in sei minuti collegava l’area fieristica con la zona dell’attuale Parco Virgiliano a capo Posillipo; sulle opere realizzate da Giulio de Luca nella Mostra d’Oltremare si rimanda a Barbara BERTOLI, Giulio de Luca 1912-2004 opere e progetti, Clean, Napoli 2013.

6 Sul piano del 1936-39, per il quale Piccinato diede un forte contributo si rimanda a COM- MISSIONE INTERSINDACALE PER IL PRG, Piano regolatore generale della città di Na- poli. Relazioni, Napoli 1936; Carlo COC- CHIA, L’edilizia a Napoli dal 1918 al 1958, Società pel Risanamento, Napoli 1961; Ve- zio DE LUCIA, Antonio IANNELLO, L’urba- nistica a Napoli dal dopoguerra ad oggi: note e documenti, «Urbanistica», n. 65, 1976, monografico; Alessandro DAL PIAZ, Le intenzioni e gli «atti» di un piano per Napoli. Il Prg del 1939, in «ArQ», n. 3, 1990; Andrea MAGLIO, La Mostra d’Oltre- mare ed il Teatro Mediterraneo, in Gemma Belli, Andrea Maglio (a cura di), Luigi Pic- cinato (1899-1983) Architettura ed urba- nistica, Aracne, Roma 2015, pp. 187-192.

7 R.D.L. n. 1756; il relativo statuto fu appro- vato il 4 aprile 1938 col R.D. n. 2215, in Bianca PETRELLA, Napoli le fonti per un se- colo di urbanistica, La Buona Stampa, Na- poli 1990.

8 SIOLA, La Mostra, cit., p. 92.
9 Anna POZZO GAGGIOTTI, Prima Mostra

delle Terre Italiane d’Oltremare, in «Em-

porium», Vol. XCII, n. 548, 1940, p. 57. 10 Cfr. Mario STEFANILE, Sussurri d’acque e verdeggiar di fronde, in «L’illustrazione Ita-

liana», 1940, n. 22, p. 847, monografico.
11 Sull’Arena Flegrea si rimanda a Giulio DE LUCA, Problemi del teatro di massa, La Nuovissima, Napoli, 1939; Barbara BERTOLI, Giulio de Luca: Un percorso Frammentario, in Alfredo Buccaro, Gae- tana Cantone, Francesco Starace (a cura di), QSA Storie e teorie dell’Architettura dal Quattrocento al Novecento, Pacini Edi- tore, Pisa 2008; BERTOLI, Giulio, cit., pp. 26-33 e 115-120; Barbara BERTOLI, The

Arena Flegrea in the Mostra D’Oltremare in Naples, build, demolished and re-build a fascinating and unique architectural case- study in contemporary architecture, in V Conference Diagnosis, Conservation and Valorization of Cultural Heritage, Aracne, Roma 2014; Giovanni MENNA, L’Arena Flegrea della Mostra d’Oltremare di Napoli (1938-2001), Artstudiopaparo, Napoli 2013.

12 Le Serre Botaniche opera di Carlo Cocchia furono indiscriminatamente distrutte, con ordinanza prefettizia, per collocare alcuni container per accogliere i terremotati dopo il sisma del 1980. Sulle Serre Botaniche, Anna DINELLA, Il verde e le fontane, in FIORE, I Mostra, cit., p. 259; Francesco TROTTA, Poesia d’Acque e foglie, in FIORE, I Mostra, cit., p. 261.

13 Cfr. PICCINATO, L’Architettura, cit., p. 694. 14 Piccinato e Cocchia, progettisti del piano verde della Mostra d’Oltremare, negli scritti esplicativi del piano esprimono le difficolta di un piano verde così vasto, Cfr. COCCHIA, Architettura, cit., p. 3; PICCINATO,

L’Architettura, cit., p 703.
15 Ivi, p. 694.
16 Cfr. ivi, p. 699.
17 Fontana dell’Esedra (1938-40): la struttura,

con la sua estensione di 900 metri quadrati, è in grado di contenere una massa d’acqua di 4000 metri cubi ed emettere getti alti fino a 40 metri, il rivestimento maiolicato del- l’Esedra è opera di G. Macedonio; sulla Fon- tana dell’Esedra si rimanda a Valentina RUSSO, Emanuela VASSALLO, Fontane in Mostra, Architettura, decorazione, impianti del restauro di un’opera del moderno, in M. Pretelli, A. Ugolini (a cura di), Le fontane storiche: Eredità di un passato recente. Re- stauro, valorizzazione e gestione di un pa- trimonio complesso, Alinea, Firenze 2011, pp. 56-63.

18 Torre delle Nazioni (V. Ventura): maestosa opera alta oltre 50 metri dalle valenze sim- boliche.

19 Cfr. PICCINATO, L’Architettura, cit., p. 695. 20 Gli esemplari di pinus pinea, alti 15 metri, che coronano l’esedra e che guarnivano il

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lungo giardino che la precedeva, furono for- niti dalla ditta Nicolini di Capranica e tra- sportati in autostrada con molte difficoltà.

21 Cfr. La Mostra D’Oltremare: Dal periodo Fascista ai Nostri Giorni, in Napoli Sopra e sotto: storia e scienza del suolo e sotto- suolo di Napoli (prefazione di Renato De

Fusco), Luca Torre, Napoli 1993, pp. 395-

406.
22 Il bagno di Fasilides era uno dei castelli

dell’antica città etiopica di Gondar, que- sta zona era caratterizzata da un laghetto artificiale con piante acquatiche molto suggestive.

23 Luigi Tocchetti fu presidente dell’Ente Mostra dal 1950 al 1954. Con le personali doti manageriali riuscì a rimettere in piedi la struttura definendo la nuova veste ‘ra- zionalista’ all’impianto architettonico.

24 Pierre GRIMALD, L’art des Jardins, Presses Universitaires de France, Paris 1974.

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