FATTORIA CELLE | COLLEZIONE GORI

Itinerari d'Arte

La Fattoria di Celle, è un complesso storico con una villa risalente al XV secolo, situato in località Santomato, presso Pistoia. Dalla seconda metà del Novecento la tenuta ospita la Collezione Gori, un’importante collezione di opere d’arte contemporanea.

Nel secolo XV la villa con i terreni annessi apparteneva ai Pazzaglia e in seguito passò ai Fabbroni, nobile e colta famiglia pistoiese alla quale si deve in massima parte sia la trasformazione dell’edificio, che la sistemazione del giardino. Questo venne trasformato nella prima metà del XIX secolo in parco romantico, su progetto dell’architetto Giovanni Gambini.

Il torrente Brana, che attraversa l’area del parco, venne abilmente utilizzato per la realizzazione di un lago in forme naturali corredato da un’isoletta ospitante un tempietto in forme neoclassiche e da un “orrido” roccioso, attraversato da un ponticello, su cui si infrange una cascata. Nelle vicinanze vi è un edificio neogotico, conosciuto come Tempietto della fonte e un monumento in stile egizio.

A partire dagli anni quaranta Giuliano Gori, dinamico imprenditore pratese, inizia a costituire una ricca collezione di opere contemporanee nella sua casa in Piazza Sant’Agostino a Prato; negli anni cinquanta la sottopone a radicali modifiche per renderla adatta all’esposizione della collezione in continua crescita. Insoddisfatto del modo tradizionale in cui sono esposte le opere d’arte e sulla scia della suggestione ricavata dalla visita nel 1961 del Museo di Arte Catalana di Barcellona (laddove le opere sono inserite nel ricostruito contesto originale) e delle installazioni viste a documenta Kassel ed alla Biennale di Venezia, egli comincia a pensare alla possibilità di chiamare artisti con cui condivedere tempo, idee e spazi per dare vita all’antesignano progetto dell’arte ambientale. Giuliano Gori, trovato il luogo adatto alla realizzazione della propria idea, acquista la Fattoria di Celle a Santomato di Pistoia dove si trasferisce nel 1970 insieme a Pina e ai quattro figli, Patrizia, Fabio, Paolo e Stefania, portando con sé anche la prima collezione che distribuisce negli spazi della villa.

A tale fine costituisce nel 1981 una commissione internazionale composta da Amnon Barzel, Renato Barilli, Francesco Gurrieri, Knud Jensen e Manfred Schneckenburger, con la quale mette a punto uno speciale regolamento etico che tuteli sia l’ambiente che il manufatto artistico: l’ambiente del parco deve essere rispettato sia nelle specie vegetali che nella sua conformazione, così che le opere d’arte esposte non si pongano in termini prevaricatori nei confronti della natura. Ogni artista sceglie il proprio luogo all’interno del parco e su quello e per quello progetta la propria opera, in materiali durevoli e non effimeri; i lavori devono essere inamovibili e non possono essere in alcun modo privati del loro ambiente. Gli artisti vengono personalmente selezionati da Giuliano Gori, accompagnati sul luogo e messi in contatto con le maestranze artigiane che dovranno realizzare le opere.

Il 12 giugno 1982 vengono inaugurate le prime 9 installazioni all’aperto (Alice Aycock, Dani Karavan, Robert Morris, Dennis Oppenheim, Anne e Patrick Poirier, Ulrich Rückriem, Richard Serra, Mauro Staccioli, George Trakas), contemporaneamente alle 6 che vanno ad arricchire la collezione all’interno della villa (Luciano Fabro, Gilberto Zorio, Giuseppe Penone, Nicola De Maria, Aldo Spoldi, Mimmo Paladino, Gianni Ruffi, Michelangelo Pistoletto). L’attività di Gori e degli artisti di volta in volta coinvolti nel parco procede incessante e costante negli anni successivi, sino a raggiungere con gli ultimi interventi nel 2018, la straordinaria collezione di 51 opere all’aperto.

La totalità delle opere degli artisti è fortemente condizionata ed in qualche modo configurata dal contesto ambientale del parco e degli annessi della villa e della fattoria. Il parco si presenta come un vasto giardino all’inglese collocato sul retro della villa, a cui si accede dal cancello neoclassico posto lungo la via Montalese tramite un sinuoso viale (disegnato dallo Ximenes), e si attesta a nord della villa padronale e del suo belvedere. Disegnato a partire dal 1844 da Giovanni Gambini secondo quel gusto romantico imperante nei giardini europei, il parco è ricco di architetture ed episodi naturalistici che ne costituivano il naturale pendant; vi si trovano infatti un padiglione neogotico adibito a palazzina per il tè, una voliera romantica in laterizio e ferro, un monumento di gusto neoegizio, una spazio ad uso di ghiaccia e numerosi giochi d’acqua (ponti, torrenti, fontane, cascatelle e laghetti). L’area della fattoria, tutt’oggi funzionante e produttiva, è invece caratterizzata da un paesaggio rurale tipicamente toscano, con terreni terrazzati coltivati a vite ed ulivo, appezzamenti a grano ed erbosi: gli annessi rustici (case coloniche, depositi e vinaie) sono anch’essi stati utilizzati dagli artisti come sede delle loro installazioni.

Oltre che un museo all’aperto, il terreno della villa Celle è anche una riserva naturale, numerose infatti sono le specie arboree presenti nel parco tra cui: abete bianco, ippocastano, carpino bianco, castagno, cedro dell’Atlante, cedro dell’Himalaya, cipresso di Lawson, cipresso comune, orniello, tuja gigante, abete rosso, pino nero, pino marittimo, platano, abete odoroso americano, douglasia, cerro, leccio, roverella, querciolo, farnia, quercia rossa, quercia americana, tasso, tiglio, olmo.

I GRANDI PAESAGGISTI DEL 900

PIETRO PORCINAI

Un’importante capacità di Pietro Porcinai era quella di individuare i reali problemi e comprendere le procedure idonee, precorrendo sempre i tempi grazie ad una pre-veggenza fondata su basi tecniche sperimentate. Oltre al suo precoce ed innato talento naturale e alla sua intelligenza professionale, Porcinai aveva inoltre maturato una specifica formazione all’estero, in notevole anticipo rispetto ad altri, senza dubbio rimanendo influenzato dalla cultura paesaggistica di quei paesi, in particolare Germania e Belgio, dove aveva fatto pratica di tecniche colturali presso alcuni vivai specializzati. In Italia il percorso della sua formazione si intrecciò con un periodo cruciale dell’arte dei giardini: infatti, proprio nel 1924 Luigi Dami pubblicò II giardino italiano, dimostrando il primato italiano nell’arte dei giardini.

La natura autoctona e caratteristica del giardino italiano, nel riappropriarsi del suo primato in un campo diventato oggetto di studi di stranieri, soprattutto anglosassoni, culminò nella famosa Mostra del Giardino Italiano del 19311 a Firenze, dove si tese alla valorizzazione di un grande passato, senza tuttavia tentare di aprire la strada alla ricerca di nuove forme moderne nell’arte dei giardini. Presidente della Commissione esecutiva’ della mostra fu Ugo Ojetti, sostenitore di un’architettura monumentale e in stile. Nell’ambito della manifestazione furono riproposti dieci modelli ideali di giardini, in una sorta di percorso storico dell’arte dei giardini italiani, concepiti come piccole creazioni scenografiche in cui era presente anche il giardino paesaggistico all’inglese, anche se giudicato estraneo alla tradizione classica nazionale.

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