LA FATTORIA DI CELLE A SANTOMATO | COLLEZIONE GORI

Itinerari d'Arte

Su quale rapporto ci sia tra arte ambientale, paesaggio e giardini si può dibattere a lungo, sono sicuramente due mondi che si incontrano. senza dubbio entrambi nel reciproco contatto traggono benefici e sollecitazioni. Le terre di Toscana hanno costituito da sempre un polo magnetico capace di attrarre nella sfera dell’arte molteplici energie e intrinsecamente ispirato profonde emozioni e espressioni che hanno lasciato segni indelebili. La natura particolarissima continua a emanare il proprio fluido creativo, richiamando numerosi artisti  e coinvolgendo all’infinito. 

Uno dei primi esempi apparsi in Toscana, il capolavoro che ha aperto la strada ad altri interventi ed è diventato uno dei più importanti modelli di laboratori d’arte ambientale nel mondo è la Fattoria di Celle a Santomato, vicino a Pistoia. Gli Spazi d’Arte (Art spaces) sono nati nel vasto Parco Romantico di Celle – il luogo non poteva essere che quello – nel quale con una magica alchimia si è fuso, per coincidenze e sollecitazioni fortunate, il ruolo assunto dall’arte ambientale negli anni Settanta con la determinazione e intuizione del mecenate Giuliano Gori e la sperimentazione degli artisti coinvolti. L’intuizione scaturisce nel 1977 sotto la spinta di Documenta a Kassel ove Manfred Schneckenburger, direttore del settore dedicato all’Environment, evidenzia il ruolo dell’arte ambientale. Queste le profonde motivazioni dell’intuitivo ed ispiratissimo collezionista d’arte Giuliano Gori:

Il desiderio e la curiosità di verificare il comportamento dell’artista contemporaneo di fronte a una committenza che gli offra l’opportunità di realizzare un progetto, in cui lo spazio venga usato come parte integrante della propria opera, e non più come semplice contenitore, rappresenta la molla che ci ha convinto a riprendere l’interrotta tradizione delle installazioni nel parco. […] alcune grandi esposizioni, come Documenta a Kassel e la Biennale di Venezia, presentano alcuni esempi di opere ambientali, realizzate però in spazi non sempre ideali e con materiali per lo più precari. A Celle si tratta invece di offrire spazi adeguati e materiali durevoli nel tempo”.

A seguito di un’intensa collaborazione e del contributo critico di Amnon Barzel, curatore del progetto Art spaces, nel 1982 nascono quindi i primi interventi fondativi del parco. Il 12 giugno si inaugura la collezione con le prime nove opere degli artisti: Alice Aycock (Le reti di Salomone), Dani Karavan (Linea 1-2-3), Mauro Staccioli (Scultura Celle), Richard Serra (Open Field Vertical Elevation), Dennis Oppenheim (Formula Compound ), Ulrich Ruckriem (Senza titolo), George Trakas (Il sentiero dell’amore), Anne e Patrick Poirier (La morte di Efialte) e Robert Morris. Quest’ultimo, con il  Labirinto pietrificato ripropone nel bianco e nel verde la tradizionale bicromia dell’architettura romanica toscana (Fig. 1). Gli artisti, entrati in un dialogo vario ed intenso con il genius loci, si interrogano sulla dicotomia arte-natura e sulla capacità di interpretarla. 

Il rapporto con il luogo, il significato del giardino, la continuità, il cambiamento, l’eternità sono fonti di ispirazione per gli artisti che, pur dichiarandosi lontani dall’idea di giardino, vi recuperano forme e archetipi del passato: miti, labirinti, horti conclusi, teatri verdi, grotte. A Celle si può quindi trovare una nuova concezione di giardino, in cui l’arte, la natura, la storia, la cultura vengono posti in un magico equilibrio. Le prime opere sono ambientate negli spazi vicino alla villa, poi in tutto il parco, dilatandosi infine anche negli spazi agricoli.

Innumerevoli le installazioni di artisti stranieri, che si sono susseguite nel tempo. La prima opera fuori dal parco storico è l’installazione dell’artista giapponese Bukichi Inoue, My sky hole. Collocata tra gli olivi di fronte al bosco, l’opera consiste in un lungo percorso ipogeo che riemerge in un cubo trasparente contro la luce del cielo. Rappresenta l’allegoria della rinascita dal ventre della terra madre. Nel settembre del 1985 nel Campo degli Olivi si è inaugurato l’intervento di Magdalena Abakanowicz intitolata Katarsis, dove trentatré grandi figure in bronzo si stagliano in file allineate nel grande prato recintato di filo spinato. L’inquietante esercito determina un drammatico impatto nel paesaggio e, suggerendo la meditazione esistenziale, diventa lo spazio della purificazione.

Tra le realizzazioni artistiche che ben esemplificano i significati del rapporto arte e natura emerge Cerchi nel tempo (1987-1990) che Alan Sonfist definisce la sua opera più impegnativa e inquietante. Nata dal “dialogo” personale con la collina nel podere della Fattoria, ogni segno di cui si compone rappresenta uno stadio della reciproca azione tra sé e il cosmo. L’artista si collega filosoficamente all’universo tramite la realizzazione concreta dell’opera:

“Il cerchio più interno è la ricostruzione di una foresta vergine primordiale, circondata e protetta da fusioni in bronzo di alberi in via di estinzione che silenziosamente mimano gli dei greci e romani e gli eroi dell’arte antica. Ho creato tre cancelli del Paradiso, molto simili alle porte del grande Battistero di Firenze, come guardiani di questo raro esemplare di foresta originale d’Italia. L’anello seguente è quello del timo, originario di questa terra, e dell’alloro che, portato dai Greci, simboleggia la vittoria e la poesia. Attraverso gli allori, tre bassi passaggi conducono fuori ed ogni passaggio cattura il profumo del timo.

Un anello di pietre, poste nella tradizionale foggia edificatoria toscana, circonda la cinta d’alloro e mima la forma della valle della Fattoria di Celle. […] La pietra selezionata è il galestro, che mantiene l’energia del sole, assorbendone il calore per restituirlo attraverso la caratteristica vigna del Chianti e che, si disgrega per ridiventare terra. L’ultimo anello, formato dal grano e dagli olivi, con l’annuale raccolto rappresenta l’uso produttivo del terreno. […] Nella spirituale sua essenza questa scultura è uno scavo archeologico che riporta alla luce i molteplici strati della storia del territorio toscano”.

Sulla stessa onda si pone l’artista statunitense Beverly Pepper (1922-2020) predisponendo la realizzazione del Teatro Celle (Omaggio a Pietro Porcinai)  in risposta alle richieste di Giuliano Gori il quale:

[…] voleva trasformare e fondere insieme all’ambiente un teatro-scultura, senza però alterare l’ambiente circostante, affinché inoltre il posto potesse essere adibito ad uso teatrale […]. In passato io avevo già lavorato ad un altro progetto ed è da qui che nasce l’espressione ‘anfiscultura’: la fusione tra scultura e anfiteatro. Gori, con l’amore che ha per la natura, i boschi, aveva posto dei limiti al mio lavoro cosicché la scultura potesse essere collocata nell’ambiente senza disturbare i ritmi naturali. Non potevo toccare un albero, non potevo modificare la struttura della collina, non potevo fare uno scavo o spostare un cespuglio. Dovevo lasciare tutto così com’era, insomma avevo capito che ciò che Gori voleva esattamente era mettere a confronto l’arte, l’artista e la natura intorno ad essi in modo che tutto sembrasse meravigliosamente naturale e semplice”.

Lo spazio viene inaugurato nel giugno del 1992, in occasione del X anniversario della collezione di Arte Ambientale per accogliere rare e originali rappresentazioni e performances di artisti che da allora si sono susseguite nel tempo. Tra le opere successive, inaugurate nel giugno del 2002, si trovano la poeticissima opera dell’artista belga Jean-Michel Folon (1934-2005), L’albero dai frutti d’oro, realizzata nella Voliera, una struttura in matton cotto di Bartolomeo Sestini e l’installazione, tra le spettacolari canne di bambù, dell’opera a quattro mani, Melencolia II, degli artisti Claudio Parmiggiani e Robert Morris (1931-2018), che qui ha proposto, a distanza di vent’anni dalla realizzazione del Labirinto, una nuova esperienza creativa.

INES ROMITTI

I GRANDI PAESAGGISTI DEL 900

PIETRO PORCINAI

Un’importante capacità di Pietro Porcinai era quella di individuare i reali problemi e comprendere le procedure idonee, precorrendo sempre i tempi grazie ad una pre-veggenza fondata su basi tecniche sperimentate. Oltre al suo precoce ed innato talento naturale e alla sua intelligenza professionale, Porcinai aveva inoltre maturato una specifica formazione all’estero, in notevole anticipo rispetto ad altri, senza dubbio rimanendo influenzato dalla cultura paesaggistica di quei paesi, in particolare Germania e Belgio, dove aveva fatto pratica di tecniche colturali presso alcuni vivai specializzati. In Italia il percorso della sua formazione si intrecciò con un periodo cruciale dell’arte dei giardini: infatti, proprio nel 1924 Luigi Dami pubblicò II giardino italiano, dimostrando il primato italiano nell’arte dei giardini.

La natura autoctona e caratteristica del giardino italiano, nel riappropriarsi del suo primato in un campo diventato oggetto di studi di stranieri, soprattutto anglosassoni, culminò nella famosa Mostra del Giardino Italiano del 19311 a Firenze, dove si tese alla valorizzazione di un grande passato, senza tuttavia tentare di aprire la strada alla ricerca di nuove forme moderne nell’arte dei giardini. Presidente della Commissione esecutiva’ della mostra fu Ugo Ojetti, sostenitore di un’architettura monumentale e in stile. Nell’ambito della manifestazione furono riproposti dieci modelli ideali di giardini, in una sorta di percorso storico dell’arte dei giardini italiani, concepiti come piccole creazioni scenografiche in cui era presente anche il giardino paesaggistico all’inglese, anche se giudicato estraneo alla tradizione classica nazionale.

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