ITINERARI ARCHITETTURA | SVIZZERA FONDATION BEYELER © ALESSIO GUARINO
ITINERARI DI ARCHITETTURA | SVIZZERA

FONDATION BEYELER BASILEA

Dopo un infruttuoso contatto con il Kunstmuseum di Basilea, che offre una sistemazione ritenuta da Beyeler non soddisfacente, si giunge alla decisione di creare una sede specificamente concepita allo scopo di ospitare più di 250 opere dipinte e scolpite i cui autori, per fare alcuni esempi, rispondono ai nomi di Van Gogh, Lichtenstein, Bacon, Monet, Braque, Picasso, Mondrian, Giacometti, Seurat, Klee, Rodin, Matisse, Calder, Degas, Chagall… La progettazione è affidata a uno dei massimi architetti viventi: il genovese Renzo Piano. Fra Beyeler e Piano – come racconta l’architetto italiano – si stabilisce una profonda intesa. Gli incontri sono numerosi e a poco a poco si genera fra i due personaggi una sorta di simbiosi. Beyeler è pignolo fino all’ossessione e vuole essere informato sui minimi particolari del progetto che l’architetto va elaborando nel suo studio parigino, mentre Piano è affascinato dal rapporto diretto con le opere d’arte che saranno ospitate nel costruendo edificio. Il risultato è un continuo scambio di esperienze e un integrarsi di sensibilità: alla fine del lavoro – secondo quanto dichiara lo stesso Piano – l’architetto si sentirà collezionista e il collezionista si sentirà architetto. L’edificio (inaugurato nel 1997), non è appariscente ma è pensato nei minimi particolari per accogliere nel modo più adeguato la collezione permanente e le mostre temporanee cui Beyeler attribuisce grandissima importanza. Ernst Beyeler muore nel mese di febbraio 2010.

La progettazione dell’edificio destinato ad accogliere una collezione d’arte fra le più invidiabili al mondo è laboriosa. Il primo problema è il reperimento di un terreno adatto ad accogliere la costruzione. Si individua dopo lunghe ricerche un’ampia area verdeggiante situata nel comune di Riehen, non lontano dal nucleo urbano di Basilea, raggiungibile facilmente con i mezzi pubblici. Ottenuta, con qualche difficoltà, la cessione del terreno e superate le perplessità avanzate da alcuni abitanti del comune, si inizia la costruzione. La parte dell’edificio destinata al pubblico si estende su un solo livello, in modo da ottenere la massima accessibilità. Ampie vetrate fanno sì che fra l’interno e l’esterno si produca una continuità tale da inserire le opere esposte nell’ambiente naturale circostante. Una cura particolare è stata dedicata da Renzo Piano alla realizzazione del tetto che, attraverso un complesso sistema di alette mobili, analogo a quello installato dallo stesso Piano sulla Pinacoteca Agnelli di Torino, consente di diffondere all’interno dell’edificio la luce naturale nel modo più efficace. Una veranda, nella quale i visitatori trovano poltrone e possono consultare testi di storia dell’arte, apre la visione su un paesaggio digradante fino ad una zona boschiva. I muri esterni della costruzione sono rivestiti con lastre di una particolare pietra reperita in Patagonia, scelta personalmente da Beyeler dopo lunghissime esitazioni – descritte da Piano in modo affettuosamente ironico – per generare una sensazione di solidità e continuità nel tempo.

LISBON ART ITINERARIES

MAAT - MUSEUM OF ART, ARCHITECTURE AND TECHNOLOGY

Il MAAT – Museum of Art, Architecture and Technology – è una delle istituzioni culturali più innovative e prestigiose di Lisbona. Sorge lungo le rive del fiume Tago, nel quartiere storico di Belém, a pochi passi da monumenti iconici come la Torre di Belém e il Monastero dos Jerónimos, entrambi patrimonio UNESCO. Inaugurato nel 2016, il museo è diventato in breve tempo un punto di riferimento internazionale per l’arte contemporanea e la sperimentazione interdisciplinare.

L’edificio principale, progettato dallo studio della celebre architetta britannica Amanda Levete (AL_A), si distingue per la sua architettura avveniristica e organica. La struttura sinuosa, che ricorda il movimento delle onde del Tago, si integra armoniosamente con il paesaggio circostante e invita i visitatori a camminare sul tetto-passeggiata, da cui si gode una vista panoramica spettacolare sul fiume e sulla città. La facciata è rivestita da circa 15.000 piastrelle tridimensionali smaltate, che catturano la luce del sole e riflettono i bagliori dell’acqua, creando un dialogo costante tra natura e architettura.

Il MAAT è parte integrante della Fundação EDP, la fondazione culturale della compagnia elettrica portoghese, che ha trasformato anche la vicina Central Tejo, una storica centrale termoelettrica, in spazio museale. L’insieme dei due edifici – l’innovativo padiglione di Levete e l’imponente centrale industriale del primo Novecento – crea un contrasto unico tra passato e futuro, tradizione e modernità.

All’interno, il MAAT ospita esposizioni temporanee di artisti nazionali e internazionali che affrontano i grandi temi della contemporaneità attraverso linguaggi diversi: arti visive, installazioni multimediali, performance, architettura sperimentale e nuove tecnologie. Tra le tematiche ricorrenti spiccano la sostenibilità ambientale, l’impatto delle innovazioni digitali, la riflessione sul rapporto tra uomo e natura e l’intersezione fra discipline artistiche e scientifiche.

Il museo non si limita alla sola funzione espositiva: propone un ricco programma di workshop, conferenze, attività didattiche per scuole e famiglie, residenze artistiche e incontri interdisciplinari, favorendo il dialogo culturale e la formazione di nuove generazioni di creativi e ricercatori. Questo lo rende non solo un museo, ma un vero laboratorio di idee e sperimentazioni.

Grazie alla sua architettura iconica, alla posizione scenografica lungo il Tago e alla qualità delle sue proposte culturali, il MAAT è oggi uno dei simboli della Lisbona contemporanea, meta imperdibile per appassionati di arte, architettura e tecnologia provenienti da tutto il mondo.

Le Corbusier, La Ville Radieuse (1935)

Pubblicato nel 1935 dalle Éditions de l’Architecture d’Aujourd’hui a Boulogne-sur-Seine, La Ville Radieuse rappresenta uno dei testi fondamentali del pensiero urbanistico del Novecento. Dopo aver elaborato le sue prime teorie sulla città moderna in Vers une architecture (1923) e in La Ville contemporaine (1925)

Le Corbusier raccoglie e sistematizza in questo volume un vero e proprio manifesto per l’organizzazione della città nell’era della “civiltà meccanica”. Il libro non è soltanto un trattato tecnico di urbanistica, ma un’opera di carattere teorico e visionario: attraverso schemi, fotografie, disegni e prospettive, l’autore descrive la città ideale come organismo funzionale e ordinato, capace di garantire igiene, efficienza, razionalità e bellezza. La “città radiosa” di Le Corbusier è composta da grandi unità abitative immerse nel verde, da un sistema viario stratificato per separare i flussi di pedoni e veicoli, da spazi pubblici pensati come luoghi di incontro e di vita collettiva. La pubblicazione, realizzata in grande formato e riccamente illustrata, riflette l’intento pedagogico dell’autore: comunicare le sue idee non solo agli specialisti, ma a un pubblico più ampio di amministratori, tecnici e cittadini. Con questo testo, Le Corbusier si pone come figura centrale del dibattito internazionale sull’urbanistica, influenzando profondamente le politiche di ricostruzione e pianificazione urbana del secondo dopoguerra. Oggi La Ville Radieuse resta un documento imprescindibile per comprendere la visione modernista del rapporto tra architettura, città e paesaggio, e continua a sollevare interrogativi sulla validità e sui limiti delle utopie urbanistiche del XX secolo.

ANTONIO GUARINO, LA VISIONE DI OLIVETTI PER IL SUD. «DIARI», (2010).

SEDE OLIVETTI POZZUOLI

Oggi ad oltre 50 anni della sua realizzazione cosa è rimasto di quello straordinario programma?

Nel VI secolo a.C. approdò sulla costa flegrea, dove oggi c’è la città di Pozzuoli, un gruppo di greci fuggiti dalla tirannia di Policrate. Avevano lasciato la propria patria, l’isola di Samo, diretti verso l’Italia meridionale, dove fondarono una città, Dicearchia, che significa “governo-giusto”.

Dopo 25 secoli – siamo all’inizio degli anni ’50 del ‘900 – altri uomini, provenienti da parti diverse d’Italia, sono arrivati nello stesso luogo con un nuovo compito: contribuire con i loro progetti non solo allo sviluppo del Sud d’Italia, ma anche, umanizzando i processi produttivi dell’era industriale, a dare forma concreta ad una nuova e più giusta relazione tra capitale e lavoro.

Tra questi uomini vanno ricordati tre personaggi che furono protagonisti di quegli anni e che del futuro avevano una grande visione: l’imprenditore Adriano Olivetti, l’architetto Luigi Cosenza e il paesaggista Pietro Porcinai. Lo stabilimento verrà collocato sulla via Domiziana a pochi chilometri da Napoli, lungo quel tratto eccezionale di linea di costa flegrea denominato Arco Felice, dove al magnifico paesaggio dominato dal mare si sovrappone la stratificazione storica sedimentata in millenni di storia.

Afferma Adriano Olivetti il 25 aprile 1955 nel discorso d’inaugurazione dello stabilimento: “La nostra società crede nei valori spirituali, nei valori della scienza, crede nei valori dell’arte, crede nei valori della cultura, crede, infine, che gli ideali di giustizia non possano essere estraniati dalle contese ancora ineliminate tra capitale e lavoro. Crede soprattutto nell’uomo, nella sua fiamma divina, nella sua possibilità di elevazione e di riscatto”.

ITINERARIO DI ARCHITETTURA

VILLAGGIO TURISTICO ENI

Enrico Mattei decise nei primi anni 50 del secolo scorso di costruire una struttura turistica per i dipendenti di Eni e le loro famiglie; dietro al progetto era inclusa sia la visione di Mattei in cui le strategie imprenditoriali erano unite ad un compito sociale, in cui l’azienda stessa si occupava del benessere personale dei dipendenti in un’ottica di superamento delle divisioni tra le classi sociali. Oltre a ciò in Mattei era presente e forte una innovativa concezione di un rinnovato impianto di urbanistica sociale. Per tutte queste ragioni il progetto venne affidato a Edoardo Gellner, che si era da poco occupato del Piano Paesaggistico di Cortina d’Ampezzo (oltre che della realizzazione del Motel Agip in occasioni delle Olimpiadi Invernali del 1956) e che scelse l’area alle pendici del Monte Antelao.

Il villaggio Eni di Borca di Cadore è di un villaggio turistico, composto da un albergo, una chiesa moderna di notevole pregio architettonico, e da 250 villette, sparse nel bosco e quasi invisibili al turista; il centro è posto sulla riva sinistra del Boite alle pendici dell’Antelao, appena sopra Cancia. Il villaggio nasce da un progetto di Enrico Mattei, fondatore dell’ENI, e fu realizzato tra il 1954 e il 1963 come un villaggio vacanze e colonia estiva per i dipendenti della società. Il nome ricorda Cortemaggiore, la località del Piacentino dove fu scoperto un giacimento di petrolio che ebbe un grande impatto mediatico. Nel 2001 Gualtiero Cualbu, titolare di un’agenzia immobiliare di Cagliari, lo rilevò, incaricando del lavoro lo stesso architetto che all’epoca aveva progettato il complesso, il novantaduenne Edoardo Gellner. Già a suo tempo Gellner aveva criticato l’abusivismo edilizio che dilagava deturpando il paesaggio alpino, ideando così un insediamento che “sparisse alla vista”: infatti, una volta cresciuti gli alberi che vi aveva fatto piantare, il villaggio appare letteralmente nascosto dal bosco. Inoltre gli alberi aiutano anche a stabilizzare il declivio su cui sorge il centro e a formare l’habitat per diverse specie. Di notevole importanza architettonica la Chiesa di Nostra Signora del Cadore, costruita per la popolazione del villaggio.

Salvatore Settis

Paesaggio Costituzione cemento La battaglia per l'ambiente contro il degrado civile

Il paesaggio è il grande malato d’Italia: è devastato impunemente ogni giorno, sotto gli occhi di tutti, per il profitto di pochi. Ecco la diagnosi lucida e spietata da cui Salvatore Settis prende le mosse per analizzare il baratro che separa i principî di tutela del territorio, sanciti dalla Costituzione, dal degrado dello spazio che abitiamo. Un degrado che rappresenta anche una forma di declino complessivo nelle regole del vivere comune, reso possibile dall’indifferenza, dal malcostume diffuso e dalle leggi contraddittorie, aggirate con disinvoltura. Un’indagine che risale alle radici etiche e giuridiche del saccheggio del Bel Paese, per reagire e fare «mente locale» contro speculazioni, colpevole apatia e conflitti tra poteri. Una necessaria manifestazione di civiltà, per non sentirci fuori luogo nello spazio in cui viviamo. E per evitare che il cemento soffochi anche il nostro futuro.

 

2019
ET Saggi
pp. VI – 338
€ 13,50
ISBN 9788806242114
GIARDINI STORICI DEL VENETO

Villa Revedin Bolasco è un compendio composto da villa e giardino storico, risalente a metà Ottocento e posto nel cuore di Castelfranco Veneto, a ridosso di Borgo Treviso. Il complesso è stato donato da Renata Mazza vedova Bolasco, ultima proprietaria, all’Università di Padova, che nel 2015 ha completato il restauro del giardino e di parte della Villa. Risalente agli anni tra il 1852 e il 1865, Villa Revedin Bolasco nacque per volere del conte Francesco Revedin, che affidò il progetto della villa e del giardino romantico all’architetto Giambattista Meduna. Per primo Meduna ne definì l’impianto, riorganizzando l’area in cui in precedenza sorgevano il complesso architettonico seicentesco “Il Paradiso” di proprietà dei Corner e un giardino all’italiana, entrambi demoliti tra il 1803 e il 1808. Con il contributo di Marc Guignon e Francesco Bagnara fu progettato il giardino, secondo la moda dei landscape gardens inglesi. Il giardino storico di Villa Revedin Bolasco conserva oggi il proprio disegno ottocentesco e conta più di otto ettari tra verde e acque. Popolato da più di mille alberi e da una ricca fauna, ospita al suo interno un’ampia area composta da un lago e due isole, alimentata dalle acque del torrente Avenale. Parte del giardino sono inoltre la cavallerizza, ideata da Guignon con il reimpiego di alcune sculture del precedente giardino all’italiana attribuite a Orazio Marinali, una serra semicircolare di stile moresco, due torri colombare e la cavana per il ricovero delle barche.

Il viaggio degli agrumi in Italia

Paola Fanucci & Alberto Tintori Percorsi e curiosità di cultivar regionali Con una parte sulla cura degli agrumi in vaso

Vi siete mai chiesti perché il profumo dei fiori d’arancio e il sapore delle scorze di limone vi facciano venire in mente un ricordo o il volto di una persona? Nella vita di ognuno gli agrumihanno impresso una traccia silenziosa ma indelebile: un gusto, un’esperienza tattile, una percezione affettiva. Potrete non accorgervene, ma in questi istanti si racchiude la memoria di una vita intera, poiché dietro un frutto si celano non solo pratiche e saperi tramandati da generazioni, ma anche il nostro passato. Questo è un viaggio fra gli agrumeti d’Italia, le loro storie e curiosità locali: una mappa per capire quanto la presenza degli agrumi sia multiforme e radicata nella nostra cultura, dalle grandi piantagioni ai vasi sulle nostre terrazze.

 

Giardini e paesaggio, 60
2025, cm 19 x 24, viii-332 pp. con 338 figg. n.t. Rilegato.
ISBN: 9788822269850

€ 29,00  € 27,55Novità   LINK

Art & Nature Itineraries | Trentino Aldo Adige

ARTE SELLA

Arte Sella is a contemporary art exhibition in nature that takes place in the Val di Sella, in the municipality of Borgo Valsugana. Arte Sella is an international event of contemporary art established in 1986, held outdoors in the meadows and forests of Val di Sella (municipality of Borgo Valsugana, province of Trento). It was initiated in 1986 by Enrico Ferrari, Emanuele Montibeller, and Carlotta Strobele, and is managed by the association of the same name. Enrico Ferrari served as president until 2000, followed by Laura Tomaselli, and since March 2012, Giacomo Bianchi has taken over. In the initial period (1986-1996), the event was biennial and took place at “Casa Strobele” and its park. From 1996 onward, it expanded along a path on Monte Armentera, still within Val di Sella, called artenatura. Approximately 25 artworks are positioned along a 3 km trail.

Peter Crane | Ginkgo

L’albero dimenticato dal tempo Traduzione di Gianni Bedini, revisione di Fabio Garbari

Questo libro racconta la storia più lunga mai dedicata a un albero. L’ha scritta Peter R. Crane, uno dei massimi paleontologi vegetali del mondo. La profonda conoscenza scientifica, l’appassionata attenzione alle vicende evolutive testimoniate dai reperti fossili e dalla singolare biologia riproduttiva di Ginkgo biloba, hanno ispirato la realizzazione di quest’opera che si legge come un romanzo, dedicato alla biografia di una specie la cui conservazione è oggi affidata all’uomo.

Giardini e paesaggio, vol. 54
2020, cm 17 × 24, x-256 pp. con 24 tavv. f.t. a colori e 8 figg. n.t.
[isbn 978 88 222 6681 1] € 25,00

http://www.olschki.it/libro/9788822266811

CONTEMPORARY GARDENS

VILLA PUCCI

Granaiolo, a lawn garden, a garden with cement lines, a Tuscan house, a forest. I visited it on a May morning, the sun fading and reappearing through the clouds. The green of the lawn and the darker hues of the forest were perfect, gleaming. The rainy spring had favored the chromatic richness of the place. While I was familiar with Granaiolo through publications, as Ippolito Pizzetti often emphasizes, to truly understand a garden, to feel its meaning, its poetics, one must see it, visit it, traverse it. Understanding unfolds gradually; the space moves internally and expands, triggering new perspectives from every vantage point. Parallel bands of converging lines lead toward the forest; right angles, sudden shifts, changes of direction continuously renew the vanishing points. Around the structure, descending horizontal planes, emphasized by concrete borders (a stiffening of the contour lines turning linear) create an effect of expansion, even sonorous, which spreads from the house to the green backdrop of the forest. Conversely, when the view is perceived from the forest, the fragmentation of space into successive planes accompanies the ascent and connects the volumes. One finds oneself immersed in a metatemporal atmosphere, outside any chronological placement, in an infinite space despite being enclosed by tree lines.

ITINERARI DI ARCHITETTURA | VENEZIA

NEGOZIO OLIVETTI

Il negozio Olivetti di Venezia, progettato nel 1957 dall’architetto Carlo Scarpa, è un capolavoro dell’architettura moderna situato sotto i portici delle Procuratie Vecchie in Piazza San Marco. Commissionato dalla Olivetti, questo spazio espositivo rappresenta un perfetto connubio tra innovazione tecnologica, design raffinato e sensibilità artistica. Scarpa ha saputo valorizzare l’ambiente con l’uso di materiali pregiati come il marmo, il vetro e il legno, creando un’atmosfera elegante ed essenziale, capace di esaltare la bellezza degli oggetti esposti.

Uno degli elementi più iconici dello showroom è la scala in marmo sospesa, che sembra sfidare la gravità e testimonia l’abilità tecnica e poetica dell’architetto. Lo spazio è concepito come un ambiente dinamico, in cui la luce e i materiali interagiscono per mettere in risalto le macchine per scrivere e le calcolatrici Olivetti, prodotti che hanno segnato la storia dell’industria e del design italiano.

Oggi il Showroom Olivetti è gestito dal FAI – Fondo Ambiente Italiano, che ne ha curato il restauro e lo mantiene aperto al pubblico come esempio straordinario di architettura del Novecento. Questo spazio non è solo un tributo alla visione innovativa della Olivetti, ma anche un luogo di memoria e cultura, che continua a ispirare visitatori, architetti e designer di tutto il mondo.

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