GIARDINI STORICI | FIRENZE GIARDINO TORRIGIANI © ALESSIO GUARINO

GIARDINI STORICI | GIARDINI SIMBOLICI

GIARDINO TORRIGIANI DI FIRENZE

Nel Giardino Torrigiani, che si estende a sud della città, affiorano suggestioni romantiche intrecciate ad antiche allegorie. Infatti, con la nuova sistemazione ottocentesca, il giardino, ingrandito e rimodellato secondo il gusto del secolo dal proprietario il Marchese Torrigiani con l’aiuto dell’architetto Luigi Cambray Digny nasconde una complessa simbologia. Si può anche supporre che questo linguaggio segreto derivi dall’appartenenza del marchese e del Cambray Digny alla consorteria massonica di filiazione francese, che poteva vantare a Firenze l’istituzione fin dal 1809 di una Loggia intitolata a Napoleone, infatti nei paesi d’oltralpe  parallelamente al diffondersi dell’ideologia dell’iniziatica confraternica erano molti giardini dove le allegorie esoteriche e mitologiche si miscelavano con  temi massonici.

Due enigmatiche e significative sfingi ne sorvegliano l’ingresso su via dei Serragli, quasi a voler custodire il giardino da visitatore indiscreti e nello stesso tempo riaffermare un legame con quella antica sapienza egizia da cui si faceva discendere il simbolismo iniziatico.

Appena varcata la soglia si faceva incontro al visitatore  una statua di Osiride, dio egizio della morte e della resurrezione, che tiene tra le mani le tavole, nei quali sono espressi i regolamenti per l’accesso al giardino e non è casuale il riferimento alla cultura egizia in quanto al tema della discesa agli Inferi e alla successiva rinascita collegata con il mito di Osiride si accompagnava anche la celebrazione di antichi riti  in onore della vegetazione legata ai grandi cicli annuali della natura.

Il percorso simbolico si snodava tra allegorie di sculture, architetture e elementi vegetali secondo i suggerimenti di una cultura squisitamente esoterica

Nel giardino si potevano ammirare poi tutta una serie di episodi oggi purtroppo in gran parte scomparsi, quali: la diruta basilica gotica, che nascondeva una conserva per l’acqua, e il vicino convento. 

Prima tappa del viaggio iniziatico come itinerario del processo introspettivo è l’alchemica putrefazione, ossia la cosiddetta nigredo evocata nel giardino dall’atmosfera inquietante e tristemente ossianica dei luoghi che conducevano all’ipogeo, che in stile neogizio, vuole alludere alla camera iniziatica degli antichi culti, ove la morte significa resurrezione, assimilabile al gabinetto di riflessione della iniziazione massonica.

Nei pressi era il romitorio di San Salvatore, circondato da “oggetti di pietà e di meditazione, ma ancora una prova attendeva il visitatore: l’attraversamento del Bosco Sacro. La Selva oscura, tema ricorrente in tutta la letterature esoterica e cavalleresca, custodiva al suo interno l’allusivo sepolcreto come ancora ad attestare che per rinascere a nuova vita occorre morire a se stessi. Esattamente di fonte al sepolcreto si apriva”una cupa grotta” sulla cui sommità si ergeva una colossale statua di Saturno, dio del tempo e della morte, raffigurato in atto di falciare la vita degli uomini. Questi ornamenti, dovuti ad un particolare gusto romantico, evocavano un simbolismo più antico: l’Opera al nero, il momento notturno della “putrefazione”, primo stadio del processo alchemico introspettivo. 

Uscendo dal bosco il visitatore era accolto da una serena atmosfera pervasa da un senso di aurora “ 

L’allegorico cammino conduceva poi in vista di una graziosa uccelliera posta nel mezzo di un parato “con sei colonne marmoree, di ordine dorico,scannellate, con fonte perenne e varie piante”,ai cui lati occhieggiavano due statue raffiguranti Esculapio, dio della Medicina e sua figlia Igeia, personificazione della salute. Esculapio ed Igeia, i cui santuari erano costruiti presso una fonte e un bosco sacri, attestano come la salute dell’anima proceda di pari passo con quella del corpo.

Un corso d’acqua significativamente dedicato a Ladone, il mitico drago, dio dei fiumi, nato da Tifone e custode dei pomi d’ori conservati nell’Orto delle Esperidi attraversava con un tortuoso corso tutto il giardino. Sulle rive del torrente si affacciava una statua raffigurante il dio Pan, che, in qualità di mediatore tra la natura e gli uomini, rappresenta il principio generatore del tutto, la voce creativa della stessa natura.

Nella torre neogotica, realizzata dall’architetto Baccani nel 1821, citazione dello stemma di famiglia, che simbolicamente scompartita in tre piani, s’innalza su di uno oscuro antro a sovrastare l’intero giardino, si conclude il percorso iniziatico e cerimoniale secondo la formula massonica ex tenebris lux. Sulla sommità, una stanza era destinata allo studio degli astri e delle costellazioni. L’ottagono simbolo di rinascita che ne flette le pareti, segna ancora una volta l’apoteosi della resurrezione cui si giunge attraverso il superamento delle difficoltà e l’applicazione con costanza e volontà. 

La massonica torre della virtù e del silenzio si libra con la sua romantica ed enigmatica mole al di sopra del vorticare delle metamorfosi a segnare come la mitica torre di Babele, il connubio di terra e cielo, le sacre nozze tra il microcosmo e il macrocosmo.

BOTANICAL ITINERARIES OF TUSCANY

IL GIARDINO DELL'IRIS

Sotto le imponenti mura di Piazzale Michelangelo si estende il Iris Garden, una sintesi spaziale che mette a confronto il David baricentrico del monumento all’arte e alla cultura con lo straordinario monumento alla natura rappresentato dalle iris in fiore, un emblema per la città. Lo stemma di Firenze vanta origini antiche. Già raffigurato su un’urna funeraria del IV secolo a.C., risale al popolo etrusco di Fiesole, quella «collina lunata» che si apre a nord, come le origini del suo nome floreale, dibattuto fin dal Medioevo, sia in latino come Florentia sia nel volgare come Fiorenza, «in somiglianza dei fiori e delle gigli che abbondantemente fiorivano intorno alla città».

Nell’araldica civica, durante il dominio ghibellino, il giglio bianco «sbocciato e gemmato» appariva su campo rosso, e lo stemma era rosso con il giglio fiorentino d’argento; quindi, dal 1267 con il predominio dei guelfi, i colori furono invertiti e il giglio diventò rosso su campo bianco, come Dante Alighieri sottolinea nel Paradiso. Quanto alla sua precisa denominazione, Vincenzo Borghini (1515-1580) osservava: «non è strettamente un giglio bensì un fiore di iris chiamato dai botanici Iris florentina, diviso in tre foglie; nondimeno, è sempre stato conosciuto e chiamato col nome di giglio», infatti, la corolla tripartita e dentata rappresenta il giglio o l’iris campestre chiamato «iris bianco» da diacciolo o ghiacciolo, spontaneamente diffuso nella pianura e nelle colline circostanti. In onore del legame dell’iris con la città, nel 1954, gli ibridatori Flaminia G. Specht e Nita Stross Radicati proposero all’allora Assessore alle Belle Arti e ai Giardini, Piero Bargellini, di creare un giardino dedicato al fiore per diffonderne la cultura e organizzare un concorso internazionale annuale per migliorarne la qualità e, poiché non esiste iris rossa nel mondo, di creare un’iris scarlatta come omaggio al gonfalone della città.

Info utili per visitare il Giardino dell’Iris

  • Indirizzo: Viale Michelangelo, Piazzale Michelangelo, Firenze (accanto alla scalinata lato sud del piazzale)
  • Periodo apertura: Dal 25 aprile al 20 maggio (in coincidenza con la fioritura degli iris)
  • Orario: Tutti i giorni dalle 10:00 alle 18:00 (ultimo ingresso ore 17:30)
  • Ingresso: Gratuito
  • Accessibilità: Percorso in terra battuta, accessibile ma con alcune pendenze; consigliato abbigliamento comodo
  • Servizi offerti: Visite guidate su prenotazione, eventi e concorso internazionale, possibilità di acquistare piante di iris
  • Sito ufficiale: Società Italiana dell’Iris
  • Trasporti: Autobus linee 12 e 13 da stazione FS SMN (direzione Piazzale Michelangelo); parcheggio auto vicino al piazzale
  • Curiosità: Ospita oltre 2.000 varietà di iris provenienti da tutto il mondo
  • Consiglio: Visita ideale nel periodo di massima fioritura, tra fine aprile e metà maggio: da non perdere lo spettacolo dei colori e dei profumi!
Un gesto antico e universale che unisce mito, morte e memoria attraverso i riti delle civiltà del mondo.

DIRLO ALLE API

In tempi lontanissimi, ben prima che le parole venissero scritte su pergamena, l’uomo guardava le api con timore e meraviglia. In ogni angolo del mondo, dal bacino del Mediterraneo fino alle foreste amazzoniche, le api erano viste come creature sacre, messaggere degli dèi, spiriti dell’aria e della terra. Le loro danze, i loro canti, la geometria perfetta dei favi erano interpretati come segni del divino. Nella mitologia etrusca, che ci è giunta solo in frammenti e simboli, le api appaiono associate ai riti funerari e alla sopravvivenza dell’anima dopo la morte. Alcuni studiosi hanno letto nelle raffigurazioni delle tombe etrusche la presenza di esseri alati simili ad api, accompagnatori del defunto verso l’oltretomba, una sorta di guida sottile tra i mondi. Anche nel mondo greco le api erano collegate al mistero della morte e della rinascita. La sacerdotessa di Demetra era detta “Melissa”, cioè ape, e secondo il mito fu un’ape a nutrire il neonato Zeus con miele, nascosto in una grotta per sfuggire a Crono. Le api erano le nutrici degli dèi.

Nel culto orfico, che prometteva un aldilà di luce e consapevolezza, l’anima era spesso paragonata a un’ape: laboriosa, silenziosa, capace di raccogliere nettare dai fiori dell’esperienza. Morire, per questi iniziati, era come tornare all’alveare, al centro del cosmo. In questo contesto di credenze antiche, l’usanza di “dirlo alle api” dopo la morte di qualcuno appare come una naturale prosecuzione del pensiero simbolico: se le api erano anime, o almeno loro interlocutrici, bisognava renderle partecipi degli eventi umani. Dall’altra parte del mondo, presso i popoli aborigeni australiani, le api (in particolare quelle senza pungiglione) sono parte delle storie del Dreamtime, il tempo del sogno originario. In queste narrazioni sacre, le api non sono solo produttrici di miele, ma anche custodi di conoscenze ancestrali, segni viventi del legame tra la terra e i suoi abitanti. L’atto di raccogliere miele era spesso accompagnato da canti e rituali, per non disturbare l’equilibrio spirituale.

IL GIARDINO DELL'IRIS A FIRENZE

ITINERARI BOTANICI

Il Giardino dell’Iris si distende sotto l’alto muraglione del Piazzale Michelangelo, in una sintesi spaziale che affianca al David baricentrico del monumento all’arte e alla cultura lo straordinario monumento alla natura delle fioriture dell’iris, emblema per la città. Lo stemma di Firenze ha origini antichissime. Già raffigurato in un’urna funeraria del IV sec.a.C., si fa risalire al popolo etrusco di Fiesole, quel “colle lunato” che si dispiega a settentrione, cosi come le origini del nome floreale, dibattute fin dal medioevo, in latino Florentia o in volgare Fiorenza, “a similitudine dei fiori e dei gigli che abbondanti fiorivano intorno alla città”.

Harvard University

VILLA I TATTI

In antichità la costruzione fu posseduta dagli Zati, che la vendettero nel 1563 a Giulio d’Alessandro del Caccia dai cui figli, nel 1603, l’acquistò Porzia di Tommaso de’ Bardi vedova di Niccolò di Francesco degli Alessandri. Restò agli Alessandri fino al 1854, quando il conte Carlo di Gaetano la vendette a John Temple-Leader, che la inglobò nei suoi vasti possedimenti sulle colline di Maiano e di Vincigliata. Alla sua morte fu ereditata da Lord Westbury. Nel 1907 Bernard Berenson (1865-1959) e la moglie Mary Pearsol Smith, che abitano la villa già dal 1900, decidono di acquistare la proprietà.

Al momento dell’acquisto la villa lascia molto a desiderare, il giardino si limita a gruppi sparsi di vecchi cipressi e ad una limonaia. Berenson in quel periodo comincia però a ricevere una retribuzione regolare dal grande mercante americano Joseph Duveen e pertanto può acquistare anche il terreno circostante. Questa e il giardino sono trasformati a partire dal 1909 da Cecil Pinsent e Geoffrey Scott, che furono introdotti dagli stessi Berenson nella ricca comunità angloamericana, all’epoca molto numerosa sui colli fiorentini.

I GIARDINI STORICI DI FIRENZE

GIARDINO DI VILLA BARDINI

Il giardino Bardini è un giardino storico di Firenze, in zona Oltrarno. Si estende su un’ampia zona collinare dalle pendici di piazzale Michelangelo fino all’Arno, tra piazza dei Mozzi, via de’ Bardi, costa Scarpuccia, costa San Giorgio e la via di Belvedere (con due accessi), per una superficie totale di circa 4 ettari. Nel 2013 il circuito museale del Giardino di Boboli, che comprende anche il Museo degli Argenti, la Galleria del Costume, il Museo delle porcellane e il Giardino Bardini, è stato il sesto sito italiano statale più visitato, con 710.523 visitatori e un introito lordo totale di 2.722.872 Euro. Nel 2016 il circuito museale ha fatto registrare 881.463 visitatori. La cosiddetta collina di Montecuccoli, dove si estende il parco attuale, appartenne sin dal medioevo alla famiglia dei Mozzi e confinava con il loro palazzo. Già nel 1259 è citato un orto murato adiacente alla parte posteriore del palazzo (ancora lontano dall’idea di giardino che si sviluppò nel Rinascimento), mentre la zona più alta del parco era destinata all’agricoltura, con vigne e altre coltivazioni su alcuni elementari terrazzamenti.

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