ITINERARI BOTANIICI | NAPOLI REAL ORTO BOTANICO © ALESSIO GUARINO

ITINERARI BOTANICI D'ITALIA

REAL ORTO BOTANICO DI NAPOLI

L’Orto Botanico di Napoli, noto anche come Real Orto Botanico, è una struttura dell’Università degli Studi di Federico II ed è parte della Facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali. Copre un’area di circa 12 ettari e ospita intorno a 9.000 specie vegetali e quasi 25.000 esemplari coltivati. Il giardino si trova in Via Foria, accanto al Palazzo Fuga (storico Albergo dei Poveri). Fondato il 28 dicembre 1807 per decreto di Giuseppe Bonaparte, l’Orto Botanico fu realizzato su terreni precedentemente di proprietà dei Religiosi di Santa Maria della Pace e dell’Ospedale della Cava. Il progetto fu inizialmente approvato da Ferdinando IV con il sostegno finanziario assicurato nel 1776 grazie all’intervento di Giuseppe Beccadelli di Bologna, ma la rivoluzione napoletana del 1799 ne ritardò la realizzazione.

La costruzione coinvolse due architetti: Giuliano de Fazio, che disegnò la facciata monumentale, il viale perpendicolare, la serra temperata e il viale verso il Castello, e Gaspare Maria Paoletti, responsabile della parte inferiore del giardino. L’Orto aprì al pubblico nel 1811 sotto la direzione di Michele Tenore, che promosse attività scientifiche, didattiche e relazioni con i principali istituti botanici europei. Durante il suo lungo mandato la collezione si ampliò fino a comprendere quasi 9.000 specie. Successivamente, i direttori dell’Orto botanico si susseguirono con l’obiettivo di restaurare, ampliare collezioni e migliorare le strutture, tra cui Guglielmo Gasparrini, Vincenzo Cesati, Giuseppe Antonio Pasquale, Federico Delpino, Fridiano Cavara e Biagio Longo. Negli anni ’30 del Novecento fu costruita la sede dell’Istituto e nel 1940 vi si tenne un importante congresso della Società Botanica Italiana.

Durante la Seconda Guerra Mondiale il giardino subì gravi danni causati dai bombardamenti e da usi militari temporanei; una parte fu addirittura trasformata in campo di calcio per le partite del Napoli. Dopo la guerra, si avviò una fase di ricostruzione, arricchimento delle collezioni e potenziamento delle strutture scientifiche. Negli anni ’60, sotto la direzione di Aldo Merola, l’Orto ottenne autonomia economica e amministrativa, fu ampliato con nuove serre, un sistema di riscaldamento e una rete idrica, e si rafforzarono relazioni con importanti giardini botanici europei, oltre a potenziare l’attività educativa e didattica. Oggi l’Orto Botanico è considerato uno dei principali giardini botanici italiani, un museo vivente di piante da tutto il mondo, con collezioni storiche, strutture architettoniche significative come lo Scalone d’ingresso e la Serra Monumentale, oltre a serre tematiche, aree espositive e itinerari botanici stagionali.

Indirizzo:
Orto Botanico di Napoli
Via Foria, 223 – 80139 Napoli (Campania), Italia

Orari di apertura (stagionali confermati per il 2025/2026):
• Lunedì, mercoledì e venerdì: 09:00 – 14:00
• Martedì e giovedì: 09:00 – 16:00
Ingresso consentito fino a circa 30 minuti prima della chiusura. L’ingresso è gratuito.

Chiusure:
• Sabato, domenica e festività nazionali (segue calendario dell’Università) con possibili aperture straordinarie in occasione di eventi speciali.

Come arrivare:
• Dalla Stazione Centrale (Piazza Garibaldi): circa 15 minuti a piedi oppure con metropolitana Linea 2 (fermata Cavour, poi 800 m a piedi).
• Autobus urbani: linee 201 e C47 servono la zona.

Visite guidate e servizi:
• Visite guidate e didattiche sono disponibili su prenotazione per scuole, gruppi e associazioni tramite l’associazione “Connessioni Vegetali”, con possibilità di itinerari personalizzati.

Eventi principali:
• Nel maggio 2025 si è svolta la XI edizione di “Planta, il giardino e non solo”, un evento di giardinaggio, sostenibilità e biodiversità con espositori, workshop e laboratori.

Gaetano Nicodemi tra scienza e rivoluzione. Di Maria Laura Castellano e Massimo Ricciardi

STORIA DI UN BOTANICO NAPOLETANO

Le parole che Domenico Cirillo dedica a Gaetano Nicodemi nella sua opera sugli insetti napoletani rivelano un grado di stima e affetto non comune per un maestro verso il discepolo, e in più suggeriscono un sintetico, quanto preciso, ritratto di quali fossero i vincoli che li legavano nella ricerca scientifica. Quando per i gravosi impegni medici Cirillo aveva dovuto allontanarsi dagli studi sulle piante, a continuarli era stato Nicodemi, secondo a nessuno a suo dire nella raccolta, classificazione e illustrazione delle cose naturali, e grazie al suo instancabile lavoro la collezione si era accresciuta. E nel presentare la pubblicazione, che tanto doveva al contributo del suo allievo, Cirillo non esita a chiamarlo grande amico, persona scrupolosissima e dottissima.

Boxwood: An Illustrated Encyclopedia Second Edition

La corretta identificazione della vasta varietà di bosso può risultare complessa. La maggior parte delle fonti disponibili descrive di solito, spesso con poche parole, una dozzina circa di tipi di bosso. I professionisti sono spesso confusi da bossi a loro sconosciuti e possono essere sopraffatti dai sinonimi tassonomici, oltre che dai nomi comuni usati in modo improprio e dalle denominazioni di marchi registrati.

Uno studio specifico durato sei anni, condotto da uno dei massimi esperti mondiali di bosso, ha portato a questa seconda edizione completa e definitiva. Essa è stata pensata per documentare le caratteristiche delle piante e assistere gli specialisti nella corretta nomenclatura e identificazione di tutti i bossi coltivati conosciuti. L’autore descrive 801 cultivar, 408 taxa raccolti in natura, 56 selezioni da programmi di ibridazione e 242 specie e varietà, per un totale di 1.507 epiteti di bosso. Ha cercato di descrivere tutti i bossi attualmente conosciuti con citazioni, descrizioni e 1.751 immagini. Una tipica voce di cultivar include: nome della cultivar, citazione, dimensione adulta, resistenza al freddo, forma, descrizione delle foglie e dei rami, crescita annuale, coltura, problemi legati a parassiti e malattie, utilizzo paesaggistico, caratteristiche genetiche, origine, sinonimi e nomi comuni. Se necessario, sono incluse ulteriori informazioni. Molte voci contengono due o più immagini per aiutare una corretta identificazione delle caratteristiche distintive.

L’autore, Lynn R. Batdorf, ricopre il ruolo di Registra Internazionale per il genere Buxus dal 1985. È stato curatore della Collezione Nazionale di Bosso presso l’Arboreto Nazionale degli Stati Uniti a Washington DC dal 1977 al 2013.

Questo libro rilegato di 8½ x 11 pollici conta 668 pagine. Gli utenti a cui è rivolto comprendono curatori, orticoltori, giardinieri professionisti e del pubblico, paesaggisti, appassionati professionisti e operatori del settore vivaistico commerciale.

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Adattamento e biodiversità costiera sull’isola di Iriomote, nel sud del Giappone

IL RESPIRO DELLE MANGROVIE

Sull’isola di Iriomote, nella fascia subtropicale di Okinawa, le mangrovie formano una soglia vivente tra fiume e mare, un paesaggio in cui la terra sembra ancora in fase di negoziazione con l’acqua. Le maree modellano il ritmo della foresta: quando si ritirano, rivelano un reticolo di radici arcuate che emergono dal fango come architetture organiche, superfici porose dove il sale si deposita in cristalli minuti e la luce si frantuma in riflessi metallici.

In questo ambiente anfibio la vegetazione non cresce contro le condizioni, ma insieme ad esse. Le foglie coriacee trattengono l’acqua dolce, i tessuti filtrano il sale, e i propaguli pendono dai rami come strumenti pronti a essere affidati alla corrente. L’intero sistema vegetale appare come un meframe di adattamenti: un modo di abitare l’instabilità trasformandola in struttura. Le radici, fitte e intrecciate, trattengono sedimenti e materia organica, costruendo lentamente suolo dove prima vi era soltanto moto.

La foresta di mangrovie svolge un ruolo silenzioso ma decisivo per le coste dell’arcipelago. Attenua l’energia delle onde, stabilizza i litorali e offre riparo a innumerevoli forme di vita nelle loro fasi più vulnerabili. Nei canali salmastri si sviluppano comunità biologiche che alimentano il mare aperto; ciò che qui cresce, filtra e si deposita sostiene cicli ecologici più ampi, ben oltre i confini dell’isola.

La percezione complessiva è quella di una cattedrale senza pietra, definita da ombre mobili e da un verde saturo che sembra assorbire il suono. L’aria umida porta un odore vegetale e minerale insieme, mentre la luce, riflessa dall’acqua bassa, trasforma il paesaggio in una trama di chiaroscuri. In queste foreste costiere del sud del Giappone, la bellezza non risiede soltanto nelle forme contorte o nei giochi di riflessi, ma nella funzione stessa del luogo: rendere abitabile il confine, convertire l’oscillazione delle maree in continuità di vita.

The Plant Messiah

Adventures in Search of the World’s Rarest Species
By Carlos Magdalena

Carlos Magdalena è un uomo in missione: salvare le piante più a rischio di estinzione del mondo. In The Plant Messiah, Magdalena accompagna i lettori dalle foreste del Perù fino all’interno dell’outback australiano alla ricerca delle specie rare e vulnerabili. Tornato in laboratorio—ai Royal Botanic Gardens di Kew, sede della più grande collezione botanica del mondo—assistiamo allo sviluppo di tecniche innovative e inaspettate per salvare le specie dall’estinzione, favorendone la propagazione e la rinascita. Appassionante e coinvolgente, The Plant Messiah è un tributo alla diversità della vita sul nostro pianeta e all’importanza di preservarla.

ISBN9780525436669

Published onMar 19, 2019 | Published byAnchor | Pages 288 | Dimensions5-3/16 x 8

Come le nostre scorciatoie amministrative stanno costruendo il deserto – e perché continuiamo a tagliare ciò che ci salva la vita

Alberi gli ultimi baluardi prima del deserto

Ogni volta che passa una perturbazione, le città italiane si riempiono di storie identiche: un albero cade, qualcuno potrebbe farsi male, partono le ordinanze di abbattimento “urgente”, gli assessori all’ambiente chiudono i ranghi con perizie catastrofiste, i cittadini sensibili protestano, e tutto finisce con un taglio che avrebbe potuto essere una potatura, una riduzione della chioma, un piano di monitoraggio. Poi un anno dopo piantano un albero nuovo, piccolissimo, con il supporto municipale e la foto di rito con il sindaco. Ventanni dopo, se tutto va bene, quel piccolo albero potrebbe diventare quello che abbiamo appena tagliato. Non è un ciclo di gestione naturale. È un circolo vizioso. E per capirlo, basta cambiare il nostro orizzonte temporale.

Il tempo degli amministratori contro il tempo della natura

Le scadenze amministrative hanno una logica ben precisa. Nel breve termine, da zero a quattro anni, conta una sola cosa: evitare rischi legali. Tagliare l’albero è il modo più semplice e veloce per farlo. Nel medio termine, dai quattro agli otto anni, la priorità cambia: vincere le elezioni. Piantare nuovi alberi fa bella figura nei comunicati stampa, attira i voti dei cittadini attenti al verde. Nel lungo termine, dai venti ai cento anni, nessuno ne parla. Nessuno se ne responsabilizza.

Un albero maturo – che sia un pino, una quercia o un platano – è un’infrastruttura vivente che ha impiegato 60, 80, 100 anni per diventare ciò che è. Non è replicabile in una stagione elettorale. Non risponde ai tempi della politica, ma ai tempi della biologia. E qui arriviamo al vero problema: non stiamo valutando il costo-beneficio, ma solo il costo di una potenziale causa legale. È una riduzione del problema che abbiamo pagato molto caro.

IL GIARDINO CHE CRESCE DA SÉ: BIODIVERSITÀ ED ESTETICA DEL DISORDINE

QUANDO IL DISORDINE DIVENTA BELLEZZA

Dal punto di vista botanico, la distinzione tra giardini ordinati e giardini “disordinati” è fondamentale. Un prato costantemente tagliato, con un’unica specie erbacea mantenuta a pochi centimetri d’altezza, offre poco spazio alla diversità: mancano i fiori, quindi mancano gli insetti impollinatori, e di conseguenza si riduce anche la presenza di uccelli e piccoli mammiferi. È un sistema monotono, ecologicamente povero.
Nei giardini lasciati crescere in modo più libero, al contrario, si sviluppa una trama vegetale varia: graminacee spontanee, composite dai fiori gialli e azzurri, leguminose che arricchiscono il suolo. Questo mosaico crea microhabitat in cui si insediano farfalle, api selvatiche, coleotteri, lucertole. Si genera così una rete trofica complessa, capace di sostenere una biodiversità sorprendente anche in ambito urbano.
Gli esempi di questo fenomeno non mancano su scala mondiale. In Amazzonia, dove la diversità vegetale è al massimo grado, le specie convivono in stretta prossimità e danno origine a ibridazioni spontanee, contribuendo a un flusso genetico che arricchisce continuamente la foresta. Certo, un giardino urbano non potrà mai replicare la potenza ecologica del bacino amazzonico, ma può rifletterne i principi: varietà, compresenza di specie, spazio lasciato all’evoluzione naturale.

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