NATURA IN OPERA
Nel 1982, quando l’ecologia era ancora un tema marginale nel dibattito pubblico, l’artista tedesco Joseph Beuys iniziò a Kassel un gesto che sembrava più vicino alla forestazione urbana che all’arte: piantare 7000 querce per le strade della città, ciascuna accompagnata da una colonna di basalto. Ci vollero cinque anni per completarlo, e quegli alberi oggi sono lì, cresciuti, parte del paesaggio quotidiano di migliaia di persone che forse non sanno di camminare dentro un’opera d’arte. Beuys la chiamava “scultura sociale”: non un’immagine da guardare, ma un’azione capace di trasformare, nel tempo, il modo in cui una comunità abita il proprio territorio. Fu, in un certo senso, una chiamata alla natura ricevuta con largo anticipo — molto prima che diventasse una preoccupazione condivisa.
Non è la prima volta che l’arte anticipa un cambiamento prima ancora che la società lo riconosca come tale, e non sarà l’ultima. È in questa capacità — di intuire, indicare, chiamare — che affonda le radici la ricerca degli artisti raccontati in questa sezione.
C’è un momento, tra la fine degli anni Sessanta e i primi Settanta, in cui alcuni artisti decidono di uscire dallo studio e di smettere di rappresentare la natura per iniziare a lavorarci dentro. Nasce così la Land Art: Robert Smithson costruisce la sua spirale di sale e basalto sulle rive del Grande Lago Salato, Richard Long cammina per giorni lasciando che il proprio passaggio disegni una linea nell’erba, Walter De Maria pianta pali di metallo in un campo del New Mexico per catturare i fulmini. La galleria, il museo, la cornice: tutto ciò che separava l’opera dal mondo viene messo da parte. Il paesaggio smette di essere sfondo e diventa materia prima, spazio espositivo e soggetto, tutto insieme.
In Italia questa tensione trova una voce originale nell’Arte Povera: Giuseppe Penone innesta la propria mano in un tronco d’albero, Piero Gilardi trasforma il tappeto-natura in un manifesto ecologico ante litteram. Sono gesti che condividono con la Land Art americana un’intuizione comune: l’opera non si aggiunge alla natura, le appartiene, ne segue i tempi, accetta di essere trasformata dal vento, dalla pioggia, dalla crescita e dal marciume.
Da allora la ricerca non si è fermata, anzi negli ultimi decenni ha attraversato quella che la critica ha chiamato una vera e propria svolta botanica dell’arte contemporanea. Non più solo pietre, terra, ghiaccio: sempre più spesso a diventare materiale, complice e a volte persino co-autore dell’opera è il mondo vegetale in senso stretto — piante, semi, radici, cortecce, boschi interi. Nils-Udo costruisce nidi giganti intrecciando rami vivi con la vegetazione del luogo. Patrick Dougherty scolpisce architetture fiabesche intrecciando migliaia di ramoscelli flessibili. Andy Goldsworthy compone geometrie effimere con foglie, ghiaccio e petali, destinate a scomparire nel giro di ore — “movimento, cambiamento, luce, crescita e decadimento sono il sangue della natura”, dice di sé, ed è forse la definizione più precisa di cosa significhi lavorare così. Agnes Denes, nel cuore di Manhattan, semina un campo di grano dove sorgerà un grattacielo, e lo lascia maturare come atto politico e poetico insieme. Herman de Vries lavora con erbari, semi e cicli di crescita come fossero un linguaggio.
Ciò che accomuna questi artisti, italiani e internazionali, non è uno stile ma un atteggiamento: la rinuncia al controllo assoluto sull’opera, l’accettazione della temporaneità, la scelta di collaborare — più che di dominare — con un materiale vivo che cresce, marcisce, rifiorisce, si muove secondo stagioni che non sono quelle del mercato dell’arte.
È un modo di fare arte che dialoga in modo naturale con la sensibilità di Andare per Giardini: anche qui, come nei giardini che raccontiamo, la bellezza nasce da un progetto che sa lasciare spazio al tempo e alla vita delle piante.
Questa nuova area del portale “Natura in Opera” nasce per raccontare chi, oggi, lavora in questo territorio di confine tra arte e mondo vegetale.