IDA HARM
NATURA IN OPERA
La ricerca di Ida Harm nasce dall’osservazione del mondo naturale e da ciò che, in quel mondo, resta ai margini dello sguardo: semi, radici, microrganismi, insetti, pietre, acqua, processi di decomposizione e trasformazione. Per Harm la natura non è un soggetto da rappresentare, ma la materia stessa del lavoro: attraverso pittura, fotografia, installazione e land art, l’artista dà forma visibile a relazioni che restano di solito invisibili — eppure sono proprio queste relazioni a sostenere la vita.
Nella Trilogia della Purezza, tre semi raccolti dall’artista condensano milioni di anni di evoluzione: organismi capaci di quiescenza e di paziente resistenza, che l’uomo ha imparato a stoccare e coltivare, ponendo le basi delle società moderne — e capaci oggi di depurare acqua, terreno e aria. È lo stesso seme come deposito di tempo che, con accenti più politici, ha reso celebre il lavoro di Agnes Denes (il campo di grano piantato nel cuore di Manhattan in Wheatfield) e che Maria Thereza Alves ha seguito nei porti di mezzo mondo per ricostruirne le rotte nascoste.
Un’attenzione particolare è rivolta al suolo: non una semplice superficie, ma un ecosistema vivo, abitato da una moltitudine di presenze che ne determinano la fertilità. È quello che accade sotto la superficie a nutrire alberi, fiori e giardini, e a plasmare nel tempo la ricchezza del paesaggio — come mostrano Mother Earth e Humus Sapiens, in una linea di ricerca vicina a quella dell’artista olandese herman de vries, che da decenni lavora con campioni di terra ed erbari come materia prima e non come illustrazione della natura.
Harm è affascinata da questa dimensione nascosta: dalle forme di scambio e trasformazione che legano organismi apparentemente lontani, in un equilibrio che precede e oltrepassa la presenza umana. In Animal Typography, l’artista fa un passo indietro e lascia che altre intelligenze si appropino dello spazio, lo trasformino, vi traccino la propria scrittura — un gesto che trova un parallelo diretto nel lavoro di Diana Scherer, che guida la crescita delle radici fino a farle “tessere” pattern geometrici, letteralmente scritti dalla pianta stessa.
Il giardino diventa così il luogo ideale per osservare questa rete di relazioni: uno spazio dove la bellezza che vediamo è l’esito di una complessità profonda, per lo più invisibile. È una dimensione di coabitazione che chiede all’uomo di riconoscere altre forme di intelligenza ed esistenza, e di prendersene cura. Accade in Aquae (con Aurora Destro), un anfiteatro di rocce che raccoglie acqua piovana per la fauna selvatica, dove le idronimie impresse in Braille evocano anche la “cecità” umana di fronte all’impatto ambientale: un gesto di cura minima e site-specific che dialoga con la land art effimera di Andy Goldsworthy, pensata fin dall’inizio per essere riassorbita dal ciclo naturale.
Le opere di Ida Harm portano tutto questo alla percezione senza mai spiegarlo: lasciano emergere connessioni, tracce, simboli. Guardare un giardino, allora, significa anche immaginare ciò che vive sotto i nostri piedi — riconoscere, nella sua bellezza visibile, il lavoro silenzioso di un’intera comunità di forme di vita.
www.idaharm.com