Alle spalle del Chiostro del Palladio e del Chiostro dei Cipressi, sull’Isola di San Giorgio Maggiore a Venezia, si trova il Labirinto Borges, una ricostruzione del giardino-labirinto progettato dall’architetto inglese Randoll Coate in onore dello scrittore argentino Jorge Luis Borges. Il labirinto, realizzato dalla Fondazione Giorgio Cini in collaborazione con la Fundación Internacional Jorge Luis Borges, è stato inaugurato il 14 giugno 2011, a 25 anni dalla morte dello scrittore. È ispirato al racconto “Il giardino dei sentieri che si biforcano” e si snoda lungo un percorso di circa un chilometro, creato con 3.200 piante di bosso. Per visitare il Labirinto Borges è consigliata la prenotazione anticipata sul sito della Fondazione Giorgio Cini. Gli orari di visita sono generalmente tutti i giorni dalle 10:00 alle 19:00, con ingressi guidati che si svolgono più volte al giorno (ad esempio 11:00, 14:00, 17:00 e 18:00), escluso il mercoledì, giorno di chiusura settimanale. Nei fine settimana sono previste visite anche alle 19:00. L’Isola di San Giorgio Maggiore è raggiungibile in vaporetto da Piazza San Marco con le linee 2 e 4.1/4.2, con una breve camminata dall’imbarcadero alla Fondazione e al labirinto. Il luogo non è solo un’oasi di natura e cultura, ma offre una vista panoramica unica sulla città lagunare con uno scenario spettacolare di cupole, torri e canali.
Per ulteriori informazioni e prenotazioni, è possibile contattare la Fondazione Giorgio Cini via email all’indirizzo info@visitcini.com o telefonicamente al +39 366 4202181. Questa visita offre un’esperienza immersiva tra arte, letteratura e natura, ideale per chi desidera scoprire un angolo suggestivo e meditativo di Venezia.
Adventures in Search of the World’s Rarest Species
By Carlos Magdalena
Carlos Magdalena è un uomo in missione: salvare le piante più a rischio di estinzione del mondo. In The Plant Messiah, Magdalena accompagna i lettori dalle foreste del Perù fino all’interno dell’outback australiano alla ricerca delle specie rare e vulnerabili. Tornato in laboratorio—ai Royal Botanic Gardens di Kew, sede della più grande collezione botanica del mondo—assistiamo allo sviluppo di tecniche innovative e inaspettate per salvare le specie dall’estinzione, favorendone la propagazione e la rinascita. Appassionante e coinvolgente, The Plant Messiah è un tributo alla diversità della vita sul nostro pianeta e all’importanza di preservarla.
ISBN9780525436669
Published onMar 19, 2019 | Published byAnchor | Pages 288 | Dimensions5-3/16 x 8
L’allestimento del negozio venne commissionato nel 1957 a Scarpa da Adriano Olivetti, il quale aveva rilevato i locali dismessi di una precedente bottega della Piazza. Tale spazio, precisamente collocato nell’angolo sotto il loggiato delle Procuratie Vecchie e il sotoportego del Cavalletto, in prossimità di quello dell’Arco celeste che porta al bacino Orseolo, nei progetti di Olivetti doveva divenire un prestigioso punto d’esposizione e di lancio dei noti articoli per ufficio, richiamando tanto l’attenzione dei clienti quanto quella degli esteti. Infatti, vista l’ubicazione, l’intervento affidato a Scarpa doveva essere realizzato con massima cura e precisione, nonché con profondo rispetto della storica Piazza e dei suoi monumenti. Il Negozio Olivetti, ora sito in Piazza San Marco, all’interno di questo piccolo locale sotto i portici delle Procuratie Vecchie, è uno dei primi esempi di “flagstore” al mondo e rappresenta un’opera iconica dell’architetto Carlo Scarpa. Dopo un restauro filologico accurato, è oggi aperto al pubblico come bene tutelato dal Fondo Ambiente Italiano (FAI). Gli orari di visita sono generalmente dalle 10:00 alle 18:00 con chiusura il lunedì (si consiglia verificare eventuali variazioni stagionali o durante festività). L’idea è di offrire sia un’esperienza di storia dell’architettura sia un’immersione nella cultura del design industriale italiano. Il Negozio è raggiungibile facilmente a piedi dal centro di Venezia e si trova nel cuore pulsante di Piazza San Marco, sotto i portici delle Procuratie Vecchie. Le principali fermate dei vaporetti nelle vicinanze sono “San Marco-San Zaccaria” e “Rialto,” collegate ai servizi di traghetti provenienti da varie parti della laguna. Per informazioni aggiornate e prenotazioni è possibile contattare il Fondo Ambiente Italiano (FAI) attraverso il loro sito ufficiale o telefono. Questa visita è consigliata a chi desidera esplorare un connubio perfetto tra innovazione architettonica e storia urbana veneziana, in un ambiente raccolto che racconta un’epoca e una visione culturale permeata di modernità e arte.
Il falco pellegrino
Nel cielo sopra la campagna dell’Essex, nell’Inghilterra orientale, oltre i rami di querce e olmi, in alcune stagioni dell’anno si possono osservare dei puntini scendere come frecce dalle nubi per poi risalire, disegnare eleganti cerchi, scomparire e riapparire: sono i falchi pellegrini, gli uccelli più magnifici della zona. A inizio anni sessanta, se si fosse abbassato lo sguardo, si sarebbe però potuto notare un’altra sagoma altrettanto riconoscibile: quella di un uomo sulla trentina – capelli biondi, occhiali dalle lenti spesse – che, steso a terra o in piedi, con un paio di binocoli al collo prendeva appunti furiosamente. Quell’uomo si chiamava J.A. Baker e lo studio di quei puntini nel cielo è stata l’ossessione e il capolavoro della sua vita.
Pubblicato per la prima volta nel 1967, Il falco pellegrino è un classico contemporaneo, che unisce uno stile letterario di rara intensità alla meticolosità del naturalista. Baker ha annotato per anni tutto ciò che riusciva a vedere, a capire e a esaminare dei pellegrini in lunghe sessioni di birdwatching, immergendosi nelle loro vite come fossero la sua: mentre analizza con perizia le azioni quotidiane degli uccelli – la caccia, le prede e i momenti di riposo – la sua scrittura ci conduce in un viaggio fuori da noi stessi, dove la distanza tra soggetto e oggetto sembra annullarsi e l’osservazione del falco diventa una via per esplorare la complessità della natura, il confine sottile tra vita e morte, tra istinto e coscienza.
Ma, sembra dirci Il falco pellegrino, più stretta si fa la sovrapposizione, più si rivela in realtà la distanza tra uomo e rapace, tra chi uccide per sopravvivere e chi per crudeltà o noncuranza. È in questa consapevolezza che ci fa sprofondare l’opera unica e a suo modo inimitabile di J.A. Baker: lo sguardo di chi osserva la bellezza del volo è lo stesso di chi può arrestarlo per sempre.
Introduzione di Robert Macfarlane | Traduzione di Aimara Garlaschelli
J.A. Baker (Chelmsford, 1926-1987), originario dell’Essex, è stato uno scrittore e birdwatcher inglese. Il falco pellegrino, vincitore nel 1967 del Duff Cooper Prize, è considerato uno dei libri di letteratura naturalistica più belli di sempre.
Nella produzione architettonica di Carlo Scarpa, il progetto per la chiesa di Nostra Signora del Monte rappresenta un episodio poco noto ma di grande interesse, che riflette la sua capacità di fondere tradizione e innovazione. Situato nella cornice suggestiva delle colline italiane, questo progetto si distingue per l’uso raffinato della luce e dei materiali, elementi chiave del linguaggio scarpiano. La chiesa, mai realizzata, si colloca all’interno della ricerca dell’architetto sulla spiritualità dello spazio, un tema affrontato anche in altre sue opere come il Cimitero di Brion. Scarpa concepì Nostra Signora del Monte come un luogo in cui il sacro e il paesaggio dialogano attraverso geometrie essenziali e una cura quasi artigianale dei dettagli. I materiali tradizionali, come la pietra e il cemento, vengono trattati con estrema sensibilità, mentre elementi architettonici quali scale, aperture e giochi d’acqua contribuiscono a creare un’atmosfera profondamente meditativa. Pur rimanendo un progetto sulla carta, Nostra Signora del Monte rappresenta un’importante testimonianza della poetica scarpiana, in cui ogni elemento architettonico è pensato per evocare contemplazione e armonia con l’ambiente circostante.
Oggi il lavoro di Scarpa viene reinterpretato come anticipatore di tematiche molto attuali, quali la sostenibilità dei materiali e l’importanza di un dialogo costante con il paesaggio. La sua attenzione artigianale alle lavorazioni locali viene riconosciuta come un modello di architettura responsabile, radicata nel territorio e capace di superare le mode effimere. La cura per la luce naturale e la relazione col verde acquisisce oggi valore strategico nella progettazione di spazi resilienti e nella valorizzazione dell’identità dei luoghi, anticipando tendenze come il landscape urbanism e la progettazione bioclimatica.
In parallelo, il lavoro di Edoardo Gellner—con opere come il villaggio di Corte di Cadore—viene ampiamente studiato come esempio di architettura integrata nel paesaggio alpino, capace di valorizzare la cultura costruttiva locale e di anticipare temi come la partecipazione della comunità e la gestione sostenibile dell’ambiente. Esperienze come quelle di Scarpa e Gellner dialogano oggi con una nuova generazione di architetti, che vede nella valorizzazione del contesto, nell’articolazione dei percorsi e nella modularità degli spazi elementi chiave per una progettazione sensibile ai cambiamenti sociali ed ecologici.
La poetica scarpiana, fondata sull’intersezione tra memoria, rito e innovazione, offre strumenti preziosi per affrontare i temi della rigenerazione architettonica e paesaggistica, soprattutto in aree fragili o minacciate dalla standardizzazione. Allo stesso modo, il metodo progettuale di Gellner, basato sull’ascolto delle esigenze collettive e sull’utilizzo sapiente di tecniche tradizionali, si rivela più che mai attuale in un panorama in cui l’architettura è chiamata a essere inclusiva, sostenibile e capace di dialogare con le risorse naturali.
Questa attualizzazione sottolinea come Scarpa e Gellner non siano soltanto figure storiche, ma punti di riferimento vivi per un’architettura italiana che intende salvaguardare il proprio patrimonio, reinventando il rapporto tra spazio costruito, paesaggio e società.
Dolomiti Contemporanee è nato nell’agosto 2011 poco dopo che le Dolomiti erano state riconosciute come Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO Da allora il progetto si è evoluto in un laboratorio di arte e cultura contemporanea che agisce come riconfiguratore spaziale e concettuale applicando uno sguardo critico e riattivatore al paesaggio montano Le Dolomiti non sono intese come un luogo atrofizzato dal turismo o come un contenitore di stereotipi alpini ma come uno spazio d’azione culturale vivo un grande cantiere di stimoli Il progetto si concentra sulla rigenerazione di luoghi disabitati o sottoutilizzati come l’ex Villaggio ENI di Borca di Cadore trasformandoli in centri di ricerca residenza e produzione artistica (luoghidelcontemporaneo.cultura.gov.it)
Nel 2025 Dolomiti Contemporanee ha proseguito il suo impegno con numerose iniziative. Detriti Frammenti Schegge Brecce una mostra inaugurata il 2 agosto 2025 a Casso che proseguirà fino al 31 dicembre 2025 esplorando le relazioni tra geologia memoria e pratiche artistiche (dolomiticontemporanee.net) Xilogenesi una mostra che si terrà dal 27 settembre 2025 al 6 gennaio 2026 all’Orto Botanico di Padova presentando opere di artisti come Alessia Armeni Giorgia Accorsi e Marco Gobbi (dolomiticontemporanee.net) Gemmazione Cristalli Sparsi l’Openstudio di Progettoborca tenutosi dal 25 al 27 ottobre 2024 ha visto la partecipazione di Fondazione Malutta e ha coinvolto la Colonia dell’ex Villaggio ENI e l’ex Stazione Ferroviaria di Borca creando un ponte tra il villaggio e la montagna (progettoborca.net) Stazionalini una serie di iniziative che a partire da ottobre 2024 hanno interessato l’ex Stazione Ferroviaria e la Bagagliera introducendo l’Openstudio 2024 di Progettoborca (fondazionemalutta.com) Space Days Vol 3 un progetto che ha unito arte paesaggio e scienza con esposizioni dal 5 luglio al 30 settembre 2024 a Campo Imperatore dal Gran Sasso alle Dolomiti (oa-abruzzo.inaf.it)
Queste iniziative confermano l’impegno di Dolomiti Contemporanee nel trasformare le Dolomiti in un laboratorio aperto in cui l’arte e la cultura contemporanea dialogano con il paesaggio la memoria e le comunità locali
Enrico Mattei decise nei primi anni 50 del secolo scorso di costruire una struttura turistica per i dipendenti di Eni e le loro famiglie; dietro al progetto era inclusa sia la visione di Mattei in cui le strategie imprenditoriali erano unite ad un compito sociale, in cui l’azienda stessa si occupava del benessere personale dei dipendenti in un’ottica di superamento delle divisioni tra le classi sociali. Oltre a ciò in Mattei era presente e forte una innovativa concezione di un rinnovato impianto di urbanistica sociale. Per tutte queste ragioni il progetto venne affidato a Edoardo Gellner, che si era da poco occupato del Piano Paesaggistico di Cortina d’Ampezzo (oltre che della realizzazione del Motel Agip in occasioni delle Olimpiadi Invernali del 1956) e che scelse l’area alle pendici del Monte Antelao.
Il villaggio Eni di Borca di Cadore è di un villaggio turistico, composto da un albergo, una chiesa moderna di notevole pregio architettonico, e da 250 villette, sparse nel bosco e quasi invisibili al turista; il centro è posto sulla riva sinistra del Boite alle pendici dell’Antelao, appena sopra Cancia. Il villaggio nasce da un progetto di Enrico Mattei, fondatore dell’ENI, e fu realizzato tra il 1954 e il 1963 come un villaggio vacanze e colonia estiva per i dipendenti della società. Il nome ricorda Cortemaggiore, la località del Piacentino dove fu scoperto un giacimento di petrolio che ebbe un grande impatto mediatico. Nel 2001 Gualtiero Cualbu, titolare di un’agenzia immobiliare di Cagliari, lo rilevò, incaricando del lavoro lo stesso architetto che all’epoca aveva progettato il complesso, il novantaduenne Edoardo Gellner. Già a suo tempo Gellner aveva criticato l’abusivismo edilizio che dilagava deturpando il paesaggio alpino, ideando così un insediamento che “sparisse alla vista”: infatti, una volta cresciuti gli alberi che vi aveva fatto piantare, il villaggio appare letteralmente nascosto dal bosco. Inoltre gli alberi aiutano anche a stabilizzare il declivio su cui sorge il centro e a formare l’habitat per diverse specie. Di notevole importanza architettonica la Chiesa di Nostra Signora del Cadore, costruita per la popolazione del villaggio.
La storia dell’impresa Olivetti è la storia della produzione di un’idea organica, declinata quasi in ogni campo del sapere e dell’agire umano. Oggi di tutto quello che è stato resta ancora tangibile il suo essersi concretizzata in manufatti architettonici e raccontare forma e funzione di alcuni tra i più rappresentativi è un modo per rievocare il significato di questa idea. 1941: inaugurazione dell’Asilo nido Olivetti. Gli architetti Luigi Figini e Gino Pollini applicano alla lettera l’autarchia nella forma di citazione elegante del genius loci di quella città costruita su colli che è Ivrea. Si fanno beffe della retorica dell’architettura littoria disegnando spazi funzionali, articolati in blocchi parallelepipedi, razionalisti, che hanno una pelle in pietra locale. Il giardino che asseconda le curve di livello delle rocce dioritiche, un pergolato i cui pilastri sono tagliati nella foggia dei pali in pietra che reggevano le viti, un tempo abbondanti in quelle terre e la vasca d’acqua, che non c’è più, in cui generazioni di bambini si sono divertiti sotto l’occhio attento delle educatrici. E poi gli interni, con una distribuzione calibrata sulle diverse attività che diventerà un modello e, disegnati appositamente, i giocattoli di legno come l’elefante-scivolo e le grandi ceste con le ruote per trasportare i piccoli ospiti.