I GIARDINI DI PIETRO PORCINAI | FIRENZE VILLA IL ROSETO © ALESSIO GUARINO

THE GARDENS OF PIETRO PORCINAI Il giardino fu creato tra il 1962 e il 1965 da Pietro Porcinai per la devota famiglia Benelli, inglobando un edificio del XVI secolo che subì profonde modifiche nella sua struttura e nel rapporto con il territorio circostante, trasformandone così l’aspetto complessivo. Originariamente la casa si elevava sopra il terreno circostante ed era accessibile tramite due scale; tuttavia, la costruzione della terrazza sospesa portò il giardino al livello della residenza, modificando la relazione percettiva e visiva fra la villa e il paesaggio.

Il processo progettuale volto a raggiungere questa soluzione complessa fu lungo e impegnativo, come testimonia la serie progressiva di disegni prodotti dallo Studio nei primi anni Sessanta.

Il giardino del Roseto è una delle opere più celebri di Porcinai ed è molto apprezzato dalla critica, soprattutto all’estero, poiché rappresenta un’eccellente sintesi tra un’elegante modernità e una fiera tradizione. Molti hanno riconosciuto nel rigore del Roseto il più fine lascito del giardino formale italiano, unito a una perfezione tecnica e a un uso audace di elementi sia minerali che vegetali, che ne fanno un’opera di indubbio carattere contemporaneo.

Elemento caratterizzante dell’intero progetto è la realizzazione del giardino sospeso, allineato alla facciata principale della dimora. Ispirandosi alla struttura dei giardini delle ville rinascimentali, Porcinai concepì una parte formale in stretto rapporto con la casa e una zona agricola che si fonde armoniosamente con la campagna circostante. La terrazza, vero e proprio belvedere affacciato sul magnifico paesaggio, è infatti il tetto di un ampio spazio sottostante che svolge diverse funzioni. Questo ambiente, coperto da volte ampie e ribassate sorrette da pilastri in cemento armato, funge da filtro per l’ingresso principale, da garage con numerosi posti auto e da sala banchetti curatissima nei dettagli. Il pavimento, in raffinato mosaico di ciottoli bianchi e neri, è splendido, così come il trattamento delle superfici curvilinee, incise con motivi essenziali simili a quelli presenti negli intonaci delle viuzze vicino ad Arcetri. Il rapporto tra i due livelli, in un sottile gioco di richiami funzionali, materiali e percettivi, è favorito da diversi fori circolari, integrati nel disegno formale della terrazza, che consentono il passaggio di aria e luce. Una scala a chiocciola, tradizionale nei materiali ma estremamente moderna nel disegno, protetta da una folta siepe di Buxus sempervirens sagomata a cerchio, collega i due livelli, permettendo l’accesso all’area superiore. Alla base della scala, con la ringhiera in ferro battuto, una fontana circolare in pietra serena completa il disegno “a pozzo”, circondata da rampicanti, vegetazione cascante e fiori amanti dell’ombra.

Un altro collegamento tra i due livelli è rappresentato da alcuni alberi di Quercus ilex e Platanus acerifolia, piantati al livello inferiore e che si innalzano sopra la terrazza, creando una magistrale illusione percettiva.

Nella realizzazione della terrazza, Porcinai unì materiali e tecniche di coltivazione tradizionali (pavimentazioni in arenaria, ciottolati, superfici erbose, arte topiaria) a un disegno altamente moderno e astratto, interamente costruito attorno a infinite citazioni alla forma circolare. La parte agricola è un raffinato richiamo al paesaggio circostante: Olea europaea, Quercus ilex e Cupressus sempervirens sono affiancati da arbusti aromatici della tradizione toscana e da un roseto, concepito in armonia con il nome della proprietà. Il campo da tennis è protetto da una schermo di sempreverdi che richiama le siepi formali dei giardini rinascimentali, mentre la piscina è incassata nel terreno leggermente rialzato, con gli spogliatoi posti al di sotto.

L’edificazione del giardino sospeso estende lo sguardo dall’abitazione principale verso l’esterno, raggiungendo le torri campanarie e le guglie del centro storico di Firenze, prima difficilmente visibili se non da punti privilegiati. Il complesso si integra con grazia nel paesaggio circostante, minimizzando l’impatto di elementi più invasivi come il campo da tennis e la piscina, sapientemente schermati da barriere vegetali e dislivelli, nascosti con discrezione ed eleganza sia da vedute ravvicinate che distanti.
VILLA IL ROSETO A PIAN DEI GIULLARI
I GRANDI PAESAGGISTI DEL 900

Un’importante capacità di Pietro Porcinai era quella di individuare i reali problemi e comprendere le procedure idonee, precorrendo sempre i tempi grazie ad una pre-veggenza fondata su basi tecniche sperimentate. Oltre al suo precoce ed innato talento naturale e alla sua intelligenza professionale, Porcinai aveva inoltre maturato una specifica formazione all’estero, in notevole anticipo rispetto ad altri, senza dubbio rimanendo influenzato dalla cultura paesaggistica di quei paesi, in particolare Germania e Belgio, dove aveva fatto pratica di tecniche colturali presso alcuni vivai specializzati. In Italia il percorso della sua formazione si intrecciò con un periodo cruciale dell’arte dei giardini: infatti, proprio nel 1924 Luigi Dami pubblicò II giardino italiano, dimostrando il primato italiano nell’arte dei giardini.

La natura autoctona e caratteristica del giardino italiano, nel riappropriarsi del suo primato in un campo diventato oggetto di studi di stranieri, soprattutto anglosassoni, culminò nella famosa Mostra del Giardino Italiano del 19311 a Firenze, dove si tese alla valorizzazione di un grande passato, senza tuttavia tentare di aprire la strada alla ricerca di nuove forme moderne nell’arte dei giardini. Presidente della Commissione esecutiva’ della mostra fu Ugo Ojetti, sostenitore di un’architettura monumentale e in stile. Nell’ambito della manifestazione furono riproposti dieci modelli ideali di giardini, in una sorta di percorso storico dell’arte dei giardini italiani, concepiti come piccole creazioni scenografiche in cui era presente anche il giardino paesaggistico all’inglese, anche se giudicato estraneo alla tradizione classica nazionale.

GIARDINI STORICI ITALIANI

VILLA GAMBERAIA

La villa appartenuta alle Monache benedettine di San Martino fin dal XIV secolo, passò, nel XV secolo ad Antonio e Bernardo Rossellino e successivamente, nel 1610, a Zanobi di Andrea Lapi. Nel 1718 venne acquistata dai Capponi. Sono i Capponi che definiscono la villa nelle sue forme attuali, come appare nelle incisioni del XVIII secolo. In questo periodo compare: il giardino tergale, concepito come un cortile decorato a motivi rustici e posto ad un livello superiore rispetto all’edificio, l’aranceta, dove sono custoditi vasi d’agrumi, la lecceta, statue in pietra raffiguranti animali.

Nel corso dell’Ottocento numerosi furono i proprietari che si susseguirono, molti dei quali appartenenti alla ricca nobiltà europea. Fra questi Jeanne Keshko, moglie del principe Eugenio Ghyka-Comanesti, che acquista la proprietà nel 1896 tenendola fino al 1925. Durante la seconda guerra mondiale, la villa e il giardino subirono danni ingenti, tanto che quest’ultimo non era più riconoscibile. Nel 1954, sulla base di vecchi documenti, il proprietario Marcello Marchi iniziò un lungo restauro durato sei anni, che riportò la villa al suo antico splendore, dal 1994, gli eredi Zalum ne proseguono l’opera.

I GIARDINI STORICI DI FIRENZE

GIARDINO DI VILLA BARDINI

Il giardino Bardini è un giardino storico di Firenze, in zona Oltrarno. Si estende su un’ampia zona collinare dalle pendici di piazzale Michelangelo fino all’Arno, tra piazza dei Mozzi, via de’ Bardi, costa Scarpuccia, costa San Giorgio e la via di Belvedere (con due accessi), per una superficie totale di circa 4 ettari. Nel 2013 il circuito museale del Giardino di Boboli, che comprende anche il Museo degli Argenti, la Galleria del Costume, il Museo delle porcellane e il Giardino Bardini, è stato il sesto sito italiano statale più visitato, con 710.523 visitatori e un introito lordo totale di 2.722.872 Euro. Nel 2016 il circuito museale ha fatto registrare 881.463 visitatori. La cosiddetta collina di Montecuccoli, dove si estende il parco attuale, appartenne sin dal medioevo alla famiglia dei Mozzi e confinava con il loro palazzo. Già nel 1259 è citato un orto murato adiacente alla parte posteriore del palazzo (ancora lontano dall’idea di giardino che si sviluppò nel Rinascimento), mentre la zona più alta del parco era destinata all’agricoltura, con vigne e altre coltivazioni su alcuni elementari terrazzamenti.

THE GREAT LANDSCAPE DESIGNERS OF THE 20TH CENTURY

CECIL ROSS PINSENT

Cecil Ross Pinsent, paesaggista e architetto britannico, è celebre per i giardini innovativi che progettò in Toscana tra il 1909 e il 1939, in cui reinterpretò i concetti dei progettisti italiani del XVI secolo con una vena creativa del tutto personale. Nato a Montevideo, Uruguay, il 5 maggio 1884, da Ross Pinsent, un uomo d’affari con interessi ferroviari, e Alice Pinsent, Cecil studiò architettura in Gran Bretagna. Tra il 1901 e il 1906, si dedicò alla realizzazione di disegni topografici di chiese e abitazioni in Gran Bretagna e in Francia, per poi proseguire, dal 1906, con progetti simili in Italia. Durante un viaggio in Toscana, lui e il suo amico Geoffrey Scott incontrarono lo storico dell’arte americano Bernard Berenson e sua moglie, Mary Berenson.

Pinsent è particolarmente noto per la sua collaborazione con Bernard Berenson, che lo avvicinò al mondo dei giardini e dei paesaggi italiani, un’influenza che segnò profondamente il suo approccio progettuale. Abile nell’unire il tradizionale giardino all’italiana con soluzioni innovative, riuscì a creare spazi che non solo rispettavano le radici storiche, ma le rielaboravano, dando vita a nuove forme estetiche. Tra i suoi lavori più significativi in Toscana si trovano i giardini della Villa I Tatti a Fiesole e quelli della Villa di Poggio Torselli. I suoi progetti enfatizzavano la connessione profonda con il paesaggio naturale toscano, integrandosi con la bellezza incontaminata della regione, un aspetto che ha contribuito a rendere i suoi giardini ancora oggi straordinariamente apprezzati.

IL GIARDINO CHE CRESCE DA SÉ: BIODIVERSITÀ ED ESTETICA DEL DISORDINE

QUANDO IL DISORDINE DIVENTA BELLEZZA

Dal punto di vista botanico, la distinzione tra giardini ordinati e giardini “disordinati” è fondamentale. Un prato costantemente tagliato, con un’unica specie erbacea mantenuta a pochi centimetri d’altezza, offre poco spazio alla diversità: mancano i fiori, quindi mancano gli insetti impollinatori, e di conseguenza si riduce anche la presenza di uccelli e piccoli mammiferi. È un sistema monotono, ecologicamente povero.
Nei giardini lasciati crescere in modo più libero, al contrario, si sviluppa una trama vegetale varia: graminacee spontanee, composite dai fiori gialli e azzurri, leguminose che arricchiscono il suolo. Questo mosaico crea microhabitat in cui si insediano farfalle, api selvatiche, coleotteri, lucertole. Si genera così una rete trofica complessa, capace di sostenere una biodiversità sorprendente anche in ambito urbano.
Gli esempi di questo fenomeno non mancano su scala mondiale. In Amazzonia, dove la diversità vegetale è al massimo grado, le specie convivono in stretta prossimità e danno origine a ibridazioni spontanee, contribuendo a un flusso genetico che arricchisce continuamente la foresta. Certo, un giardino urbano non potrà mai replicare la potenza ecologica del bacino amazzonico, ma può rifletterne i principi: varietà, compresenza di specie, spazio lasciato all’evoluzione naturale.

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