RIDIVENTARE NATURA

Il giardino ideale è quello che non hai ancora messo in ordine

C’è una frase di Costantin Noica che pone il giardino di fronte alla sua stessa cattiva fede: *lasciare alla natura il diritto di ridiventare natura*. Non si tratta di “lasciarla in pace”, gesto ancora troppo comodo, quasi un’astensione con cui l’uomo si dispensa dal proprio compito — ma di restituirle un diritto che le è stato tolto, e che noi soli, per la nostra pretesa di padronanza, avevamo il potere di toglierle. Ogni volta che tagliamo una siepe in forma geometrica, che tracciamo un vialetto rettilineo, che eleggiamo una specie perché “si comporta bene” e ne condanniamo un’altra come “invasiva”, esercitiamo un atto di violenza tranquilla: fermiamo un processo, lo trattiamo come cosa, gli togliamo la possibilità di essere altro da ciò che abbiamo deciso che sia. Non distruggiamo la natura — la riduciamo a *in-sé*, a oggetto pieno e compatto, privo della fessura per cui qualcosa possa ancora accadere.

 

Noica pensa il reale come tensione a essere, un divenire che ci precede e ci eccede, che non attende la nostra sanzione per esistere. Intervenire sulla natura non è, in sé, una colpa: è persino inevitabile, spesso bellissimo. La colpa comincia quando l’uomo si mente, quando crede che la forma da lui imposta sia la forma vera e definitiva del giardino — quando scambia un atto della propria libertà per una necessità delle cose. È qui che il pensiero di Noica incrocia la pratica del giardino spontaneo, e in particolare la lezione di Gilles Clément: il giardiniere cessa di essere colui che disegna una forma e la difende contro il tempo che tenta di riprendersela, per farsi testimone di un processo che già lo precedeva e che continuerà senza chiedergli permesso. Il “giardino in movimento” di Clément — dove le piante si riseminano da sole, dove il caso ha tanto diritto di parola quanto il progetto — è la traduzione orticola esatta di ciò che Noica esige dalla filosofia: che l’uomo rinunci a una parte della propria volontà di fissare, per lasciare che il mondo continui a scriversi senza di lui.

 

Il contrasto illumina la posta in gioco. A Versailles la natura viene ridotta a puro *in-sé*: una geometria che non può più essere altro, testimonianza pietrificata della volontà del sovrano, che decide una volta per tutte quando e come la natura possa manifestarsi. Il giardino spontaneo rovescia questo rapporto di forza — non è più l’uomo a concedere la parola alla natura, è la natura a parlare in permanenza, e l’uomo, se è onesto con se stesso, può solo scegliere di tanto in tanto se ascoltarla o tacitarla. C’è un’eco sorprendente di questo stesso dramma nella fisica quantistica, letta come si legge un mito filosofico più che un’equazione. Prima della misurazione, una particella non possiede proprietà determinate: è pura possibilità, uno spettro non ancora deciso — quel che Aristotele avrebbe chiamato *potenza*. È l’osservazione a costringerla in un unico stato, a “collassarla” in un fatto: un gesto che assomiglia, punto per punto, a quello del giardiniere che fissa una forma e la dichiara definitiva, negando così tutte le forme che quella pianta, quel luogo, avrebbero ancora potuto essere. Ma il collasso quantistico non chiude mai la partita: il sistema riprende a evolvere, si riapre in nuova sovrapposizione di possibili, finché una nuova misurazione non interviene di nuovo a interromperlo. È lo stesso appello di Noica alla natura: che il fermo immagine imposto dall’uomo resti un episodio dentro un divenire che continua comunque a scorrere, mai un punto d’arrivo, mai l’ultima parola.

 

Resta allora da decidere che tipo di osservatore vogliamo essere — perché anche l’osservazione, come ogni nostro atto, è una scelta, ed è per questo che ci riguarda fino in fondo. C’è l’osservatore che guarda per possedere e fissare — il giardiniere-sovrano di Versailles, che misura il mondo per sottometterlo a una forma immutabile. E c’è un altro tipo di sguardo, quello che Bruce Chatwin ha inseguito per un’intera esistenza: lo sguardo del viaggiatore, del nomade, di chi osserva senza la pretesa di trattenere ciò che vede. Chatwin ha fatto della propria opera un’unica dimostrazione: che l’irrequietezza non è una devianza dalla natura umana, ma la sua condizione più autentica — che l’uomo sedentario, proprietario, radicato in un solo luogo, è appena una parentesi recente nella lunga storia di una specie che si è sempre mossa, ha seguito le stagioni, ha attraversato territori senza mai appropriarsene davvero. Il nomade non fissa la forma delle cose: le attraversa, ne coglie un istante del divenire, e prosegue, lasciando che continuino a trasformarsi senza di lui e senza il suo sguardo. È un’osservazione che rinuncia a se stessa come atto di possesso, che accetta di essere soltanto un fotogramma dentro un film che andrà avanti comunque — la sola forma di sguardo davvero all’altezza del diritto della natura a ridiventare se stessa.

 

Forse è questa la postura più autentica anche per chi va per giardini: non il proprietario che disegna una forma e la difende come propria, condannandola a essere solo ciò che ha deciso, ma il viaggiatore di passaggio che attraversa un luogo già in movimento, ne osserva un istante — sapendo che è solo un istante — e se ne va lasciando che il giardino prosegua, con o senza il suo sguardo, il proprio divenire. C’è, in fondo, una parola che raccoglie tutte le altre, ed è quella dell’impermanenza a cui il pensiero buddista non smette di richiamarci: siamo di passaggio, gettati per un tempo breve in un mondo che non ci appartiene e che non ci apparterrà mai. Non proprietari, ma ospiti temporanei — liberi però di scegliere come abitare questo passaggio: come semplici spettatori esterni, oppure, nel senso più profondo, come parte viva di ciò che osserviamo, senza per questo pretendere di arrestarlo o farlo nostro. Fare parte del mondo, in questa accezione, non significa dominarlo: significa lasciarsi attraversare da esso nella stessa misura in cui noi lo attraversiamo.

 

È lo stesso monito che il Tao Te Ching affida a una delle sue immagini più nette: “Il Mondo è un vaso spirituale, che non può essere modellato. Chi lo modella, lo distrugge.” Modellare il mondo — imporgli una forma ultima e chiusa, come il giardiniere-sovrano che pietrifica per sempre la propria geometria — significa tradirne la natura più intima, che è quella di restare sacro, cioè inafferrabile nella sua essenza, proprio mentre non cessa di mutare. Noica, Chatwin, il Tao: tre voci distanti nel tempo e nello spazio che pronunciano, in fondo, la stessa condanna e la stessa promessa. Il mondo — e il giardino che ne è immagine e misura — non è nostro, e non lo sarà mai. La natura, del resto, non ha bisogno del nostro permesso per ridiventare se stessa. Un campo abbandonato non torna al caos: torna, seguendo una sequenza quasi scritta, verso un ordine — erbe pioniere, poi arbusti, poi bosco — che nessuna volontà umana ha dettato e nessuna assenza umana potrebbe cancellare. È lo stesso ordine che dispone le foglie lungo lo stelo secondo proporzioni che la matematica riconosce ma non inventa, che fa emergere la complessità della vita proprio dal disordine, come se il mondo possedesse una tendenza propria a organizzarsi che precede ogni nostro intervento e gli sopravvive. L’uomo può accelerare questo processo, deviarlo, interromperlo per un tempo — ma non è mai stato lui a garantirlo. Il giardino, il bosco, il mondo vegetale continueranno a ridiventare se stessi molto dopo che avremo smesso di guardarli: indifferenti, non ostili, alla nostra pretesa di averne mai avuto la chiave.

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