Tra un’estate di record negativi e un 2027 che si annuncia ancora più caldo, un voto popolare in Svizzera e un quartiere olandese costruito sull’orto obbligatorio mostrano che la domanda sull’autosufficienza alimentare non è più rimandabile — nemmeno per l’Italia.

La terra che non vogliamo vedere

Quest’estate il Po è tornato a fare notizia per il motivo sbagliato. A Cremona è stato toccato un record storico negativo, superando anche il minimo del 2022, con il cuneo salino che ha risalito il delta e reso la navigazione pericolosa. Non è un episodio isolato: secondo Coldiretti, oltre il 60% del territorio nazionale è oggi interessato da condizioni di siccità, tra allerta lieve, moderata e grave, l’Italia trattiene appena l’11% dell’acqua piovana che riceve, e i danni provocati dagli eventi climatici estremi all’agricoltura hanno raggiunto i 20 miliardi di euro negli ultimi quattro anni. Sono numeri che raccontano una crisi strutturale, non un’annata sfortunata.

 

E il punto è che il peggio, con ogni probabilità, deve ancora arrivare. L’Organizzazione meteorologica mondiale segnala un El Niño che continuerà a rafforzarsi nei prossimi mesi, in una configurazione definita senza precedenti dal secolo scorso: il 2027 potrebbe diventare l’anno più caldo mai registrato, in un Mediterraneo già esposto a estati più calde, mare più caldo, stress idrico e incendi. Le stime sulle rese agricole europee parlano di un calo fino al 14%, con l’Italia tra i Paesi più esposti. Non è più uno scenario da libro di fantascienza climatica, né un’ipotesi remota da agitare per allarmismo: è un paradigma che si sta chiudendo attorno a noi con dati alla mano, e che lascia davvero poco spazio a chi preferisce ancora parlarne come di un problema rimandabile. Eppure, a leggere l’agenda politica del Paese, si fatica a trovare un piano che affronti la questione con la stessa urgenza con cui la questione si presenta nei campi, nei fiumi, nelle bollette dell’acqua.

 

Proprio mentre l’Italia rimanda, a poche centinaia di chilometri di distanza un intero popolo si sta interrogando, per legge, sullo stesso nodo. Il 27 settembre gli svizzeri voteranno l’iniziativa “Per un’alimentazione sicura”, che chiede di portare il grado di autosufficienza alimentare del Paese dal 46% attuale ad almeno il 70% entro dieci anni, riducendo pesticidi e fertilizzanti e tutelando suolo, acqua e biodiversità. Il Consiglio federale ne condivide gli obiettivi ma giudica la tempistica irrealistica, e i sondaggi danno il testo in minoranza netta. È probabile che venga respinto. Ma resta un fatto significativo: la domanda “quanto del cibo che mangiamo dovremmo produrre noi stessi, e a quale prezzo per la terra” è arrivata fino alle urne. Non capita spesso che un intero Paese si fermi a discutere, in modo così esplicito, del rapporto tra la propria tavola e il proprio suolo.

 

C’è già, in Europa, chi quella domanda l’ha trasformata in regola concreta. A Oosterwold, vicino ad Almere, l’ente che governa lo sviluppo del quartiere impone a chi vuole costruirci casa un vincolo non negoziabile: almeno il 51% della superficie complessiva deve essere destinato all’agricoltura urbana. A seconda del tipo di lotto acquistato, la percentuale di terreno da coltivare sale fino all’88%. Non si tratta di un esperimento marginale: il quartiere conta già circa cinquemila abitanti, con un piano che ne prevede quindicimila entro il 2030, pensato come una sorta di fattoria diffusa al servizio dell’intera città. Chi non aveva mai preso in mano una zappa si è ritrovato, per contratto, a doverlo fare. È la stessa domanda posta dall’iniziativa svizzera e intuita da Porcinai, ma tradotta in obbligo urbanistico, applicato non a un giardino signorile ma a migliaia di famiglie qualunque.

 

Messe una accanto all’altra, queste due storie disegnano una traiettoria che vale la pena di percorrere per intero. C’è il Paese che si interroga per legge, sapendo di rischiare una sconfitta alle urne. E c’è il quartiere che, quella stessa domanda, la applica già su scala urbana, rendendola condizione d’accesso per chi vuole abitarci. In mezzo, l’Italia che vive già gli effetti più duri della crisi — il fiume che si prosciuga, i raccolti che si perdono, i tre miliardi di danni — senza essersi ancora concessa una discussione altrettanto seria su cosa significhi, per un intero Paese, tornare a occuparsi della propria terra.

 

È qui che il giardino, quello vero, quello che si cura ogni giorno, torna a essere qualcosa di più di un luogo di svago. Se un Paese fatica a porsi la domanda in grande, forse la risposta continua a esistere in piccolo, in ogni orto che si difende un metro alla volta, in ogni scelta progettuale che rimette la cucina in relazione con la terra. Non è un sostituto della politica che manca. È, però, la prova che quella lezione — chi l’ha già resa regola, chi la sta ancora votando, chi la coltiva in silenzio ogni giorno — è già a portata di mano, per chi la vuole cogliere.