Nel 1972, il giudice William O. Douglas della Corte Suprema americana scrisse una dissent destinata a cambiare il modo di pensare alla natura. Nel caso Sierra Club v. Morton, difendendo una valle della California dalla devastazione del cemento, citò il giurista Christopher Stone: “Se le navi e le società per azioni sono persone giuridiche, perché non gli alberi?” Per decenni rimase un’utopia affascinante, il sogno di un giurista visionario in un momento in cui il mondo ancora considerava l’ambiente una semplice risorsa da sfruttare. Oggi non lo è più.
Negli ultimi quindici anni, qualcosa si è mosso nel mondo del diritto internazionale. Nel 2008, l’Ecuador incluse nella sua costituzione il diritto della natura “a esistere, persistere, mantenere e rigenerare i suoi cicli vitali”. Nel 2017, la Nuova Zelanda riconobbe il Whanganui River come persona legale con diritti e doveri equivalenti a quelli di un cittadino — epilogo di una lotta durata 140 anni. L’India riconobbe i fiumi Gange e Yamuna come entità viventi. La Spagna assegnò status legale alla laguna Mar Menor. La Colombia iniziò a proteggere l’Amazzonia attraverso sentenze che riconoscevano diritti agli ecosistemi stessi.
Nel 2021, la Corte Costituzionale dell’Ecuador annullò i permessi di estrazione mineraria nella foresta di Los Cedros affermando che la foresta, in quanto soggetto giuridico, aveva il diritto di non essere devastata. Non era protezione ambientale mascherata da retorica umanitaria; era diritto della natura, pura e semplice. L’idea che pareva temeraria nel 1972 è oggi legge in più di una dozzina di paesi.
Eppure esiste un luogo dove questa rivoluzione legale non ha ancora messo piede: l’Italia, la nazione che ha trasformato la gestione del verde pubblico in una forma di arte molto particolare. L’arte di tagliare gli alberi con un’efficienza sistematica che avrebbe fatto invidia a un’amministrazione industriale. Passeggiare per una città italiana nel 2026 è diventato un esercizio di nostalgia arborea. A Milano, Roma, Palermo, Torino — ovunque — gli alberoni che caratterizzavano i viali della città novecentesca stanno scomparendo. Non in seguito a malattie, non per motivi fitosanitari documentati, ma per scelte amministrative che trasformano il taglio sistematico in politica pubblica.
Nel 2023, Milano ha tagliato oltre 4.600 alberi. Nel 2024, la cifra è rimasta simile. Roma ha eliminato migliaia di alberi negli ultimi anni, spesso con poche comunicazioni pubbliche anticipate. Torino ha avviato progetti di “riordino del verde” che hanno comportato l’abbattimento di centinaia di esemplari. A Napoli, il fenomeno è talmente sistematico che i cittadini hanno smesso di protestare — è diventata una rassegnazione silenziosa. Le giustificazioni sono sempre le stesse. Gli alberi sono invecchiati. Le radici danneggiano le condutture. I rami sono pericolosi. Sono malati. Occupano spazi che potrebbero essere usati diversamente. A volte, dietro queste motivazioni ufficiali, si nasconde semplicemente l’idea che i viali alberati appartengono a un’Italia passata, inefficiente, lenta. Meglio trasformare tutto in una geometria razionale di cemento e asfalto.
Quel che è terribile non è solo il numero. È il metodo. È la totale assenza di qualsiasi tentativo di preservare, di potare con intelligenza, di rigenerare. È la sistemicità. È il fatto che quando vieni tagliato, non c’è processo, non c’è discussione pubblica, non c’è possibilità di ricorso. L’albero muore in silenzio, una notte, e al mattino il viale è irriconoscibile.
Esistono due parole giapponesi che racchiudono una filosofia completamente diversa. La prima è Nemawashi (根回し): “girare attorno alle radici”. È una tecnica tradizionale di preparazione degli alberi grandi al trapianto, dove invece di tagliarli, gli alberi centenari vengono delicatamente spostati da un luogo all’altro.
La seconda è ancora più rivoluzionaria: Daisugi (台杉, “cedro piattaforma”). È una tecnica di potatura sostenibile che produce legname senza abbattere l’albero. Il Daisugi consente di coltivare verticalmente dei germogli dal tronco principale — creando una struttura simile a un bonsai gigante ma con scopo produttivo. Dopo circa 20 anni, questi germogli vengono raccolti e trasformati in legname di altissima qualità, perfetto per la costruzione tradizionale. L’albero madre rimane vivo e continua a produrre. Non è magia. È il risultato di una cultura — codificata dal 1336 — che considera l’albero non come un ostacolo da eliminare, ma come un essere vivente da cui ricavare risorse mantenendolo vivo. Il Daisugi richiede tempo, expertise, investimento. Ma l’albero vive. La foresta si conserva. La qualità del legno è superiore a quella ottenuta dall’abbattimento.
Mentre Milano taglia 4.600 alberi l’anno e Roma elimina i suoi viali storici, il Giappone — un paese con pressioni urbanistiche altrettanto intense — ha scelto di muovere gli alberi (Nemawashi) o di coltivarli sostenibilmente (Daisugi) invece di distruggerli. La domanda sorge spontanea: il Giappone è ricco e innovativo? Certo. Ma ha anche spazi ridotti, densità urbane altissime, e pressioni economiche simili alle nostre. Eppure ha scelto una strada diversa. Una strada che rispetta la vita.
Un albero centenario in una piazza italiana non ha alcun diritto di difendersi. La legge italiana non prevede nulla di simile a ciò che Stone e Douglas immaginarono. L’albero è proprietà — della città, del municipio, del privato — e la proprietà può fare quel che vuole. Tagliare un albero è un atto amministrativo, sottoposto a procedure burocratiche ma fondamentalmente indiscutibile. L’albero non ha standing. Non ha voce. Non può ricorrere in giudizio. Se il Whanganui River potesse ricorrere in giudizio perché una amministrazione italiana tagliasse 3.000 dei suoi alberi per “riprogrammare lo spazio pubblico”, probabilmente vincerebbe. Perché il Whanganui River ha status legale. Ha diritti. Ha voce. Gli alberi di Milano no. Quelli di Roma no. Quelli che crescevano nei viali delle nostre città da sessanta, cento, a volte centocinquanta anni non hanno alcun ricorso.
Mentre abbatte gli alberi, l’amministrazione urbana italiana ha imparato a parlare di sostenibilità, di transizione ecologica, di città verde. Si piantano nuovi alberi — ma sempre piccoli, sempre giovani, sempre senza la maestosità degli esemplari che vengono rimossi. L’equazione è semplice e matematicamente falsa: 1.000 alberi tagliati = 2.000 alberi piantati nei parchi marginali della periferia. Problem solved. Sostenibilità raggiunta. Missione compiuta. Chiunque conosca minimamente l’ecologia urbana sa che non è così. Un giovane platano non compensa un vecchio tiglio. Non dal punto di vista dell’ombreggiamento, non dal punto di vista della capacità di assorbire inquinanti, non dal punto di vista della capacità di ridurre le isole di calore urbane, non dal punto di vista della biodiversità — perché uccidi gli insetti che vivevano nel vecchio albero e ne crei altri nei nuovi solo se attendi decenni. È greenwashing, nella forma più insultante possibile: uccidi per ricostruire, distruggi per sembrare costruttore.
Un sindaco potrebbe decidere: “Invece di tagliare i nostri viali centenari, useremo il Daisugi per mantenerli vivi e produttivi”. Ma non lo fa. Perché è più facile tagliare. Perché il taglio è rapido. Perché i costi amministrativi sono bassissimi se consideri il “costo” dell’albero come zero.
Il Giappone ha capito che il costo reale è nella perdita. L’Italia continua a pensare che il guadagno sia nella cancellazione. Immagina per un momento che domani il parlamento italiano leggesse la sentenza di Douglas e decidesse di fare sul serio. Immagina che gli alberi centenari delle città italiane ricevessero uno status legale simile a quello del Whanganui River. Non sarebbero proprietà. Sarebbero titolari di diritti inalienabili. Una città italiana che volesse tagliare 1.000 alberi dovrebbe motivare la decisione, non davanti a una commissione amministrativa interna, ma davanti a un tribunale. Dovrebbe provare che l’alternativa non esiste, che il danno all’ecosistema urbano è accettabile, che il beneficio per la comunità giustifica la perdita di una vita che ha più di cento anni. Dovrebbe ascoltare non solo gli amministratori, ma anche ecologi, cittadini, ambientalisti.
L’albero avrebbe una voce. Non una voce letterale — probabilmente un tutore legale, come nel caso del Whanganui. Ma una voce. Cosa accadrebbe? Probabilmente meno alberi verrebbero tagliati. Probabilmente la progettazione urbana diventerebbe più sofisticata: invece di radere al suolo e ricominciare, impareresti a lavorare con ciò che esiste. Probabilmente scopriresti che i “problemi” che giustificano il taglio sistematico — le radici, i rami, l’invecchiamento — possono essere gestiti in modo più intelligente se il costo della morte di un albero antico non è quasi zero. Gli alberi attendono dal 1972 che il mondo riconoscesse ciò che Douglas sapeva: meritano di stare in piedi, di crescere, di avere voce.