L’esclusione di Fiesole dalla rosa delle dieci città candidate a Capitale italiana della Cultura 2028 – Anagni, Ancona, Catania, Colle di Val d’Elsa, Forlì, Gravina in Puglia, Massa, Mirabella Eclano, Sarzana e Tarquinia – solleva una questione che va oltre il singolo dossier: che idea di cultura stiamo premiando oggi in Italia? Se la cultura viene intesa principalmente come somma di eventi, contenitori e programmi annuali, allora la selezione appare coerente. Ma se la cultura è anche – e soprattutto – stratificazione storica, relazione tra uomo e territorio, costruzione secolare del paesaggio, allora l’assenza di Fiesole rappresenta una grave miopia.
Fiesole non è soltanto una città storica: è un paesaggio culturale compiuto, dove natura, architettura, giardini, arte e visione convivono da secoli in un equilibrio raro. Il suo territorio collinare, affacciato su Firenze ma autonomo per identità e struttura, custodisce uno dei più straordinari sistemi di giardini storici d’Italia e d’Europa, un vero e proprio atlante del rapporto tra cultura umanistica e paesaggio: giardini rinascimentali e romantici, parchi storici di ville medicee e dimore ottocentesche, giardini di collezione botanica e sperimentazione paesaggistica, sistemi terrazzati che raccontano secoli di cura agricola e contemplativa. Qui il giardino non è ornamento, ma linguaggio culturale, strumento di conoscenza, luogo di educazione estetica e ambientale. Un patrimonio che dialoga naturalmente con le grandi tradizioni europee – da Villa d’Este ai giardini inglesi, fino ai paesaggi culturali francesi – senza imitazioni, ma con una voce propria, riconoscibile e autentica.
Le dieci finaliste presentano certamente elementi di valore: Tarquinia, Anagni e Gravina in Puglia valorizzano un forte patrimonio storico-archeologico; Catania e Ancona propongono visioni urbane e mediterranee di ampio respiro; Colle di Val d’Elsa, Sarzana e Forlì puntano su rigenerazione, manifattura culturale e progettualità contemporanee. Tuttavia, nessuna di queste città possiede un sistema paesaggistico e di giardini storici paragonabile a quello fiesolano, né per densità, né per continuità storica, né per influenza culturale.
Fiesole rappresenta un caso raro in cui il paesaggio stesso è un’opera culturale collettiva, costruita nel tempo da filosofi, architetti, botanici, artisti, agronomi e comunità locali. Un patrimonio vivo, non episodico, che non ha bisogno di essere “attivato” perché non si è mai spento. L’impressione è che la selezione abbia privilegiato progetti culturali rispetto a territori culturalmente maturi. Ma una Capitale della Cultura dovrebbe anche indicare modelli, non soltanto narrazioni temporanee.
Fiesole è un modello: di integrazione tra paesaggio e cultura, di educazione alla bellezza e alla cura del territorio, di continuità tra patrimonio storico e pratiche contemporanee, di scala umana, dove la cultura non è consumo ma esperienza. In un’epoca segnata dalla crisi ambientale e dalla perdita di senso del paesaggio, premiare Fiesole avrebbe significato riconoscere il valore culturale della relazione tra uomo e natura, tema centrale del XXI secolo.
L’esclusione di Fiesole dalla candidatura a Capitale italiana della Cultura 2028 non è solo una decisione amministrativa: è un’occasione mancata per affermare che il paesaggio, i giardini storici e la cura del territorio sono cultura allo stesso livello di musei, eventi e infrastrutture. Fiesole non ha bisogno di diventare Capitale della Cultura per esserlo. Lo è già, ogni giorno, nel silenzio dei suoi giardini, nella forma delle sue colline, nella memoria stratificata del suo paesaggio.
Ma proprio per questo, meritava di essere riconosciuta.
