«Questa casa era una vera meraviglia ecologica: non tanto grande, posta sul lato d’un giardino abbastanza vasto, sembrava un modellino in legno (tanto dolce era il grigio slavato delle sue persiane). Con la modestia d’uno chalet, ma piena di porte, di basse finestre, di scalinate laterali, come un castello da romanzo. Senza soluzione di continuità, il giardino conteneva tre spazi simbolicamente differenti (e oltrepassare il limite d’ogni spazio era un atto importante). Si attraversava il primo giardino per arrivare alla casa; era il giardino mondano, lungo cui si riaccompagnavano le signore bayonnesi, a piccoli passi, con grandi soste. Il secondo giardino, proprio davanti alla casa, era fatto di piccoli vialetti che giravano intorno a due aiuole verdi identiche; vi spuntavano rose, ortensie (fiore ingrato del sud-ovest), lunigiana, rabarbaro, erbe casalinghe in vecchie cassette, una grande magnolia i cui fiori bianchi arrivavano all’altezza della camera del primo piano; ed è là che, durante l’estate, impavide tra le zanzare, le signore e signorine B. si sedevano su sedie basse a fare dei complicati lavori a maglia. In fondo, il terzo giardino, a parte un piccolo orto con peschi e cespugli di lamponi, era indefinito, a volte incolto, a volte seminato con legumi ordinari; vi si andava raramente, e soltanto nel viale di mezzo». Il mondano, il casalingo, il selvaggio: non è la tripartizione stessa del desiderio sociale? Da questo giardino bayonnese, passo senza stupirmi agli spazi romanzeschi e utopici di Jules Verne e di Fourier.
(Questa casa oggi è scomparsa, distrutta dall’Immobiliare bayonnese.)
Tratto da: Barthes di Roland Barthes
Dal punto di vista botanico, la distinzione tra giardini ordinati e giardini “disordinati” è fondamentale. Un prato costantemente tagliato, con un’unica specie erbacea mantenuta a pochi centimetri d’altezza, offre poco spazio alla diversità: mancano i fiori, quindi mancano gli insetti impollinatori, e di conseguenza si riduce anche la presenza di uccelli e piccoli mammiferi. È un sistema monotono, ecologicamente povero.
Nei giardini lasciati crescere in modo più libero, al contrario, si sviluppa una trama vegetale varia: graminacee spontanee, composite dai fiori gialli e azzurri, leguminose che arricchiscono il suolo. Questo mosaico crea microhabitat in cui si insediano farfalle, api selvatiche, coleotteri, lucertole. Si genera così una rete trofica complessa, capace di sostenere una biodiversità sorprendente anche in ambito urbano.
Gli esempi di questo fenomeno non mancano su scala mondiale. In Amazzonia, dove la diversità vegetale è al massimo grado, le specie convivono in stretta prossimità e danno origine a ibridazioni spontanee, contribuendo a un flusso genetico che arricchisce continuamente la foresta. Certo, un giardino urbano non potrà mai replicare la potenza ecologica del bacino amazzonico, ma può rifletterne i principi: varietà, compresenza di specie, spazio lasciato all’evoluzione naturale.
Dobbiamo diventare bambini, se vogliamo raggiungere il sublime». Queste parole, che Rilke scrisse in un testo sull’arte del paesaggio, si possono leggere come il condensato della sua percezione delle cose, di una sensibilità che con lui nasce e con lui muore. Una sensibilità che si esprime con rara intensità in tutti gli scritti offerti in questo volume – raccolti e tradotti da Giorgio Zampa, che di Rilke è stato uno dei massimi interpreti –, attraverso meditazioni e memorie, confessioni e impressioni di viaggio, lettere (come quelle a un giovanissimo Balthus) e visioni oniriche. Una sensibilità che si trasmette al lettore grazie a una prosa tra le più alte del Novecento tedesco, aerea e profonda, lucente e umbratile. Una sensibilità capace di cogliere il riverbero dell’assoluto in ogni oggetto a cui si volge: dall’arte («Proprio dell’artista è amare l’enigma. Ché ogni arte è solo amore riversato sopra enigmi») all’«essenza infantile e portentosa» del poeta, all’erotismo («una cosa affatto incommensurabile che gli uomini non si stancano di aggredire con norme, misure, regolamenti»). E in grado di spingersi «là dove la realtà conosciuta e quella inconoscibile si concentrano in un solo punto, si completano e diventano un unico possesso» – dove l’esteriore e l’interiore formano «uno spazio ininterrotto in cui, arcanamente protetto, resta un solo punto di purissima, profondissima coscienza».
A cura di Giorgio Zampa.
Con una Nota di Marco Rispoli.
Piccola Biblioteca Adelphi, 753
2020, 2ª ediz., pp. 216
isbn: 9788845934896
€ 14,00
Su quale rapporto ci sia tra arte ambientale, paesaggio e giardini si può dibattere a lungo, sono sicuramente due mondi che si incontrano. senza dubbio entrambi nel reciproco contatto traggono benefici e sollecitazioni. Le terre di Toscana hanno costituito da sempre un polo magnetico capace di attrarre nella sfera dell’arte molteplici energie e intrinsecamente ispirato profonde emozioni e espressioni che hanno lasciato segni indelebili. La natura particolarissima continua a emanare il proprio fluido creativo, richiamando numerosi artisti e coinvolgendo all’infinito.
Uno dei primi esempi apparsi in Toscana, il capolavoro che ha aperto la strada ad altri interventi ed è diventato uno dei più importanti modelli di laboratori d’arte ambientale nel mondo è la Fattoria di Celle a Santomato, vicino a Pistoia. Gli Spazi d’Arte (Art spaces) sono nati nel vasto Parco Romantico di Celle – il luogo non poteva essere che quello – nel quale con una magica alchimia si è fuso, per coincidenze e sollecitazioni fortunate, il ruolo assunto dall’arte ambientale negli anni Settanta con la determinazione e intuizione del mecenate Giuliano Gori e la sperimentazione degli artisti coinvolti. L’intuizione scaturisce nel 1977 sotto la spinta di Documenta a Kassel ove Manfred Schneckenburger, direttore del settore dedicato all’Environment, evidenzia il ruolo dell’arte ambientale. Queste le profonde motivazioni dell’intuitivo ed ispiratissimo collezionista d’arte Giuliano Gori:
“Il desiderio e la curiosità di verificare il comportamento dell’artista contemporaneo di fronte a una committenza che gli offra l’opportunità di realizzare un progetto, in cui lo spazio venga usato come parte integrante della propria opera, e non più come semplice contenitore, rappresenta la molla che ci ha convinto a riprendere l’interrotta tradizione delle installazioni nel parco. […] alcune grandi esposizioni, come Documenta a Kassel e la Biennale di Venezia, presentano alcuni esempi di opere ambientali, realizzate però in spazi non sempre ideali e con materiali per lo più precari. A Celle si tratta invece di offrire spazi adeguati e materiali durevoli nel tempo”.