Il paesaggio pare oggi aver sostituito l’urbanistica, relegata quasi a mera prassi amministrativa. Ma il paesaggio è anche diventato un campo invasivo, vago e onnivoro abbastanza perché al suo interno possa cascarci di tutto: l’ambiente, la natura, i parchi, i sistemi delle strade, gli spazi aperti, le aree metropolitane, le facciate, i tetti …. tutto fa paesaggio, anzi landscape, soprattutto in Italia. Non sembra esserci progetto che non richieda di essere valutato ambientalmente e pare impossibile concepire qualità architettonica in assenza di verde. Ma dev’essere per forza così? Abbiamo idee chiare su quale debba o possa essere il rapporto tra la natura e la città e cosa sia il ruolo del disegno degli spazi aperti?
Parlare qui del più accreditato e discusso architetto dei giardini italiani del XX secolo, Pietro Porcinai (1910-1986), non darà delle risposte immediate a queste difficili domande, ma ci aiuterà a inquadrare il problema. Perché il paesaggio non riguarda soltanto la naturalizzazione “decorativa” della città, ma è qualcosa di più. Il paesaggio condensa una visione fisica, sociale, culturale ed economica delle tante componenti singole e dell’ambiente che nel suo insieme ci stanno intorno. Paesaggio non è natura. Paesaggio non è giardini. Paesaggio non è romanticismo. Paesaggio è politica, stile di vita, soluzione di problemi.
La Toscana è l’ambito generico di questo itinerario pretestuoso a sfondo territoriale, con Firenze al centro. È un itinerario sui generis, perché comprende perlopiù i giardini di ville aristocratiche normalmente non visitabili, sparse nella conca di Firenze, nei pressi di Siena, vicino a Sansepolcro (al confine con l’Umbria e le Marche). Rispetto agli anni passati oggi la Toscana è cambiata, con Firenze che fa da ombelico di una metropoli amorfa e lineare che si sussegue da Lucca a San Giovanni Valdarno; in quanto paesaggio-territorio la Toscana andrebbe ri-osservata, ri-capita, e ri-immaginata e servirebbe proprio un nuovo Porcinai, generoso, umanistico, visionario e concreto insieme, che ci si dedicasse. Porcinai infatti, oltre a lavorare su centinaia di micro-giardini privati e per i parchi di sedi aziendali (come la Mondadori a Segrate/Milano o l’Olivetti a Portici/Napoli e anche sulla piazza Beaubourg/Parigi), fu coinvolto e si appassionò anche a progetti grandi e strategici quanto invisibili: come lo spostamento del tempio colossale di Abu Simbel in Egitto in seguito alla creazione del lago Nasser, oppure l’inserimento e le opere di compensazione (così le chiameremmo oggi, ma è un’espressione infelice) lungo l’autostrada del Brennero, oppure la riqualificazione di una cava dismessa dell’Italcementi nei pressi di Matera.
I giardini di Porcinai non solo quelli dalle parti di Firenze (dove egli visse e lavorò, anche se nella sua vita viaggiò tantissimo), non sono compensazioni o decorazioni, ma luoghi a pieno diritto. Come tanti luoghi non sono né facili da fotografare né da immaginare solo dai disegni. Gli squarci che si aprono sul paesaggio infinito (potrebbe non essere così in Toscana?) sono affiancati da un’attenzione sentimentale e da un’introspezione quasi religiosa nei confronti della materialità dei dettagli: il gradino, l’aiuola, la vasca, il suo bordo, il vaso e i vasi, il sentiero, la panca, la ringhiera, il tavolo e il pozzo. Questa lista potrebbe allungarsi ma non all’infinito; le situazioni nel paesaggio che Porcinai alimenta sono comunque semplici, quotidiane e concrete, e non sottendono lussi o sfarzi; i suoi giardini di ville – anche quando godono di panorami sulla silhouette di Siena o sui campanili di Firenze – essendo di rado illusionistici o di rappresentanza, trasmettono invece un senso e una bellezza che si accordano con il loro essere innanzitutto case di campagna. Oltre a contenere l’idea di Paradiso (come voleva l’autore), contengono anche in filigrana un’idea di Archeologia (senza accenni di nostalgia).
Su Pietro Porcinai manca per adesso una pubblicazione esauriente, per le difficoltà abituali con cui si scontra chi vuol fare un bel libro sul paesaggio; vi sono sì alcune pubblicazioni, ma tutte specialistiche o parziali. Occasionalmente si parla di una mostra in preparazione, ma poi vengono sempre fuori nuove complicazioni legate all’accessibilità dell’archivio, ai fondi economici, alla sede, al concept, alla composizione del comitato scientifico. Ma siamo tutti fiduciosi che la situazione si sblocchi e che a Pietro Porcinai vengano tra non molto attribuiti i meritati riconoscimenti (anche internazionali), di cui questo breve scritto e le belle fotografie di Alessio Guarino vogliono solo essere anticipazioni.
Oggi ad oltre 50 anni della sua realizzazione cosa è rimasto di quello straordinario programma?
Nel VI secolo a.C. approdò sulla costa flegrea, dove oggi c’è la città di Pozzuoli, un gruppo di greci fuggiti dalla tirannia di Policrate. Avevano lasciato la propria patria, l’isola di Samo, diretti verso l’Italia meridionale, dove fondarono una città, Dicearchia, che significa “governo-giusto”.
Dopo 25 secoli – siamo all’inizio degli anni ’50 del ‘900 – altri uomini, provenienti da parti diverse d’Italia, sono arrivati nello stesso luogo con un nuovo compito: contribuire con i loro progetti non solo allo sviluppo del Sud d’Italia, ma anche, umanizzando i processi produttivi dell’era industriale, a dare forma concreta ad una nuova e più giusta relazione tra capitale e lavoro.
Tra questi uomini vanno ricordati tre personaggi che furono protagonisti di quegli anni e che del futuro avevano una grande visione: l’imprenditore Adriano Olivetti, l’architetto Luigi Cosenza e il paesaggista Pietro Porcinai. Lo stabilimento verrà collocato sulla via Domiziana a pochi chilometri da Napoli, lungo quel tratto eccezionale di linea di costa flegrea denominato Arco Felice, dove al magnifico paesaggio dominato dal mare si sovrappone la stratificazione storica sedimentata in millenni di storia.
Afferma Adriano Olivetti il 25 aprile 1955 nel discorso d’inaugurazione dello stabilimento: “La nostra società crede nei valori spirituali, nei valori della scienza, crede nei valori dell’arte, crede nei valori della cultura, crede, infine, che gli ideali di giustizia non possano essere estraniati dalle contese ancora ineliminate tra capitale e lavoro. Crede soprattutto nell’uomo, nella sua fiamma divina, nella sua possibilità di elevazione e di riscatto”.
Le Corbusier raccoglie e sistematizza in questo volume un vero e proprio manifesto per l’organizzazione della città nell’era della “civiltà meccanica”. Il libro non è soltanto un trattato tecnico di urbanistica, ma un’opera di carattere teorico e visionario: attraverso schemi, fotografie, disegni e prospettive, l’autore descrive la città ideale come organismo funzionale e ordinato, capace di garantire igiene, efficienza, razionalità e bellezza. La “città radiosa” di Le Corbusier è composta da grandi unità abitative immerse nel verde, da un sistema viario stratificato per separare i flussi di pedoni e veicoli, da spazi pubblici pensati come luoghi di incontro e di vita collettiva. La pubblicazione, realizzata in grande formato e riccamente illustrata, riflette l’intento pedagogico dell’autore: comunicare le sue idee non solo agli specialisti, ma a un pubblico più ampio di amministratori, tecnici e cittadini. Con questo testo, Le Corbusier si pone come figura centrale del dibattito internazionale sull’urbanistica, influenzando profondamente le politiche di ricostruzione e pianificazione urbana del secondo dopoguerra. Oggi La Ville Radieuse resta un documento imprescindibile per comprendere la visione modernista del rapporto tra architettura, città e paesaggio, e continua a sollevare interrogativi sulla validità e sui limiti delle utopie urbanistiche del XX secolo.
Dal punto di vista botanico, la distinzione tra giardini ordinati e giardini “disordinati” è fondamentale. Un prato costantemente tagliato, con un’unica specie erbacea mantenuta a pochi centimetri d’altezza, offre poco spazio alla diversità: mancano i fiori, quindi mancano gli insetti impollinatori, e di conseguenza si riduce anche la presenza di uccelli e piccoli mammiferi. È un sistema monotono, ecologicamente povero.
Nei giardini lasciati crescere in modo più libero, al contrario, si sviluppa una trama vegetale varia: graminacee spontanee, composite dai fiori gialli e azzurri, leguminose che arricchiscono il suolo. Questo mosaico crea microhabitat in cui si insediano farfalle, api selvatiche, coleotteri, lucertole. Si genera così una rete trofica complessa, capace di sostenere una biodiversità sorprendente anche in ambito urbano.
Gli esempi di questo fenomeno non mancano su scala mondiale. In Amazzonia, dove la diversità vegetale è al massimo grado, le specie convivono in stretta prossimità e danno origine a ibridazioni spontanee, contribuendo a un flusso genetico che arricchisce continuamente la foresta. Certo, un giardino urbano non potrà mai replicare la potenza ecologica del bacino amazzonico, ma può rifletterne i principi: varietà, compresenza di specie, spazio lasciato all’evoluzione naturale.
Questo libro racconta la storia più lunga mai dedicata a un albero. L’ha scritta Peter R. Crane, uno dei massimi paleontologi vegetali del mondo. La profonda conoscenza scientifica, l’appassionata attenzione alle vicende evolutive testimoniate dai reperti fossili e dalla singolare biologia riproduttiva di Ginkgo biloba, hanno ispirato la realizzazione di quest’opera che si legge come un romanzo, dedicato alla biografia di una specie la cui conservazione è oggi affidata all’uomo.
Giardini e paesaggio, vol. 54
2020, cm 17 × 24, x-256 pp. con 24 tavv. f.t. a colori e 8 figg. n.t.
[isbn 978 88 222 6681 1] € 25,00
La storia dell’impresa Olivetti è la storia della produzione di un’idea organica, declinata quasi in ogni campo del sapere e dell’agire umano. Oggi di tutto quello che è stato resta ancora tangibile il suo essersi concretizzata in manufatti architettonici e raccontare forma e funzione di alcuni tra i più rappresentativi è un modo per rievocare il significato di questa idea. 1941: inaugurazione dell’Asilo nido Olivetti. Gli architetti Luigi Figini e Gino Pollini applicano alla lettera l’autarchia nella forma di citazione elegante del genius loci di quella città costruita su colli che è Ivrea. Si fanno beffe della retorica dell’architettura littoria disegnando spazi funzionali, articolati in blocchi parallelepipedi, razionalisti, che hanno una pelle in pietra locale. Il giardino che asseconda le curve di livello delle rocce dioritiche, un pergolato i cui pilastri sono tagliati nella foggia dei pali in pietra che reggevano le viti, un tempo abbondanti in quelle terre e la vasca d’acqua, che non c’è più, in cui generazioni di bambini si sono divertiti sotto l’occhio attento delle educatrici. E poi gli interni, con una distribuzione calibrata sulle diverse attività che diventerà un modello e, disegnati appositamente, i giocattoli di legno come l’elefante-scivolo e le grandi ceste con le ruote per trasportare i piccoli ospiti.
Il Giardino dell’Iris si distende sotto l’alto muraglione del Piazzale Michelangelo, in una sintesi spaziale che affianca al David baricentrico del monumento all’arte e alla cultura lo straordinario monumento alla natura delle fioriture dell’iris, emblema per la città. Lo stemma di Firenze ha origini antichissime. Già raffigurato in un’urna funeraria del IV sec.a.C., si fa risalire al popolo etrusco di Fiesole, quel “colle lunato” che si dispiega a settentrione, cosi come le origini del nome floreale, dibattute fin dal medioevo, in latino Florentia o in volgare Fiorenza, “a similitudine dei fiori e dei gigli che abbondanti fiorivano intorno alla città”. Nell’araldica civica, durante il dominio dei Ghibellini, comparve il giglio “sbocciato e bottonato” bianco in campo rosso, e lo stemma fu rosso con il giglio fiorentino d’argento, poi, dal 1267 predominando i Guelfi, ne furono invertiti i colori e il giglio divenne rosso in campo bianco, cosi come sottolinea Dante Alighieri nel Paradiso.
Il negozio Olivetti di Venezia, progettato nel 1957 dall’architetto Carlo Scarpa, è un capolavoro dell’architettura moderna situato sotto i portici delle Procuratie Vecchie in Piazza San Marco. Commissionato dalla Olivetti, questo spazio espositivo rappresenta un perfetto connubio tra innovazione tecnologica, design raffinato e sensibilità artistica. Scarpa ha saputo valorizzare l’ambiente con l’uso di materiali pregiati come il marmo, il vetro e il legno, creando un’atmosfera elegante ed essenziale, capace di esaltare la bellezza degli oggetti esposti.
Uno degli elementi più iconici dello showroom è la scala in marmo sospesa, che sembra sfidare la gravità e testimonia l’abilità tecnica e poetica dell’architetto. Lo spazio è concepito come un ambiente dinamico, in cui la luce e i materiali interagiscono per mettere in risalto le macchine per scrivere e le calcolatrici Olivetti, prodotti che hanno segnato la storia dell’industria e del design italiano.
Oggi il Showroom Olivetti è gestito dal FAI – Fondo Ambiente Italiano, che ne ha curato il restauro e lo mantiene aperto al pubblico come esempio straordinario di architettura del Novecento. Questo spazio non è solo un tributo alla visione innovativa della Olivetti, ma anche un luogo di memoria e cultura, che continua a ispirare visitatori, architetti e designer di tutto il mondo.