Guido Ceronetti, Un viaggio in Italia

UN VIAGGIO SENZA FINE

Agli amici dell’Italia invisibile

 

Mancano tanti luoghi, in questa topografia, ma la delusione e la pena civile dell’autore abbondano. Oggi, con un inasprimento di essenza e i nuovi intrecci di circostanze, io di oltre un trentennio piú vecchio, amaro sopravvissuto, l’occhio del riguardante mi suggerirebbe tutt’altre osservazioni e visioni. Del resto non intendevo, come in un reportage fotografico, in un vagabondaggio alla Magnum, stella polare, che fermare istanti, impressioni, respirazioni, in quel passare e ripassare, e sparire inghiottiti, di ombre, di viventi. Umanità innanzitutto, fughe d’incontri dentro paesaggi mutevoli, cronache, voci dai muri, e un po’ di natura superstite. A poco a poco avevo capito quale senso avrebbe potuto avere questo viaggiare impreciso, con trasporti pubblici sempre, di uno narrante non immaginario nell’Italia del suo tempo – l’Italia senza piú guerre né grandi e vere lotte sociali, oltrepassata dalla storia, e da fanatismi politici agonizzanti tinta di sangue. Turistica, dunque di finzione, facciata, imbruttimento, afflussi di scemenze. E poteri in aumento, sordidi, invisibili, con legislazione propria, dove vige la sanzione unica della pena capitale di organizzazioni criminali. Un passo al di là di tanto banale indurito, o poco di sotto, l’inalterabilità di un enigma. Il senso era lo stesso che, indenne d’anni, il nuovo lettore ritroverà: l’aspettarsi il riemergere di una iniziazione.

Un giorno, a Trieste, in una bottega di Città Vecchia dove compravo del pane, uno sconosciuto, uscendo prima di me, mi salutò gridandomi: «Lei è un Iniziato!». Ma… non so… non credo… «Sì», ripeté lui dalla strada, «Lei è un Iniziato!». Stavamo facendo, in piazza, davanti alla biblioteca, teatro di strada, sotto un po’ di bora che scompigliava tutto e minacciava di rovesciare il nostro paravento. Una quindicina d’anni prima avevo compiuto e pubblicato il Viaggio. Sarà stato l’Archetipo Italia, l’ignoto Maestro iniziatore?

Consegno qualcosa, qui, in forma di libro, che non appartiene più (se mai abbia appartenuto) al Visibile. Questa penisola, per molti aspetti, non è già piú materialmente viva, il suo fondale arrotolato è custodito nell’Unsichtbar rilkiano – la realtà che, dopo essere apparsa, ritorna nell’Invisibile. Se così è, sto perdendo il tempo che mi rimane nel tentativo disperatissimo di difendere da un quotidiano massacro la lingua italiana, mura smattonate che cingono un’identità nazionale che credevamo reale mentre ha vocazione a disfarsi. Tuttavia, difendere Termopili inutilmente è bello. In verità, l’iniziazione piú esauriente mi dovrebbe venire soltanto in punto di morte: due bonshommes catari, due Perfetti, ombre o reincarnazioni dei cremats di Montségur, comparendo tempestivamente, m’impartiranno il Consolamentum. Italofili non accademici, pochi e dispersi, a noi importa la venuta del Veltro, non di chi sarà il prossimo presidente del Consiglio di una società Italia in bancarotta.

Un anno in più di quel vagabondaggio, e il libro non mancherebbe di tracce e segnali raccolti nelle isole, nelle piccole isole, dalle Tremiti a Lampedusa. Non mancherebbe, a me per primo, una Sardegna non ancora sommersa. Il Mezzogiorno lo esplorai poco, non mi adattavo al suo vivere, lo scempio era già troppo avanti. Ma avrei voluto incontrare i convertiti all’ebraismo messianico di Sannicandro, sostare nella libreria di don Giustino Fortunato a Rionero in Vulture. Il mare troppo tempestoso m’impedì, la barca sbandava, di toccare le Tremiti. Il velo d’Iside è piú impenetrabile sul volto del crimine femminile. Non sapevo che, a fine secolo, avrei indagato a fondo il dimenticato caso Rosa Vercesi del 1930.

Ci fu, quattro anni dopo l’uscita del libro, il caso di una ragazzina quindicenne, lucida, intelligente, Tania, che non vedeva «i confini tra reale e irreale» (così nel diario). Un giorno del luglio 1987 attirò in casa con un pretesto un bambino di nome Cristian, otto anni. In un raptus Tania lo inseguì piangente e lo uccise con sessanta coltellate. Fu in un paese del Bergamasco. Incontrai il suo avvocato a Treviglio. Avrei voluto incontrare Tania nel minorile di Milano, e l’avvocato se ne interessò. In una lettera il padre di lei mi pregò di desistere. (Scontò una pena mitissima e chissà dov’è ora). Soccorre il verso di Seferis: «Chi è che, dietro di noi, ci ordina di uccidere?». Non sono ammesse disobbedienze. L’Italia fa soffrire: come un’amante, diceva Schopenhauer.

Trascrivo da un taccuino, perché ci sia del nuovo, qualche nota di anni piú vicini (2006).

Vado in San Giovanni in Laterano alle esequie ufficiali del prete Andrea Santoro, assassinato da un ragazzo mussulmano islamista in Anatolia, dove era parroco da anni di una comunità di nove cristiani. Forse non sarebbero mai diventati dieci. Forse sarebbero calati a otto, sette… Ma l’occhio del fanatico già vedeva in quelle mani che benedicevano in altro modo una minaccia alla purezza, all’integrità della fede islamica. Il Papa ha commentato augurandosi che il suo sangue contribuisca al «dialogo tra le religioni». No, quel sangue griderà per un poco e poi sarà muto per sempre, e tu, Papa, lo vuoi far dialogare! E là, nell’enorme basilica rigonfia di Controriforma, glaciale, c’è il cardinal Ruini predicante. Lui e la sua omelia irradiano da un centinaio di teleschermi, oltre che da un altare non virtuale. I tecnici dal fondo della navata puntavano da un podio le telecamere sulla faccia miracolosa. Il cardinale annuncia che la Chiesa avvierà un processo di canonizzazione e dà la buona novella che la madre del povero martire, di 88 anni, ha già perdonato il caro assassino. Firmo il registro e me ne vado da quella adunata disumana, tra cori da Luna Park in volgare.

In piazza San Silvestro un fulano, alto, deciso, robusto (al cento per cento un imbecille) mi ferma severamente: «Ehi, ma cosa fai qui?». Replico che non ci siamo mai visti e che si sta sbagliando. Non molla. «Altroché visti! Non eri al Policlinico? Non sei Vincenzo?». «No». Finalmente abbassa il tono: «Mi scusi». (10 febbraio). In una cena ticinese, casa con molti libri, mi metto a sfogliare l’Ulisse joyciano nell’edizione Mondadori, cominciato molti anni fa e subito lasciato… Ma è illeggibilità pura, l’interminabile conato fottitorio di un impotente libidinoso cronico, tristemente in penuria di genio, un imbuto di bruttezza in cui finisce la grande epoca del romanzo. Ripongo il libro, amen. (3 marzo).

È morta a Roma Alida Valli. (22 aprile).

«GLI ITALIANI VIA DALL’ITALIA. L’ITALIA AGLI ETRUSCHI» (graffito nei cessi dell’Acquario di Genova). Gli Etruschi sono tutti nelle terrecotte degli ipogei. Lasciamoli venire e l’Italia respirerà di sollievo.

Che cosa potrà venirne fuori? Non ne avevo idea. Una specie di scommessa, una puntata sul rosso dell’Editore, Giulio Einaudi in persona. Tanti e famosi i viaggi in Italia: aggiunsi al titolo inevitabile quell’indeterminatezza, «uno fra tanti», che lo avrebbe distinto. In origine non lo era, né voleva esserlo: il tempo ne ha fatto un racconto in vaga forma di giornale, e con questo mantello di eremita del tarocco andrà in giro, ormai. Racconto-verità, come già precisava la prefazione di allora: racconto di uno che narra tra confini stretti, che manca di stoffa, qualcosa della mia vita e del mio viaggiare raramente cambiando luoghi, appena, so dire. Satirica è la mia musa, alchemica talvolta; per lo più ho scritto in versi, mosso dei fili. Mi morde l’inesatto, quando mi cuciono addosso una scheda.

«Fui giovane e ora vecchio», mi ripete infallibile il salmo 37. Ero sul crinale, un po’ oltre i cinquanta, punto in cui oggigiorno si è obbligati a simulare una giovinezza partita ma persistente, sogghignandone il re David e Montaigne. E volevo che il mio viaggio cominciasse da Tolosa, dalla cattedrale della Dorata dove quell’altro Guido si era – o era stato – misteriosamente fermato, invece di proseguire a piedi per Compostela. Tuttora penso che l’Italia vera, l’Italia pneumatica e abscondita, cominci di là, dai castelli e dalle passioni catare e trovadoriche, in lunga spola segreta con la Toscana, spiritualmente molto piú provenzale che etrusca. Restò antefatto che ogni tanto riaffiora, che non rinnego. Quel che è interiore, esoterico, celato, in Italia, essendo inviolabile e di lunga vita, resta pensabile senza sofferenza, è cosa in sé. Quel che ne appare, invece, è sotto la mannaia di una temporalità in accelerazione che mira a non lasciarne niente. Una turpitudine del linguaggio dei bruti è dire «Azienda Italia». Per i bruti l’Italia è soltanto questo: un’azienda che impiega manodopera, un PIL; e hanno ragione, nel pensare comune Italia è già questo, un pianeta morto dove si fanno e si trasmutano in energie di male i soldi, dove abbondano gli assassini, e il pensiero è fatto dalle statistiche e si sono aperte le porte al culto di un Dio nemico.

(Non c’è un Tacito per deplorarlo). Se il luogo, se questo maqóm Italia non avesse radici e senso sacrali, interiori e trascendenti, questa perdita di sacralità sarebbe un fatto del tutto privo di senso, non avrebbe che l’irrealtà dello storicizzabile, della penuria d’anima in cui è tracciata la via verso «la polverosa morte». Invece, dice il viaggiatore ostinato dopo aver visto, contiene un messaggio da decifrare, un sogno che attende un Daniele incatenato. Come dice quel rabbino cassidico di Buber: il castello brucia, ma c’è un padrone. Credo mi siano stati concessi, allora, dei giorni che valeva la pena di vivere. Vissuto bene il viaggio contiene sempre qualcosa di oscuro, di non sondabile, e che non va fatto del tutto scoprire attraverso una pur veridica testimonianza. Fu certamente, nella bisettrice allargata del mestiere fondamentale di scrivere, una sortita liberatrice. In questo restavo nella tradizione dei viaggiatori celebri del XIX secolo: «Au fond de l’Inconnu pour trouver du nouveau».

Maggio 2004.

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