The Amazonian Travels of
Richard Evans Schultes
C’è stato un tempo in cui un botanico poteva salire su una canoa, sparire per dodici anni e tornare con oltre 24.000 piante e un’idea nuova di cosa sia la conoscenza.
Nel dicembre 1941 Richard Evans Schultes è poco più che venticinquenne, ha il dottorato di Harvard appena in tasca, una borsa di studio e un biglietto per la Colombia. Il compito, sulla carta, è modesto: studiare i veleni da freccia dei popoli dell’Amazzonia. Nessuno gli spiega bene a cosa va incontro, e probabilmente è meglio così. Era nato a Boston nel 1915 e l’abitudine di andare a vedere di persona ce l’aveva già: la tesi sul peyote dei Kiowa in Oklahoma, e in Messico un contributo a capire quali fossero i funghi sacri degli Aztechi.
A dire il vero, tutto comincia a letto. Da bambino Schultes è costretto a casa da un grave disturbo allo stomaco, e suo padre gli porta dalla biblioteca pubblica Notes of a Botanist on the Amazon and the Andes, del botanico inglese dell’Ottocento Richard Spruce. Bastano i suoi racconti di esplorazioni, scoperte e culture indigene a incantare il bambino: Spruce diventerà il suo eroe personale. Nell’autunno del 1933 entra a Harvard con una borsa di studio completa, con l’idea di studiare medicina. Intanto trova un lavoro al Botanical Museum, dove archivia carte per trentacinque centesimi all’ora, e le collezioni del museo lo incuriosiscono al punto da iscriversi a Biology 104, “Plants and Human Affairs”. Il corso lo tiene Oakes Ames, esperto di orchidee e direttore del museo, e spazia dalla storia del vino alla venerazione di piante sacre come i funghi. È il primo incontro di Schultes con l’etnobotanica, lo studio delle conoscenze e dei costumi di un popolo sulle piante e sui loro usi. Addio medicina, o quasi.
Preso il dottorato, Schultes ha davanti due strade: un posto da insegnante di biologia in una scuola privata del New England, oppure una borsa di dieci mesi del National Research Council per andare in Amazzonia a identificare le piante dei vari tipi di curaro usati dagli indigeni per cacciare. Sceglie l’Amazzonia, e anni dopo scriverà, con una certa ironia, che altrimenti sarebbe forse ancora lì a insegnare biologia. Dieci mesi sulla carta, circa dodici anni nei fatti. Ha anche un obiettivo tutto suo: capire a quale pianta corrisponda lo yoco, un mitico stimolante usato dalle tribù locali e citato in vari resoconti storici. Per riuscirci gli serve un esemplare maturo, con frutti e fiori, così da permettere un’identificazione scientifica precisa. Lungo la strada incontra sciamani di grande sapere, che gli aprono un mondo di piante sacre, capaci di alterare la mente.
In Amazzonia ci resta circa dodici anni, tra il Vaupés, il Putumayo e il rio Apaporis, muovendosi in canoa e a piedi, spesso con guide indigene, ospite delle comunità che incontra. Nessun romanticismo da copertina: era uno scienziato e faceva quello che fanno gli scienziati, solo con più zanzare. Taccuino, pressa per le piante, un numero per ogni esemplare. Quando la guerra taglia le forniture di gomma asiatica, gli Stati Uniti gli chiedono di cercare Hevea selvatici, e lui lo fa, senza smettere di occuparsi di ciò che gli interessava davvero.
La zona è il nordovest amazzonico, rimasto a lungo sconosciuto al mondo esterno: le Ande a ovest, giungle fitte e rapide impraticabili su tutti gli altri lati. Schultes vive tra tribù poco studiate, mappa fiumi mai cartografati ed è il primo scienziato a esplorare alcune aree, rimaste da allora senza altre ricerche. Oltre a raccogliere più di 24.000 piante, tra cui circa 300 specie nuove per la scienza, scrive, classifica e fotografa. I suoi appunti e le sue immagini sono tra le poche testimonianze di culture indigene in una regione sul punto di cambiare.
Leggendo l’indice della mappa, il viaggio sembra un romanzo d’avventura a capitoli. Si parte dalla valle del Sibundoy, tra i páramos andini e i popoli Inga e Kamentsá, dove Schultes studia il borrachero (Brugmansia), l'”albero dell’aquila malvagia”, ricco di alcaloidi come la scopolamina, ancora usata in medicina contro la nausea da movimento. Poi si scende dalle Ande verso la terra dei Kofán, tra curaro e ayahuasca, e lungo il Putumayo fino ai Murui-Muinaɨ, con la coca e la ricerca dello yoco, una liana usata come bevanda stimolante. In mezzo c’è la missione sulla gomma in Colombia, Perù e Brasile; più avanti arrivano le montagne di Chiribiquete e il poco noto rio Apaporis, che Schultes contribuisce a mappare, e infine il Mirití Paraná, con gli Yukuna e la loro “danza degli spiriti”.
Tra le specie nuove per la scienza ce n’è una che porta il suo nome. Nel páramo di Tambillo, Schultes nota una varietà particolare di Espeletia, strana parente del girasole che dà al paesaggio un aspetto da altro pianeta. In spagnolo si chiama frailejón, perché nella nebbia la sagoma ricorda un frate (fraile) avvolto nel saio. Quella che raccoglie è nuova per la botanica e sarà battezzata Espeletia schultesiana. Ha un tronco spesso, foglie coperte di peluria che da morte restano appese a fare da isolante, e il talento di catturare il vapore delle nuvole e passarlo al suolo, che nel páramo trattiene l’acqua come una torbiera. Il tipo di pianta che un botanico non dimentica, e che con un po’ di fortuna gli dà anche un omonimo in latino.
Una precisazione da narratore disincantato: Schultes non “scoprì” quelle piante come un navigatore pianta una bandiera. I popoli del luogo le conoscevano da secoli. Il suo merito fu documentarle, descriverle alla scienza, raccogliere anche specie nuove per la botanica e far capire al resto del mondo quanto sapere ci fosse dietro ogni foglia. Una biblioteca che andava salvata prima che le pagine cominciassero a sparire.
Alcune delle piante che studiò hanno poi trovato la strada della medicina o della ricerca farmacologica:
• il curaro (da liane come Chondrodendron tomentosum e specie di Strychnos): nato come veleno da caccia, ha dato origine ai miorilassanti usati in anestesia;
• la coca (Erythroxylum coca): la cocaina è stata il primo anestetico locale della storia, mentre Schultes ne studiò la pianta nel suo contesto culturale, ben lontano da quello che immaginiamo noi;
• la liana dell’ayahuasca (Banisteriopsis caapi): contiene alcaloidi come l’armina, oggi oggetto di studi neurologici e psichiatrici;
• i funghi del genere Psilocybe, i teonanácatl degli Aztechi: la psilocibina è oggi al centro di ricerche cliniche, per esempio sulla depressione, anche se non è una terapia consolidata.
Tornato a Harvard, Schultes diventa direttore del Botanical Museum e forma una generazione di studiosi, tra cui Wade Davis e Mark Plotkin. Scrive libri che sono ancora una porta d’ingresso al tema, come Plants of the Gods (con Albert Hofmann, il chimico dell’LSD) e The Healing Forest (con Robert Raffauf). Muore nel 2001, e la sua eredità continua nell’Amazon Conservation Team, che ospita la mappa interattiva The Amazonian Travels of Richard Evans Schultes (amazonteam.org), utile per seguire i suoi spostamenti.