L'INTELLIGENZA DEI FIORI

MAURICE MAETERLINCK

I PROFUMI

Dopo aver a lungo parlato dell’intelligenza dei fiori, mi sembra naturale spendere qualche parola anche sulla loro anima, cioè il loro profumo. Sfortunatamente, come per l’anima dell’uomo — profumo di un’altra sfera in cui si bagna la ragione — qui varchiamo immediatamente la soglia dell’inconoscibile. Ignoriamo quasi del tutto l’intenzione di questa ventata d’aria di festa e di magnifica invisibilità che le corolle spargono attorno a sé. Vi sono forti dubbi che serva soprattutto ad attirare gli insetti.

Infatti, in primo luogo, molti fiori, fra i più profumati, non ammettono la fecondazione incrociata, e dunque la visita dell’ape o della farfalla è loro indifferente quando non inopportuna. In secondo luogo, ciò che richiama gli insetti sono il polline e il nettare che, generalmente, non hanno odore percepibile. Inoltre, vediamo gli insetti trascurare del tutto i fiori dal profumo più delizioso, come la Rosa e il Garofano, per assieparsi attorno a quelli il cui aroma è pressoché nullo, come l’Acero o il Nocciolo. Confessiamo dunque che ancora non sappiamo a cosa i profumi sono utili al fiore, così come ignoriamo perché noi stessi li percepiamo.

L’olfatto è in effetti il più inesplicabile dei nostri sensi. È evidente che la vista, l’udito, il tatto e il gusto sono indispensabili alla nostra vita animale. Soltanto una lunga educazione ci insegna a godere in modo disinteressato le forme, i colori e i suoni. Del resto, il nostro olfatto esercita anche importanti funzioni utili. È il guardiano dell’aria che respiriamo, è l’igienista e il chimico che veglia con cura sulla qualità dei cibi che ci vengono offerti, dato che ogni esalazione sgradevole nasconde la presenza di germi sospetti o pericolosi? Ma, accanto a questa missione pratica, ce n’è un’altra che apparentemente non risponde a niente. I profumi sono del tutto inutili per la nostra vita fisica. Se troppo violenti o insistenti, possono perfino diventare nocivi. Ciò nonostante, possediamo una facoltà per cui ce ne rallegriamo e ne apprendiamo la presenza come una buona novella, con altrettanto entusiasmo e altrettanta convinzione che se si trattasse della scoperta di un frutto o di una bevanda deliziosa. Questa inutilità merita la nostra attenzione. Nasconde sicuramente un bel segreto. Si tratta in effetti dell’unico caso in cui la natura ci procura un piacere gratuito, una soddisfazione che non è il semplice abbellimento di qualche trappola della necessità.

L’olfatto è l’unico senso di lusso che la natura ci abbia concesso, tanto sembra pressoché estraneo al nostro corpo, non strettamente attinente al nostro organismo.

È un apparato che si sviluppa o che si atrofizza, una facoltà che si addormenta o si risveglia? Tutto ci porta a credere che si sia evoluto di pari passo con la nostra civilizzazione. Gli antichi non si occupavano dei buoni odori se non di quelli più brutali, pesanti, solidi, per così dire, come il muschio, il benzoino, la mirra, l’incenso, ecc.; l’aroma dei fiori è menzionato nei poemi greci e latini e nei testi ebraici in casi rarissimi. Viene forse in mente, oggi, ai nostri contadini, anche nei loro momenti di svago, di mettersi ad annusare una Viola o una Rosa? E non è invece questo il primo gesto dell’abitante di una grande città quando scopre un fiore? Vi è dunque qualche motivo per credere che l’olfatto sia l’ultimo dei nostri sensi, l’unico forse che non sia «in via di regressione», come affermano lapidariamente i biologi. Vi è una ragione che ci spinge ad affezionarci all’olfatto, a studiarlo e a coltivare le sue possibilità: chi può dire quali sorprese ci riserverebbe se eguagliasse, per esempio, la perfezione dell’occhio, come nel cane, che vede tanto con il naso quanto con gli occhi?

È dunque un mondo inesplorato. Il misterioso senso che, di primo acchito, sembrava quasi estraneo al nostro organismo, a ben vedere è forse quello che lo penetra più nel profondo. Non siamo noi innanzi tutto esseri aerei? L’aria non è forse l’elemento che ci è assolutamente e urgentemente indispensabile, e l’olfatto non è appunto l’unico senso che ne percepisce qualche porzione? I profumi, gioielli di quest’aria che ci tiene in vita, non la ornano senza motivo. Non ci sarebbe da sorprendersi se questo lusso incompreso rispondesse a qualcosa di molto profondo ed essenziale, qualcosa, come abbiamo visto, che non c’è ancora, piuttosto che qualcosa che non c’è più. È possibilissimo che questo senso, l’unico rivolto verso l’avvenire, sia in grado di afferrare le manifestazioni più sorprendenti di una forma o di uno stato felice e salutare della materia che ci riserva parecchie sorprese.

Nel frattempo, l’olfatto è ancora fermo alle percezioni più violente, le meno rarefatte; sospetta appena, aiutandosi con l’immaginazione, i profondi e armoniosi effluvi che avvolgono con ogni probabilità i grandi spettacoli dell’atmosfera e della luce. Come siamo sul punto di cogliere quelli della pioggia e del crepuscolo, perché non dovremmo giungere a distinguere e fissare il profumo della neve, del ghiaccio, della rugiada, dell’alba, dello scintillio delle stelle? Tutto deve sicuramente avere un suo profumo, ancora inconcepibile, nello spazio, anche un raggio di luna, una nuvola fluttuante, un sorriso dell’azzurro…

Il caso o, meglio, la scelta del destino mi ha riportato in questo periodo nei luoghi nei quali nascono e si elaborano quasi tutti i profumi d’Europa. In effetti, come tutti sanno, in quella luminosa striscia di terra che va da Cannes a Nizza, le ultime colline e vallate di fiori vivaci e autentici sostengono una lotta eroica contro i rozzi odori chimici provenienti dalla Germania, che stanno agli odori naturali come gli alberi e le praterie della vera campagna stanno agli alberi e alle praterie dipinti sugli scenari di cartone di un palcoscenico.

Qui il lavoro del contadino è regolato sulla base di un calendario esclusivamente floreale, nel quale dominano, in maggio e giugno, due adorabili regine, la Rosa e il Gelsomino. Accanto a queste regine, una del colore dell’aurora, l’altra vestita di stelle bianche, sfilano, da gennaio a dicembre, le innumerevoli e vivaci Viole, le tumultuose Giunchiglie, gli ingenui Narcisi con l’occhio stupito, i Papaveri, carichi di preziose spezie, l’imperioso Geranio, il Fiore d’arancio, tirannicamente virginale, la Lavanda, la Ginestra di Spagna, la troppo potente Tuberosa e la Cassia, una specie di Acacia che porta un fiore simile a un bruco arancione.

Di primo acchito, è abbastanza sconcertante vedere degli zoticoni grossi e goffi, che in qualsiasi altro posto la dura necessità distoglie dai sorrisi della vita, prendere i fiori così seriamente, maneggiare con tanta attenzione questi fragili ornamenti della terra, sbrigare lavori da ape o da principessa o piegarsi sotto il peso delle Viole o delle Giunchiglie. Ma l’impressione più straordinaria è quella di certe sere o certe mattine nella stagione delle Rose o del Gelsomino, quando si è portati a credere che l’atmosfera della terra stia cambiando all’improvviso, per far posto a quella di un pianeta infinitamente felice, nel quale il profumo non è più, come quaggiù, sfuggente, impreciso e precario, ma stabile, vasto, pieno, permanente, generoso, consueto, inalienabile.

Più di una volta — o almeno così immagino — si sarà tracciato, parlando di Grasse e dei suoi dintorni, il quadro di questa industria quasi fiabesca che occupa tutta una città laboriosa, adagiata sul fianco di una montagna, come un alveare al sole. Si sarà sicuramente detto delle magnifiche carrettate di Rose rosa riversate sulla soglia delle fabbriche fumanti, delle vaste sale in cui le operaie addette alla selezione nuotano letteralmente tra le onde di petali, dell’arrivo meno ingombrante e più prezioso delle Viole, delle Tuberose, della Cassia, del Gelsomino nei larghi canestri che i contadini portano nobilmente sulla testa. Saranno stati descritti i vari procedimenti mediante i quali si strappano ai fiori, a seconda del loro carattere, i meravigliosi segreti del loro cuore per conservarli nel cristallo. Si sa che alcuni di loro, le Rose per esempio, essendo condiscendenti e pieni di buona volontà, concedono il loro profumo di buon grado. Li si accatasta in enormi caldaie, alte quanto quelle delle locomotive, in cui passa il vapore acqueo. Poco a poco il loro olio essenziale, più costoso delle perle, stilla goccia a goccia in un tubo di vetro stretto come una piuma d’oca, in fondo a un alambicco simile a un mostro che stia dolorosamente partorendo una lacrima d’ambra.

Ma, a differenza della Rosa, la maggior parte dei fiori non si lascia imprigionare l’anima così facilmente.

Non citerò le infinitamente varie torture che si infliggono loro per costringerli alla fine ad abbandonare il tesoro che nascondono disperatamente nel fondo della corolla. Sarà sufficiente, per dare un’idea dell’astuzia del carnefice e dell’ostinazione di alcune delle sue vittime, ricordare il supplizio dell’estrazione dell’olio essenziale a freddo che subiscono, prima di cedere, rompendo il silenzio, la Giunchiglia, la Reseda, la Tuberosa e il Gelsomino. Si noti, per inciso, che il profumo di Gelsomino è l’unico che non si possa imitare, l’unico che non si possa ottenere con una sapiente miscela di altri odori.

Dunque, uno strato di grasso spesso due dita viene steso su grandi lastre di vetro e poi ricoperto abbondantemente di fiori. In seguito a quali ipocrite manovre, a quali untuose promesse il grasso riesce a ottenere irrevocabili confidenze? Fatto sta che ben presto i fiori troppo fiduciosi non hanno più niente da perdere. Ogni mattina li si porta via, li si getta tra i rifiuti, e un nuovo tappeto di ingenui li rimpiazza nell’insidioso letto. Questi ultimi cedono a loro volta, patiscono la stessa sorte e molti, molti altri li seguiranno.

Solo dopo tre mesi, cioè dopo aver divorato novanta generazioni di fiori, l’avido e capzioso grasso, stufo di abbandoni e confessioni profumate, rifiuta di spogliare nuove vittime.

La Viola, invece, resiste alle insidie del grasso freddo: bisogna allora aggiungervi il supplizio del fuoco. Lo strutto viene dunque riscaldato a bagnomaria. In seguito a tale trattamento, il modesto, soave fiore dei sentieri primaverili perde poco a poco la forza che ne custodiva il segreto. Ed ecco che cede, si offre: il suo carnefice liquefatto, prima di essere sazio, assorbe una quantità di petali pari a quattro volte il suo peso, cosa che permette il prolungarsi dell’ignobile tortura durante tutta la stagione in cui le Viole fioriscono sotto gli ulivi.

Ma il dramma non finisce qui. Adesso si tratta di far restituire il maltolto all’avaro grasso che, freddo o caldo che sia, cerca di trattenere, con tutta la sua informe, evasiva energia, il tesoro che ha assorbito. E non è senza sforzo che si riesce in questa impresa. Il grasso viene tradito dalle sue basse passioni, che lo portano alla rovina. Gli si dà da bere dell’alcol, lo si inebria, e così finisce per mollare la presa. A questo punto, è l’alcol che detiene il mistero. E, appena ne prende possesso, anche lui pretende di non dividerlo con nessuno, di tenerlo solo per sé. È quindi il suo turno di essere attaccato: lo si riduce, lo si fa evaporare e condensare, ed ecco che, dopo tante avventure, la perla liquida, pura, essenziale, inesauribile, pressoché eterna, viene finalmente raccolta in un’ampolla di cristallo.

Non starò a elencare i procedimenti chimici d’estrazione: con l’etere di petrolio, il solfuro di carbonio, ecc.

I grandi profumieri di Grasse, fedeli alle tradizioni, ripugnano questi metodi artificiali e sostanzialmente sleali, che producono aromi acri e offendono l’anima del fiore.

Come le nostre scorciatoie amministrative stanno costruendo il deserto – e perché continuiamo a tagliare ciò che ci salva la vita

Alberi gli ultimi baluardi prima del deserto

Ogni volta che passa una perturbazione, le città italiane si riempiono di storie identiche: un albero cade, qualcuno potrebbe farsi male, partono le ordinanze di abbattimento “urgente”, gli assessori all’ambiente chiudono i ranghi con perizie catastrofiste, i cittadini sensibili protestano, e tutto finisce con un taglio che avrebbe potuto essere una potatura, una riduzione della chioma, un piano di monitoraggio. Poi un anno dopo piantano un albero nuovo, piccolissimo, con il supporto municipale e la foto di rito con il sindaco. Ventanni dopo, se tutto va bene, quel piccolo albero potrebbe diventare quello che abbiamo appena tagliato. Non è un ciclo di gestione naturale. È un circolo vizioso. E per capirlo, basta cambiare il nostro orizzonte temporale.

Il tempo degli amministratori contro il tempo della natura

Le scadenze amministrative hanno una logica ben precisa. Nel breve termine, da zero a quattro anni, conta una sola cosa: evitare rischi legali. Tagliare l’albero è il modo più semplice e veloce per farlo. Nel medio termine, dai quattro agli otto anni, la priorità cambia: vincere le elezioni. Piantare nuovi alberi fa bella figura nei comunicati stampa, attira i voti dei cittadini attenti al verde. Nel lungo termine, dai venti ai cento anni, nessuno ne parla. Nessuno se ne responsabilizza.

Un albero maturo – che sia un pino, una quercia o un platano – è un’infrastruttura vivente che ha impiegato 60, 80, 100 anni per diventare ciò che è. Non è replicabile in una stagione elettorale. Non risponde ai tempi della politica, ma ai tempi della biologia. E qui arriviamo al vero problema: non stiamo valutando il costo-beneficio, ma solo il costo di una potenziale causa legale. È una riduzione del problema che abbiamo pagato molto caro.

The Plant Messiah

Adventures in Search of the World’s Rarest Species
By Carlos Magdalena

Carlos Magdalena è un uomo in missione: salvare le piante più a rischio di estinzione del mondo. In The Plant Messiah, Magdalena accompagna i lettori dalle foreste del Perù fino all’interno dell’outback australiano alla ricerca delle specie rare e vulnerabili. Tornato in laboratorio—ai Royal Botanic Gardens di Kew, sede della più grande collezione botanica del mondo—assistiamo allo sviluppo di tecniche innovative e inaspettate per salvare le specie dall’estinzione, favorendone la propagazione e la rinascita. Appassionante e coinvolgente, The Plant Messiah è un tributo alla diversità della vita sul nostro pianeta e all’importanza di preservarla.

ISBN9780525436669

Published onMar 19, 2019 | Published byAnchor | Pages 288 | Dimensions5-3/16 x 8

Adattamento e biodiversità costiera sull’isola di Iriomote, nel sud del Giappone

IL RESPIRO DELLE MANGROVIE

Sull’isola di Iriomote, nella fascia subtropicale di Okinawa, le mangrovie formano una soglia vivente tra fiume e mare, un paesaggio in cui la terra sembra ancora in fase di negoziazione con l’acqua. Le maree modellano il ritmo della foresta: quando si ritirano, rivelano un reticolo di radici arcuate che emergono dal fango come architetture organiche, superfici porose dove il sale si deposita in cristalli minuti e la luce si frantuma in riflessi metallici.

In questo ambiente anfibio la vegetazione non cresce contro le condizioni, ma insieme ad esse. Le foglie coriacee trattengono l’acqua dolce, i tessuti filtrano il sale, e i propaguli pendono dai rami come strumenti pronti a essere affidati alla corrente. L’intero sistema vegetale appare come un meframe di adattamenti: un modo di abitare l’instabilità trasformandola in struttura. Le radici, fitte e intrecciate, trattengono sedimenti e materia organica, costruendo lentamente suolo dove prima vi era soltanto moto.

La foresta di mangrovie svolge un ruolo silenzioso ma decisivo per le coste dell’arcipelago. Attenua l’energia delle onde, stabilizza i litorali e offre riparo a innumerevoli forme di vita nelle loro fasi più vulnerabili. Nei canali salmastri si sviluppano comunità biologiche che alimentano il mare aperto; ciò che qui cresce, filtra e si deposita sostiene cicli ecologici più ampi, ben oltre i confini dell’isola.

La percezione complessiva è quella di una cattedrale senza pietra, definita da ombre mobili e da un verde saturo che sembra assorbire il suono. L’aria umida porta un odore vegetale e minerale insieme, mentre la luce, riflessa dall’acqua bassa, trasforma il paesaggio in una trama di chiaroscuri. In queste foreste costiere del sud del Giappone, la bellezza non risiede soltanto nelle forme contorte o nei giochi di riflessi, ma nella funzione stessa del luogo: rendere abitabile il confine, convertire l’oscillazione delle maree in continuità di vita.

Michael Pollan

Una seconda natura

Traduzione di Isabella C. Blum
Dacché Nabucodonosor elevò i giardini pensili di Babilonia pur di lenire la nostalgia della sua sposa per le colline dell’infanzia, il giardino è sempre stato una seconda natura, foggiata dall’uomo in base alla sua cultura ed esperienza. Ma di questi tempi il giardino è anche un campo di battaglia ideologico ed etico fra l’«utopia suburbana» del prato sempre perfettamente curato e la ribellione antinomiana dei cultori della wilderness, discepoli di Thoreau. Per fortuna esiste un terzo partito – quello che fu, ad esempio, di Alexander Pope, che agli architetti del paesaggio suoi contemporanei consigliava semplicemente: «Consulta sempre il Genio del luogo». Pollan – che di Pope condivide l’ironia e il buonsenso, oltre che il piglio eclettico da filosofo, umorista, narratore e polemista – sa da quale parte schierarsi, e lo fa nel modo che più gli è congeniale: con questo volume, che riesce a essere al tempo stesso esilarante autobiografia, racconto di un’odissea intellettuale e brioso trattato di giardinaggio empirico-teorico.

La collana dei casi, 113
2016, pp. 309
isbn: 9788845930737

IL GIARDINO CHE CRESCE DA SÉ: BIODIVERSITÀ ED ESTETICA DEL DISORDINE

QUANDO IL DISORDINE DIVENTA BELLEZZA

Dal punto di vista botanico, la distinzione tra giardini ordinati e giardini “disordinati” è fondamentale. Un prato costantemente tagliato, con un’unica specie erbacea mantenuta a pochi centimetri d’altezza, offre poco spazio alla diversità: mancano i fiori, quindi mancano gli insetti impollinatori, e di conseguenza si riduce anche la presenza di uccelli e piccoli mammiferi. È un sistema monotono, ecologicamente povero.
Nei giardini lasciati crescere in modo più libero, al contrario, si sviluppa una trama vegetale varia: graminacee spontanee, composite dai fiori gialli e azzurri, leguminose che arricchiscono il suolo. Questo mosaico crea microhabitat in cui si insediano farfalle, api selvatiche, coleotteri, lucertole. Si genera così una rete trofica complessa, capace di sostenere una biodiversità sorprendente anche in ambito urbano.
Gli esempi di questo fenomeno non mancano su scala mondiale. In Amazzonia, dove la diversità vegetale è al massimo grado, le specie convivono in stretta prossimità e danno origine a ibridazioni spontanee, contribuendo a un flusso genetico che arricchisce continuamente la foresta. Certo, un giardino urbano non potrà mai replicare la potenza ecologica del bacino amazzonico, ma può rifletterne i principi: varietà, compresenza di specie, spazio lasciato all’evoluzione naturale.

PIA PERA

APPRENDISTA DI FELICITÀ

Una vita in giardino

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