Il giardino che cresce da sé: biodiversità ed estetica del disordine | Estetica del terzo paesaggio: quando il disordine diventa bellezza. Dal punto di vista botanico, la distinzione tra giardini ordinati e giardini “disordinati” è fondamentale. Un prato costantemente tagliato, con un’unica specie erbacea mantenuta a pochi centimetri d’altezza, offre poco spazio alla diversità: mancano i fiori, quindi mancano gli insetti impollinatori, e di conseguenza si riduce anche la presenza di uccelli e piccoli mammiferi. È un sistema monotono, ecologicamente povero.
Nei giardini lasciati crescere in modo più libero, al contrario, si sviluppa una trama vegetale varia: graminacee spontanee, composite dai fiori gialli e azzurri, leguminose che arricchiscono il suolo. Questo mosaico crea microhabitat in cui si insediano farfalle, api selvatiche, coleotteri, lucertole. Si genera così una rete trofica complessa, capace di sostenere una biodiversità sorprendente anche in ambito urbano.
Gli esempi di questo fenomeno non mancano su scala mondiale. In Amazzonia, dove la diversità vegetale è al massimo grado, le specie convivono in stretta prossimità e danno origine a ibridazioni spontanee, contribuendo a un flusso genetico che arricchisce continuamente la foresta. Certo, un giardino urbano non potrà mai replicare la potenza ecologica del bacino amazzonico, ma può rifletterne i principi: varietà, compresenza di specie, spazio lasciato all’evoluzione naturale.
Alcune esperienze di giardini urbani europei mostrano bene questa direzione. Penso ai prati fioriti seminati a Berlino o a Zurigo, dove margherite, fiordalisi e papaveri vengono lasciati convivere con graminacee ornamentali. Oppure alle iniziative di “rewilding urbano” in città come Londra, che hanno trasformato aree residuali in piccoli corridoi ecologici spontanei. In Italia, esperienze simili si stanno diffondendo, dai prati aridi della Pianura Padana valorizzati come habitat, fino ai giardini condominiali dove si lascia spazio a erbe selvatiche come tarassaco, salvia dei prati o fiordaliso.
Lo studio americano ci ricorda che non tutti hanno lo stesso rapporto con la natura: alcuni la amano nella sua esuberanza, altri la preferiscono addomesticata. Ma dal punto di vista ecologico, è chiaro che i giardini meno controllati svolgono un ruolo più efficace. La vera sfida per il futuro sarà forse trovare un equilibrio tra estetica e biodiversità, imparando ad accettare un po’ di “disordine” come segno di vitalità e ricchezza biologica.

Se la scienza conferma che i giardini più spontanei favoriscono la biodiversità, resta da affrontare la questione estetica: come conciliare il piacere visivo con un’apparente mancanza di ordine?
Il paesaggista e teorico francese Gilles Clément ha dedicato gran parte del suo lavoro proprio a questo nodo. Nei suoi scritti e progetti, a partire dal celebre Manifeste du Tiers Paysage (2004), Clément propone un’estetica nuova, che non nasce dal controllo totale della natura ma dalla sua osservazione e accoglienza.
Nel concetto di Giardino Planetario, Clément invita a considerare l’intero pianeta come un grande giardino di cui l’uomo è solo uno dei giardinieri, chiamato a custodire più che a dominare.
Con il Giardino in Movimento, suggerisce di lasciare alle piante la libertà di disseminarsi e adattarsi, accettando la trasformazione continua come valore estetico oltre che ecologico.
Nel Terzo Paesaggio, riconosce come spazi marginali – scarpate, terreni incolti, bordi stradali – diventino rifugi preziosi per la biodiversità, e dunque luoghi di un nuovo tipo di bellezza, non geometrica né addomesticata, ma vitale.
Da questa prospettiva, il cosiddetto “disordine” non è assenza di progetto, bensì un diverso modo di concepire la cura: un giardino non più statico e artificiale, ma dinamico, evolutivo, condiviso con le altre specie viventi.
Così, ciò che in un prato suburbano appare come erbacce, in realtà può essere interpretato come un disegno vivente in continua mutazione, un paesaggio che racconta processi ecologici e che restituisce la bellezza dell’imprevisto.
In questo senso, l’estetica del giardino del futuro – o del “terzo millennio”, per riprendere le parole di Clément – potrebbe basarsi non sulla perfezione del controllo, ma sull’armonia di equilibri spontanei, in cui la biodiversità diventa parte integrante dell’esperienza sensibile.
IL GIARDINO DELL'IRIS A FIRENZE

ITINERARI BOTANICI

Il Giardino dell’Iris si distende sotto l’alto muraglione del Piazzale Michelangelo, in una sintesi spaziale che affianca al David baricentrico del monumento all’arte e alla cultura lo straordinario monumento alla natura delle fioriture dell’iris, emblema per la città. Lo stemma di Firenze ha origini antichissime. Già raffigurato in un’urna funeraria del IV sec.a.C., si fa risalire al popolo etrusco di Fiesole, quel “colle lunato” che si dispiega a settentrione, cosi come le origini del nome floreale, dibattute fin dal medioevo, in latino Florentia o in volgare Fiorenza, “a similitudine dei fiori e dei gigli che abbondanti fiorivano intorno alla città”.

The Plant Messiah

Adventures in Search of the World’s Rarest Species
By Carlos Magdalena

Carlos Magdalena è un uomo in missione: salvare le piante più a rischio di estinzione del mondo. In The Plant Messiah, Magdalena accompagna i lettori dalle foreste del Perù fino all’interno dell’outback australiano alla ricerca delle specie rare e vulnerabili. Tornato in laboratorio—ai Royal Botanic Gardens di Kew, sede della più grande collezione botanica del mondo—assistiamo allo sviluppo di tecniche innovative e inaspettate per salvare le specie dall’estinzione, favorendone la propagazione e la rinascita. Appassionante e coinvolgente, The Plant Messiah è un tributo alla diversità della vita sul nostro pianeta e all’importanza di preservarla.

ISBN9780525436669

Published onMar 19, 2019 | Published byAnchor | Pages 288 | Dimensions5-3/16 x 8

Barthes di Roland Barthes

I TRE GIARDINI

«Questa casa era una vera meraviglia ecologica: non tanto grande, posta sul lato d’un giardino abbastanza vasto, sembrava un modellino in legno (tanto dolce era il grigio slavato delle sue persiane). Con la modestia d’uno chalet, ma piena di porte, di basse finestre, di scalinate laterali, come un castello da romanzo. Senza soluzione di continuità, il giardino conteneva tre spazi simbolicamente differenti (e oltrepassare il limite d’ogni spazio era un atto importante). Si attraversava il primo giardino per arrivare alla casa; era il giardino mondano, lungo cui si riaccompagnavano le signore bayonnesi, a piccoli passi, con grandi soste. Il secondo giardino, proprio davanti alla casa, era fatto di piccoli vialetti che giravano intorno a due aiuole verdi identiche; vi spuntavano rose, ortensie (fiore ingrato del sud-ovest), lunigiana, rabarbaro, erbe casalinghe in vecchie cassette, una grande magnolia i cui fiori bianchi arrivavano all’altezza della camera del primo piano; ed è là che, durante l’estate, impavide tra le zanzare, le signore e signorine B. si sedevano su sedie basse a fare dei complicati lavori a maglia. In fondo, il terzo giardino, a parte un piccolo orto con peschi e cespugli di lamponi, era indefinito, a volte incolto, a volte seminato con legumi ordinari; vi si andava raramente, e soltanto nel viale di mezzo». Il mondano, il casalingo, il selvaggio: non è la tripartizione stessa del desiderio sociale? Da questo giardino bayonnese, passo senza stupirmi agli spazi romanzeschi e utopici di Jules Verne e di Fourier.
(Questa casa oggi è scomparsa, distrutta dall’Immobiliare bayonnese.)

 

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J.A. Baker

Il falco pellegrino

Nel cielo sopra la campagna dell’Essex, nell’Inghilterra orientale, oltre i rami di querce e olmi, in alcune stagioni dell’anno si possono osservare dei puntini scendere come frecce dalle nubi per poi risalire, disegnare eleganti cerchi, scomparire e riapparire: sono i falchi pellegrini, gli uccelli più magnifici della zona. A inizio anni sessanta, se si fosse abbassato lo sguardo, si sarebbe però potuto notare un’altra sagoma altrettanto riconoscibile: quella di un uomo sulla trentina – capelli biondi, occhiali dalle lenti spesse – che, steso a terra o in piedi, con un paio di binocoli al collo prendeva appunti furiosamente. Quell’uomo si chiamava J.A. Baker e lo studio di quei puntini nel cielo è stata l’ossessione e il capolavoro della sua vita. 

Pubblicato per la prima volta nel 1967, Il falco pellegrino è un classico contemporaneo, che unisce uno stile letterario di rara intensità alla meticolosità del naturalista. Baker ha annotato per anni tutto ciò che riusciva a vedere, a capire e a esaminare dei pellegrini in lunghe sessioni di birdwatching, immergendosi nelle loro vite come fossero la sua: mentre analizza con perizia le azioni quotidiane degli uccelli – la caccia, le prede e i momenti di riposo – la sua scrittura ci conduce in un viaggio fuori da noi stessi, dove la distanza tra soggetto e oggetto sembra annullarsi e l’osservazione del falco diventa una via per esplorare la complessità della natura, il confine sottile tra vita e morte, tra istinto e coscienza. 

Ma, sembra dirci Il falco pellegrino, più stretta si fa la sovrapposizione, più si rivela in realtà la distanza tra uomo e rapace, tra chi uccide per sopravvivere e chi per crudeltà o noncuranza. È in questa consapevolezza che ci fa sprofondare l’opera unica e a suo modo inimitabile di J.A. Baker: lo sguardo di chi osserva la bellezza del volo è lo stesso di chi può arrestarlo per sempre.

Introduzione di Robert Macfarlane | Traduzione di Aimara Garlaschelli

J.A. Baker

J.A. Baker (Chelmsford, 1926-1987), originario dell’Essex, è stato uno scrittore e birdwatcher inglese. Il falco pellegrino, vincitore nel 1967 del Duff Cooper Prize, è considerato uno dei libri di letteratura naturalistica più belli di sempre.

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