C’è una radice che odora di luna. Almeno così credevano i popoli che per primi la dissotterrarono dalle pendici innevate dell’Himalaya, tremila metri sopra il livello del mare, là dove l’aria è già così rarefatta che ogni respiro sembra un privilegio. La chiamavano kustha in sanscrito, e intorno a quel nome avevano costruito una cosmologia intera: era caduta dal cielo con le lacrime della luna, era nata lì dove gli dèi avevano toccato la terra, e chi la portava con sé era protetto da ogni male visibile e invisibile.
La pianta si chiama Saussurea costus, o nella classificazione più recente Dolomiaea costus, ed è un cardo — parente lontano dei cardi che crescono nei campi mediterranei, ma vissuto sempre in verticale, tra le rocce grigie e i prati alpini del Kashmir, del Pakistan, dell’Himachal Pradesh. Alta fino a due metri, con foglie basali enormi e frastagliate, porta fiori quasi neri, di un violaceo così scuro da sembrare bruciati. Ma è la radice che conta. È lì, sotto terra, grossa e legnosa, che la pianta custodisce tutto: un profumo complesso, muschiato, terroso, con qualcosa di dolce che ricorda la violetta e qualcosa di caldo che ricorda il pepe. Un profumo che non si dimentica.
I rishi del Kashmir — i saggi mistici che nelle tradizioni indù vivevano sulle montagne in comunione con il divino — mangiavano questa radice. Non per fame, ma per raggiungere quella chiarezza che cercavano nel silenzio delle quote alte. L’Atharvaveda, uno dei quattro testi sacri più antichi della letteratura umana, la menziona in venti inni separati. Venti inni. Non è una nota a margine: è una presenza costante, quasi ossessiva, nel testo che più di ogni altro racconta il rapporto degli antichi indiani con le forze della natura e del soprannaturale. In quegli inni il kustha viene invocato come scudo contro il yakshma, quella malattia consumante che corrode il corpo come la ruggine corrode il ferro. Viene paragonato al soma — la bevanda degli dèi, di cui nessuno conosce con certezza la vera identità botanica — e all’Arundhati, l’erba della perfezione e della fedeltà coniugale che le spose indiane ancora oggi cercano nel cielo stellato come guida nei giorni del matrimonio. Portare una radice di kustha al collo significava portarsi dietro una protezione cosmica. Bruciarla nelle stanze dei neonati — come si faceva, come si fa ancora in alcuni villaggi delle valli himalayane — voleva dire riempire l’aria di un fumo capace di tenere lontani gli spiriti che si nutrono dell’innocenza.
Il Charaka Samhita, che è il testo fondante dell’Ayurveda e che fu messo per iscritto più o meno tra il IV secolo a.C. e il II d.C. raccogliendo una tradizione orale molto più antica, classifica il kustha tra le erbe rasayana, quelle capaci di ringiovanire il corpo e prolungare la vita. I medici ayurvedici la prescrivevano per la pelle — e non è un caso che il nome kustha in sanscrito sia anche la parola per “malattia della pelle”, quasi che la pianta e il suo dominio terapeutico fossero la stessa cosa. La prescrivevano per l’asma, per i dolori alle articolazioni, per le febbri ostinate, per la tosse che non cede. E la usavano come olio per massaggi, come polvere da ingerire con il miele, come decotto da bere nelle mattine fredde d’inverno.
Ma la storia del costus non rimase confinata tra le valli himalayane. Fu la strada — quella lunghissima rete di sentieri che noi chiamiamo Via della Seta ma che esisteva molto prima che qualcuno le desse un nome — a portarla nel resto del mondo. Le popolazioni della Valle dell’Indo la commerciavano già con l’Assiria e la Mesopotamia in epoca pre-classica. Nei testi cuneiformi assiri, decifrati dal botanico R. Campbell Thompson nel Novecento, compare un riferimento inequivocabile all’importazione di questa radice dall’India per curare l’itterizia. Era già allora una merce di lusso, trattata con la stessa cautela con cui si trattava l’ambra o la mirra.
L’Egitto la accolse in un modo tutto suo. Gli imbalsamatori del Nilo non cercavano soltanto sostanze conservative: cercavano profumi. Nella teologia egizia, l’odore del corpo del defunto aveva un peso metafisico. Un cadavere che emanava buon profumo era prossimo agli dèi, accettato da Anubi, destinato all’immortalità. Uno che odorava male era perduto. Così gli imbalsamatori costruivano, nel corso di settanta giorni di cerimonie e trattamenti, una sorta di capolavoro olfattivo: resine di pino e di larice, bitume del Mar Morto, cere d’api, oli di cedro, e ingredienti provenienti da lontanissimo — foreste pluviali del Sud-Est asiatico, altopiani dell’Himalaya. Tutto concorreva a costruire quel profumo che ancora oggi, a migliaia di anni di distanza, i ricercatori dell’Università di Lubiana riescono a percepire introducendo sottili strumenti tra le bende delle mummie del Museo del Cairo: qualcosa di legnoso, speziato, dolce. Qualcosa che non assomiglia alla morte.
Quando la radice arrivò nel Mediterraneo classico, trovò lettori attenti. Teofrasto di Eresos, il filosofo peripatetico che Aristotele indicò come suo erede intellettuale e che oggi viene ricordato come il padre della botanica, la citò esplicitamente come una delle piante più importanti nella produzione dei profumi greci. Dioscoride, il medico militare romano di origine greca che nel I secolo d.C. compilò il De Materia Medica — l’enciclopedia botanica che avrebbe guidato la medicina europea per quindici secoli — ne descrive tre varietà: il costus arabico, bianco e dal profumo delicato; quello indiano, nero e intenso; quello siriano, giallo e aspro. Le radici, scrive, servono per i disturbi di stomaco, per le ulcere, per l’epilessia, per i problemi di respirazione. Raccomanda di portarle con sé come amuleto profumato. Plinio il Vecchio, qualche anno dopo, aggiunge la sua notazione memorabile: la radice ha “un sapore bruciante e un profumo squisito”. I mercanti romani la vendevano a caro prezzo, e il fatto che Plinio ne registri il commercio nella Naturalis Historia — il grande inventario del mondo antico — dice tutto sulla sua importanza economica.
Nel mondo islamico medievale la pianta trovò un’altra vita. Nei testi di Ibn Sina, il medico e filosofo persiano che l’Occidente conobbe come Avicenna, il qust — questo il suo nome arabo — è descritto come rimedio per la pleurite, per i nervi affaticati, per la paralisi, per l’itterizia. Ma la sua reputazione andava oltre la medicina razionale: alcune tradizioni profetiche islamiche, i hadith, ne raccomandano l’uso come rimedio contro le malattie della gola e del petto, e questo ne fece nei secoli successivi una pianta quasi sacra nel mondo arabo, impiegata in miscele di incenso nelle moschee e nelle case, usata nelle cerimonie di purificazione. Ancora oggi nei mercati di Marrakech, del Cairo, di Damasco o di Sanaa si trovano pezzi di radice essiccata di qust al-hindi — il costus indiano — o qust al-bahri — il costus del mare — esposti accanto alle altre spezie, con un rispetto che porta con sé millenni di fiducia.
In Cina la pianta si chiama mu xiang — “legno aromatico” — ed è uno dei cinquanta rimedi fondamentali della Medicina Tradizionale Cinese, elencato già nello Shennong Bencao Jing, il Classico di Materia Medica attribuito alla figura leggendaria dell’Imperatore Divino dell’Agricoltura, testo la cui origine si perde nella preistoria della civiltà cinese. Lì la sua funzione principale è muovere il qi, l’energia vitale che scorre nel corpo lungo canali invisibili: quando il qi ristagna, compaiono dolori, nausea, malattie. Il mu xiang è considerato capace di rimettere in moto quello che si è fermato, di sbloccare quello che si è ingorgato, di restituire fluidità all’esistenza.
Quello che la scienza moderna ha trovato dentro quella radice spiega, almeno in parte, perché tante culture così diverse abbiano detto le stesse cose. I principali componenti bioattivi sono sesquiterpeni lattoni — in particolare il costunolide e il deidrocostus lattone — composti che nei laboratori contemporanei hanno dimostrato una potente capacità antinfiammatoria, inibendo gli stessi mediatori chimici che la farmacologia moderna usa come bersagli nei trattamenti per l’artrite e le malattie infiammatorie croniche. Studi su linee cellulari tumorali hanno mostrato che questi stessi composti inducono l’apoptosi — la morte programmata — nelle cellule di cancro al seno, al fegato, al colon, nelle leucemie. L’olio essenziale ha effetti antimicrobici su diversi patogeni umani. Gli estratti proteggono il fegato dai danni tossici. La muscolatura liscia bronchiale si rilassa in sua presenza — come da millenni sanno i medici ayurvedici che la prescrivono nell’asma.
C’è qualcosa di vertiginoso in tutto questo. Un saggio del Kashmir che tremila anni fa bruciava una radice odorosa nella stanza di un bambino malato stava, senza saperlo, diffondendo nell’aria composti antinfiammatori e antimicrobici. Un imbalsamatore egizio che usava quella stessa radice per profumare i morti stava, senza saperlo, contribuendo anche alla loro conservazione. Ibn Sina che la prescriveva per la pleurite stava seguendo un’intuizione che la biochimica avrebbe confermato due millenni dopo.
Eppure oggi questa pianta sta scomparendo. La raccolta selvaggia dalle valli del Kashmir, combinata con la distruzione progressiva degli habitat subalpini, l’ha portata sull’orlo dell’estinzione locale. L’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura la classifica come specie criticamente in pericolo. La CITES — la convenzione internazionale che regola il commercio delle specie a rischio — l’ha inserita nel suo Appendice I, il livello di protezione più alto, quello riservato a ciò che potrebbe non esserci più. India e Cina cercano di coltivarla, i botanici lavorano alla sua propagazione in laboratorio, e ci si augura che la domanda crescente di farmaci naturali non finisca per cancellare esattamente la pianta che quella domanda ha contribuito a creare.
Nel frattempo, sulle pendici dell’Himalaya nord-occidentale, a 3.000 metri di quota, i fiori quasi neri del costus sbocciano ancora ogni estate, come hanno fatto per millenni, molto prima che qualcuno imparasse a scriverne. La radice profuma ancora di luna, di muschio, di qualcosa di antico che è difficile nominare. Chi sa riconoscerla sa anche che lì, in quella forma modesta di cardo di montagna, è nascosta una delle storie più lunghe che la botanica conosca.