L’architettura bioclimatica è un approccio progettuale che utilizza le caratteristiche climatiche e ambientali del luogo per creare edifici confortevoli, efficienti energeticamente e a basso impatto ambientale, minimizzando il ricorso a impianti artificiali. Questo principio non è una novità dei tempi moderni: è stato sviluppato naturalmente e perfezionato nei secoli da civiltà che abitano climi estremi, in particolare nelle regioni aride del Medio Oriente e dell’Africa del Nord.
I principi fondamentali su cui si basa questa disciplina sono ben noti alla pratica costruttiva contemporanea: l’orientamento solare, che consente un posizionamento ottimale rispetto al sole per il riscaldamento naturale in inverno e la protezione in estate; la ventilazione naturale, che sfrutta le correnti d’aria per il raffreddamento passivo; l’inerzia termica, mediante l’uso di materiali ad elevata capacità termica per regolare le temperature; l’isolamento termico, che riduce le dispersioni di calore attraverso l’involucro edilizio; e infine l’illuminazione naturale, che massimizza la luce solare per ridurre i consumi elettrici.
Tuttavia, per comprendere veramente la profondità dell’architettura bioclimatica, dobbiamo rivolgere lo sguardo a quelle civiltà che hanno perfezionato questi insegnamenti non in laboratori costosi o studi di design prestigiosi, ma attraverso secoli di convivenza quotidiana con climi torridi e inospitali. L’architettura araba rappresenta la più antica e sofisticata applicazione dei principi bioclimatici mai sviluppata, creata specificamente per affrontare climi aridissimi dove il sole può diventare una minaccia mortale.
Nelle medine storiche del Medio Oriente e del Nord Africa, come Fes, Marrakech, Damasco e Il Cairo, le case arabe tradizionali incorporano strategie bioclimatiche di straordinaria raffinatezza, costruite con i materiali disponibili localmente e il sapere trasmesso di generazione in generazione. Il cortile interno, conosciuto come riad o atrium, non è semplicemente uno spazio architettonico, ma un sofisticato sistema di regolazione termica che mantiene temperature stabili attraverso l’evaporazione dell’acqua e la circolazione dell’aria. I muri massicci in pietra e adobe forniscono un’inerzia termica eccezionale, accumulando il calore durante il giorno e rilasciandolo lentamente durante la notte. Le aperture verso l’esterno sono consapevolmente minimizzate per ridurre l’ingresso del calore solare diretto, mentre le finestre affacciate sul cortile interno consentono una ventilazione controllata e intelligente. I mashrabiya, quei grigliati decorativi in legno che caratterizzano l’architettura araba, permettono una ventilazione e un’illuminazione controllate preservando al contempo la privacy degli abitanti.
Ancora più affascinante è il sistema delle torri del vento, conosciute come badgirs, sviluppato in Persia e diffuso in tutto il Medio Oriente, da Iran, Oman e Iraq agli Emirati Arabi Uniti. Queste strutture architettoniche iconiche hanno funzionato per millenni come sofisticati sistemi di raffreddamento naturale a costo praticamente nullo. Catturano i venti prevalenti e li convogliano verso l’interno degli edifici, dove attraversano sistemi di evaporazione che abbassano la temperatura dell’aria fino a 10-15 gradi centigradi. Negli Emirati Arabi Uniti, alcune torri del vento tradizionali ancora mantengono temperature interne completamente confortevoli senza alcun condizionamento artificiale, anche quando l’esterno raggiunge i 50 gradi Celsius. La Torre del Vento nella Vecchia Dubai rimane ancora funzionante ed è diventata oggetto di studio scientifico approfondito per gli ingegneri che cercano di replicarne i principi nei moderni sistemi di raffrescamento passivo, poiché rappresenta una tecnologia perfezionata senza investimenti di capitale moderni.
L’Africa, spesso assente dai dibattiti accademici sull’architettura sostenibile, possiede una ricca e antica tradizione di architettura adattata ai climi caldi e secchi che merita uguale riconoscimento. La costruzione in terra, realizzata con adobe e banco, rappresenta una soluzione costruttiva sviluppata nel corso dei secoli che racchiude principi bioclimatici completamente naturali e a costo accessibile anche alle comunità più povere. Le case Dogon del Mali sono strutture in terra cotta che mantengono un isolamento termico eccezionale grazie alla massa termica dei muri, permettendo una ventilazione naturale senza alcun consumo energetico. Le dimore tradizionali timbutine, inclusa la celebre Moschea di Djenné, utilizzano mattoni di fango crudo, il banco, che possiede la straordinaria capacità di mantenere temperature stabili anche quando le escursioni termiche giornaliere raggiungono i 30 gradi centigradi. Le case eritree ed etiopi, costruite verticalmente con aperture strategicamente controllate e cortili interni, seguono lo stesso principio di ridurre l’ingresso del calore solare diretto mentre garantiscono una circolazione d’aria naturale.
Oggi, questi insegnamenti vengono reinterpretati da architetti contemporanei che lavorano direttamente nelle comunità locali, risolvendo problemi concreti con soluzioni accessibili. Anna Heringer, architetta austriaca che ha deciso di dedicarsi alla costruzione sostenibile in Africa, ha rivoluzionato il modo di costruire con la terra compressa. La Ricebran Library in Uganda, da lei progettata, è un piccolo edificio scolastico costruito completamente con materiali locali e terra compressa, che fornisce illuminazione naturale ottimale, ventilazione passiva e comfort climatico senza alcun sistema meccanico. Questo progetto ha dimostrato a interi villaggi che architettura di qualità e efficienza energetica non richiedono grandi investimenti di capitale se si comprende il territorio.
Diébédo Francis Kéré, architetto burkinalabe di fama internazionale, ha vinto il prestigioso Pritzker Prize nel 2022 proprio per il suo impegno nel lavorare con le comunità locali, utilizzando esclusivamente materiali regionali e principi bioclimatici tradizionali africani. I suoi progetti sono scuole, biblioteche e centri comunitari realizzati nei villaggi del Burkina Faso con costi contenuti, dove la comunità stessa partecipa alla costruzione. Ogni progetto di Kéré rappresenta non solamente un edificio efficiente, ma un insegnamento: dimostra che le tecnologie sofisticate non sono necessarie quando si ascolta il territorio e si costruisce con intelligenza locale.
La Kilburn Primary School a Nairobi, in Kenya, è un edificio scolastico progettato da architetti locali che utilizza pareti in terra compressa locale, aperture controllate per ventilazione naturale, copertura con materiali riflettenti per ridurre il carico termico. La scuola riduce i consumi energetici del 70 per cento rispetto alle scuole convenzionali, fornisce ai bambini un ambiente di apprendimento salubre e dimostra ai genitori della comunità come costruire in modo sostenibile con risorse locali. La Nomadic School nel Senegal è una struttura scolastica completamente mobile e sostenibile progettata per le comunità nomadi del Sahel. Realizzata con materiali leggeri e costruzione bioclimatica, non richiede condizionamento e può essere montata e smontata dalle comunità stesse, dimostrando come l’architettura africana contemporanea possa unire mobilità, sostenibilità e praticità per popoli che vivono in costante movimento.
È stato Hassan Fathy, l’egiziano visionario del secolo scorso, a gettare le fondamenta teoriche per il riconoscimento dell’architettura bioclimatica africana e araba come una scienza sofisticata. Fathy ha progettato interi villaggi sostenibili, come Gourna, basati sulla recupero consapevole delle tecniche costruttive tradizionali egiziane, dimostrando che la modernità non doveva necessariamente significare il rifiuto delle saggezze ancestrali. I suoi villaggi erano abitati da comunità reali che vivevano in comfort senza impianti meccanici, una dimostrazione pratica che ha influenzato generazioni di architetti.
In parallelo, Kenneth Yeang ha sviluppato la categoria dei “bioclimatic skyscrapers”, ma è nel suo lavoro con piccoli edifici che ha realizzato i suoi insegnamenti più importanti. I suoi progetti di case residenziali in Malesia, costruite con materiali locali e orientate secondo i venti prevalenti, hanno dimostrato come le comunità urbane potessero vivere in armonia con il clima tropicale senza condizionamento centralizzato. Klaus Daniels, esperto tedesco di comfort climatico, ha sviluppato innovativi sistemi di controllo passivo che non richiedono elettronica complessa né manutenzione specializzata, rendendo il comfort climatico accessibile anche dove le infrastrutture tecnologiche sono limitate. Glenn Murcutt, maestro australiano della progettazione bioclimatica, ha mostrato come realizzare abitazioni in perfetto dialogo con l’ambiente locale, spesso ispirandosi ai principi che le popolazioni indigene hanno utilizzato per millenni.
I vantaggi dell’architettura bioclimatica applicata a progetti di piccola scala sono significativi e immediatamente percepibili dalle comunità. La riduzione dei consumi energetici raggiunge il 70-80 per cento in climi caldi e secchi, eliminando la necessità di infrastrutture energetiche costose e spesso inaccessibili. Si osserva un notevole miglioramento della qualità dell’aria interna e del benessere degli occupanti, con effetti positivi documentati sulla salute, la produttività scolastica e il riposo notturno. L’impatto ambientale è considerevolmente ridotto insieme alla carbon footprint complessiva dell’edificio, particolarmente importante in regioni dove ogni tonnellata di emissioni evitate ha un valore enorme. I costi di gestione operativa sono praticamente inesistenti, poiché non ci sono impianti da mantenere, una considerazione critica per comunità con budget limitati. Gli edifici costruiti secondo questi principi tendono a essere più salubri e più duraturi nel tempo, con manutenzione minima. Un aspetto di grande importanza è la preservazione dell’identità culturale attraverso l’integrazione con l’architettura e i materiali tradizionali locali, che rinforza il senso di appartenenza e di dignità culturale delle comunità. Inoltre, questi approcci favoriscono l’equità sociale poiché utilizzano tecnologie e materiali accessibili economicamente, particolarmente rilevante nei paesi in via di sviluppo dove l’energia centralizzata rimane un lusso inaccessibile per la maggior parte della popolazione.
La vera lezione che emerge da questa analisi è profonda: l’architettura bioclimatica non è un’invenzione moderna, ma il riconoscimento contemporaneo di principi sviluppati e perfezionati per secoli in ambienti estremi dalle comunità che li abitavano. Le civiltà arabe e africane hanno non solamente sopravvissuto ma hanno prosperate in alcuni dei climi più difficili del pianeta, creando edifici che rimanevano confortevoli senza alcuna forma di energia meccanica. La vera sostenibilità non nasce dai gadget tecnologici e dalle automazioni sofisticate, ma dalla profonda comprensione del contesto ambientale locale e dalla capacità di dialogare con esso anziché combatterlo.
Gli architetti contemporanei che lavorano nei progetti più significativi sono quelli che operano direttamente nelle comunità: Anna Heringer che insegna ai muratori ugandesi come costruire con terra compressa, Diébédo Francis Kéré che progetta con il popolo burkinalabe, i progettisti locali che creano scuole per bambini keniani e nomadi senegalesi. Questi professionisti stanno riscoprendo e reinterpretando le antiche saggezze, dimostrando che l’architettura del futuro deve guardare indietro agli insegnamenti del passato. L’architettura bioclimatica contemporanea, quando applicata a piccoli progetti con impatto sociale diretto, rappresenta un ponte essenziale tra la tradizione e l’innovazione, dove la conoscenza millenaria dei popoli che abitano terre aride si incontra con il pensiero critico moderno, creando edifici che sono contemporaneamente confortevoli, efficienti, accessibili e autenticamente radicati nel loro contesto culturale e ambientale. Questa sintesi non solo promette una minore pressione sul pianeta, ma rappresenta anche un ritorno a quella armonia tra costruzione umana e ambiente naturale che le società ancestrali avevano compreso profondamente, molto prima che la parola “sostenibilità” diventasse un concetto alla moda nei dibattiti contemporanei.
Sull’isola di Iriomote, nella fascia subtropicale di Okinawa, le mangrovie formano una soglia vivente tra fiume e mare, un paesaggio in cui la terra sembra ancora in fase di negoziazione con l’acqua. Le maree modellano il ritmo della foresta: quando si ritirano, rivelano un reticolo di radici arcuate che emergono dal fango come architetture organiche, superfici porose dove il sale si deposita in cristalli minuti e la luce si frantuma in riflessi metallici.
In questo ambiente anfibio la vegetazione non cresce contro le condizioni, ma insieme ad esse. Le foglie coriacee trattengono l’acqua dolce, i tessuti filtrano il sale, e i propaguli pendono dai rami come strumenti pronti a essere affidati alla corrente. L’intero sistema vegetale appare come un meframe di adattamenti: un modo di abitare l’instabilità trasformandola in struttura. Le radici, fitte e intrecciate, trattengono sedimenti e materia organica, costruendo lentamente suolo dove prima vi era soltanto moto.
La foresta di mangrovie svolge un ruolo silenzioso ma decisivo per le coste dell’arcipelago. Attenua l’energia delle onde, stabilizza i litorali e offre riparo a innumerevoli forme di vita nelle loro fasi più vulnerabili. Nei canali salmastri si sviluppano comunità biologiche che alimentano il mare aperto; ciò che qui cresce, filtra e si deposita sostiene cicli ecologici più ampi, ben oltre i confini dell’isola.
La percezione complessiva è quella di una cattedrale senza pietra, definita da ombre mobili e da un verde saturo che sembra assorbire il suono. L’aria umida porta un odore vegetale e minerale insieme, mentre la luce, riflessa dall’acqua bassa, trasforma il paesaggio in una trama di chiaroscuri. In queste foreste costiere del sud del Giappone, la bellezza non risiede soltanto nelle forme contorte o nei giochi di riflessi, ma nella funzione stessa del luogo: rendere abitabile il confine, convertire l’oscillazione delle maree in continuità di vita.
Note di un viaggio
Elias Canetti soggiornò per un certo periodo del 1954 a Marrakech. Il grande lavoro su Massa e potere era giunto a un momento di stasi e lo scrittore sentiva il bisogno di nuove voci, di voci incomprensibili, come quelle che lo avvolsero nella splendida città chiusa dalle sue mura. Vagando per i suk, per le strette vie, per i mercati e le piazze, fra cammelli, mendicanti, donne velate, cantastorie, farabutti, ciechi, commercianti, Canetti, con la sua stupefacente prensilità, capta forme e suoni: «Gli altri, la gente che ha sempre vissuto là e che non capivo, erano per me come me stesso». E il suo libro ha la perfezione e la compattezza dell’istantaneo.
gli Adelphi, 248
2004, 14ª ediz., pp. 126
isbn: 9788845918681
L’annesso al Fuji Kindergarten ospita aule di inglese e un’area d’attesa per l’autobus scolastico. Un imponente albero di zelkova, dalla forma contorta, domina il sito; la struttura è caratterizzata da uno spazio esterno che costituisce metà dell’edificio, ma la sua impronta non delimita chiaramente il confine tra interno ed esterno. “Ring Around a Tree” rappresenta un modesto contributo a uno spazio storicamente complesso. Circa cinquant’anni fa, il zelkova rischiò di perire quando fu abbattuto da un tifone. Non solo sopravvisse, ma l’albero crebbe tanto da impedire a due adulti di abbracciarne la base. Il tronco inclinato si presta perfettamente all’arrampicata, con la corteccia levigata dalle mani avventurose delle generazioni passate. In precedenza, sul sito sorgeva una casa sull’albero così piccola che solo i bambini potevano accedervi. Anatre vivevano alla base dell’albero, e nelle giornate di bel tempo si svolgevano lezioni all’ombra.
Ogni maggio, l’edificio è avvolto dal verde. Il piano di forma ovale segue la larga chioma del zelkova, facendo scomparire colonne e pavimento nelle ombre scintillanti. I rami esistenti hanno la precedenza e si spingono dentro l’edificio; gli adulti devono strisciare quando salgono le scale verso il tetto. Una classe senza arredi Mentre l’edificio principale è di forma ellittica e privo di un centro preciso, l’annesso presenta un chiaro punto focale. Il suo design originario si ispirò alla leggenda di Buddha che predicava sotto un tiglio, ma lo spazio non fu utilizzato esattamente come inizialmente concepito. Nonostante l’apertura delle aule di inglese, insegnanti e bambini preferiscono stringersi negli angoli e nelle nicchie tra le lastre del pavimento.
L’edificio alto cinque metri si sviluppa su sette livelli, con spazi liberi che variano da 600 mm a 1500 mm. Questa concezione è stata suggerita dal vicepreside della scuola, il quale desiderava “una classe senza mobili”. Quando mostrammo la struttura a nostro figlio e nostra figlia, essi toccarono il soffitto con le mani, sorridendo. Il preside, il signor Kato, sostenne che per i bambini il soffitto è come il cielo, irraggiungibile. Quando il cielo è abbassato al loro livello, essi si trovano nel mondo degli adulti giganti. In una giornata serena, potrai trovare bambini del kinder ridere stretti in spazi alti meno di 60 centimetri. Di solito, i soffitti superano l’altezza della testa, e le ringhiere assicurano le aree a rischio caduta. Qui, invece, il soffitto è più basso dell’altezza dei bambini, e molte scale sono prive di ringhiere. Prima di aprire la scuola ai bambini del kinder, portai i miei figli qui a giocare. Come ci aspettavamo, ci furono alcuni piccoli urti e graffi, ma nulla di grave. Tuttavia, non potevamo ignorare il pericolo quando i miei figli cominciarono ad arrampicarsi sulla ringhiera e sui rami dell’albero. Risolvemmo la questione legando corde in determinate zone. Per il preside, queste erano una misura di sicurezza; per noi, le corde catturano un aspetto positivo del design. Se avessimo priorità assoluta alla sicurezza, l’edificio non avrebbe assunto la forma attuale.
Nel cuore della City di Londra, il Conservatory del Barbican Centre è un unicum dove architettura brutalista e vegetazione esotica dialogano con naturalezza. Nato nei primi anni ’80 come parte integrante del complesso culturale, è oggi una grande serra-giardino che avvolge passerelle e pilastri in cemento con fronde lucide, liane e chiome tropicali. L’esperienza è verticale: si osservano chiome e palme dall’alto, si scende tra vasche d’acqua con carpe koi, si percorrono corridoi inondati di luce diffusa.
Il microclima temperato–umido consente la coltivazione di specie tropicali e subtropicali che a Londra, all’aperto, non sopravviverebbero. Il risultato è un paesaggio verde stratificato: felci arborescenti e ficus che accentuano l’altezza della serra, rampicanti che ammorbidiscono le geometrie, palme da sottobosco che colonizzano gli interstizi, collezioni di cactus e succulente in contrasto con gli ambienti ombrosi. Per chi ama la botanica, è un laboratorio di adattamento: substrati ben drenati per le xerofite, irrigazione e nebulizzazione per gli epifiti, gestione della luce filtrata e del ricambio d’aria per ridurre stress e patologie.