ITINERARI BOTANICI LONDRA Barbican Centre Conservatory © YURIYA MATSUMOTO

Un’oasi tropicale nascosta nel cuore del brutalismo londinese

Barbican Centre Conservatory

Nel cuore della City di Londra, il Conservatory del Barbican Centre è un unicum dove architettura brutalista e vegetazione esotica dialogano con naturalezza. Nato nei primi anni ’80 come parte integrante del complesso culturale, è oggi una grande serra-giardino che avvolge passerelle e pilastri in cemento con fronde lucide, liane e chiome tropicali. L’esperienza è verticale: si osservano chiome e palme dall’alto, si scende tra vasche d’acqua con carpe koi, si percorrono corridoi inondati di luce diffusa.

Il microclima temperato–umido consente la coltivazione di specie tropicali e subtropicali che a Londra, all’aperto, non sopravviverebbero. Il risultato è un paesaggio verde stratificato: felci arborescenti e ficus che accentuano l’altezza della serra, rampicanti che ammorbidiscono le geometrie, palme da sottobosco che colonizzano gli interstizi, collezioni di cactus e succulente in contrasto con gli ambienti ombrosi. Per chi ama la botanica, è un laboratorio di adattamento: substrati ben drenati per le xerofite, irrigazione e nebulizzazione per gli epifiti, gestione della luce filtrata e del ricambio d’aria per ridurre stress e patologie.

Specie botaniche (selezione esemplificativa)

La collezione varia nel tempo; di seguito alcuni generi e specie comunemente osservabili nel Conservatory.

  • Felci e affini: Dicksonia antarctica (felce arborea), Nephrolepis exaltata (felce di Boston), Asplenium nidus (nido d’uccello).
  • Araceae ed epifite: Monstera deliciosa, Philodendron hederaceum (sin. P. scandens), Epipremnum aureum, Syngonium spp.
  • Ficus e alberi da interno: Ficus elastica, Ficus benjamina (weeping fig).
  • Palme: Chamaedorea elegans, Howea forsteriana (kentia).
  • Rampicanti e fioriture: Bougainvillea spp., Passiflora spp.
  • Cactus e succulente (area dedicata): Cereus spp., Mammillaria spp., Opuntia spp., Euphorbia spp., Aloe spp., Haworthia spp., Dracaena trifasciata (sin. Sansevieria).
  • Piante acquatiche e igrofile: Nymphaea spp. (ninfee), Cyperus papyrus (papiro).
  • Orchidee: ibridi e specie tropicali in rotazione (Phalaenopsis e affini).

Consigli di visita

  • L’ingresso è gratuito ma con biglietto a data/ora: verifica date disponibili e prenota in anticipo.
  • Cerca i percorsi sopraelevati per osservare le chiome dall’alto; nelle ore centrali la luce è più intensa e valorizza le textures fogliari.
  • Dedica tempo alle aree “estreme”: da un lato piante d’ombra e ambienti umidi, dall’altro la sezione di cactus e succulente.

Informazioni pratiche

Come arrivare

  • Underground: stazioni più vicine Barbican (Circle, Hammersmith & City, Metropolitan) e Moorgate (Northern + linee sopra). Indicazioni ufficiali: Getting here – Barbican.
  • Autobus: linea 153 (fermata Silk Street, la più vicina); anche 4 e 56 fermano presso Barbican Station. Dettagli: Getting here.
  • A piedi dai tunnel/highwalks: segui le indicazioni per “Barbican Centre”; il Conservatory è al Livello 3 (Level 3). Percorso descritto qui: Map & Directions.
  • Pianifica con TfL: Journey Planner.
  • Mappa area (City of London): Barbican Estate Map (PDF).

NB. La presenza delle specie elencate può variare in base alla manutenzione e alla rotazione delle collezioni. Verifica sempre le date di apertura del Conservatory prima della visita.

Barthes di Roland Barthes

I TRE GIARDINI

«Questa casa era una vera meraviglia ecologica: non tanto grande, posta sul lato d’un giardino abbastanza vasto, sembrava un modellino in legno (tanto dolce era il grigio slavato delle sue persiane). Con la modestia d’uno chalet, ma piena di porte, di basse finestre, di scalinate laterali, come un castello da romanzo. Senza soluzione di continuità, il giardino conteneva tre spazi simbolicamente differenti (e oltrepassare il limite d’ogni spazio era un atto importante). Si attraversava il primo giardino per arrivare alla casa; era il giardino mondano, lungo cui si riaccompagnavano le signore bayonnesi, a piccoli passi, con grandi soste. Il secondo giardino, proprio davanti alla casa, era fatto di piccoli vialetti che giravano intorno a due aiuole verdi identiche; vi spuntavano rose, ortensie (fiore ingrato del sud-ovest), lunigiana, rabarbaro, erbe casalinghe in vecchie cassette, una grande magnolia i cui fiori bianchi arrivavano all’altezza della camera del primo piano; ed è là che, durante l’estate, impavide tra le zanzare, le signore e signorine B. si sedevano su sedie basse a fare dei complicati lavori a maglia. In fondo, il terzo giardino, a parte un piccolo orto con peschi e cespugli di lamponi, era indefinito, a volte incolto, a volte seminato con legumi ordinari; vi si andava raramente, e soltanto nel viale di mezzo». Il mondano, il casalingo, il selvaggio: non è la tripartizione stessa del desiderio sociale? Da questo giardino bayonnese, passo senza stupirmi agli spazi romanzeschi e utopici di Jules Verne e di Fourier.
(Questa casa oggi è scomparsa, distrutta dall’Immobiliare bayonnese.)

 

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Un gesto antico e universale che unisce mito, morte e memoria attraverso i riti delle civiltà del mondo.

DIRLO ALLE API

In tempi lontanissimi, ben prima che le parole venissero scritte su pergamena, l’uomo guardava le api con timore e meraviglia. In ogni angolo del mondo, dal bacino del Mediterraneo fino alle foreste amazzoniche, le api erano viste come creature sacre, messaggere degli dèi, spiriti dell’aria e della terra. Le loro danze, i loro canti, la geometria perfetta dei favi erano interpretati come segni del divino. Nella mitologia etrusca, che ci è giunta solo in frammenti e simboli, le api appaiono associate ai riti funerari e alla sopravvivenza dell’anima dopo la morte. Alcuni studiosi hanno letto nelle raffigurazioni delle tombe etrusche la presenza di esseri alati simili ad api, accompagnatori del defunto verso l’oltretomba, una sorta di guida sottile tra i mondi. Anche nel mondo greco le api erano collegate al mistero della morte e della rinascita. La sacerdotessa di Demetra era detta “Melissa”, cioè ape, e secondo il mito fu un’ape a nutrire il neonato Zeus con miele, nascosto in una grotta per sfuggire a Crono. Le api erano le nutrici degli dèi.

Nel culto orfico, che prometteva un aldilà di luce e consapevolezza, l’anima era spesso paragonata a un’ape: laboriosa, silenziosa, capace di raccogliere nettare dai fiori dell’esperienza. Morire, per questi iniziati, era come tornare all’alveare, al centro del cosmo. In questo contesto di credenze antiche, l’usanza di “dirlo alle api” dopo la morte di qualcuno appare come una naturale prosecuzione del pensiero simbolico: se le api erano anime, o almeno loro interlocutrici, bisognava renderle partecipi degli eventi umani. Dall’altra parte del mondo, presso i popoli aborigeni australiani, le api (in particolare quelle senza pungiglione) sono parte delle storie del Dreamtime, il tempo del sogno originario. In queste narrazioni sacre, le api non sono solo produttrici di miele, ma anche custodi di conoscenze ancestrali, segni viventi del legame tra la terra e i suoi abitanti. L’atto di raccogliere miele era spesso accompagnato da canti e rituali, per non disturbare l’equilibrio spirituale.

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