Tomitaro Makino Memorial Garden READ MORE KENROKU-EN GARDEN READ MORE TAKAYAMA JINYA READ MORE SHIRAMINE SHRINE | KOTOHIRA-GŪ READ MORE GARDEN NEZU MUSEUM READ MORE GIARDINI D'OCCIDENTE E D'ORIENTE READ MORE MOERENUMA PARK READ MORE HIGASHI HONGAN-JI GARDEN READ MORE TENRYŪ-JI GARDEN READ MORE RITSURIN KŌEN GARDEN READ MORE JOJAKKO-JI TEMPLE PRECINCTS READ MORE FUKUSHŪEN GARDEN NAHA READ MORE KŌRAKU-EN GARDEN READ MORE ARASHIYAMA BAMBOO GROVE READ MORE © ALESSIO GUARINO

IL BUSHIDO & IL GIARDINO ZEN C'è una connessione culturale e filosofica tra il giardino giapponese Zen e il Bushido, anche se non direttamente correlata. Entrambi riflettono gli aspetti più ampi della cultura giapponese, in particolare quelli legati al buddhismo Zen e alla filosofia che ha influenzato la società giapponese nel corso dei secoli. Il giardino giapponese Zen è spesso associato alla meditazione e al contemplare la natura. I giardini Zen sono progettati con cura per creare un'atmosfera di calma, armonia e semplicità. Elementi come rocce, sabbia, acqua e piante vengono utilizzati in modo strategico per stimolare la riflessione e la contemplazione. La ricerca di equilibrio, armonia e bellezza nella natura è un principio fondamentale sia nel giardino Zen che nel Bushido. Il Bushido, d'altra parte, è il codice etico dei samurai, e tra i suoi principi ci sono l'onore, la lealtà, la giustizia e la compassione. Questi principi, influenzati dalle tradizioni spirituali giapponesi, includono anche un profondo rispetto per la natura e la vita. I samurai erano spesso influenzati dalla filosofia Zen, che insegnava la meditazione e la consapevolezza nel momento presente. Entrambi, il giardino giapponese Zen e il Bushido, condividono un'apprezzamento per la natura, la bellezza, la semplicità e la ricerca di un equilibrio armonioso nella vita. Anche se non esiste una connessione diretta, entrambi sono espressioni della cultura giapponese che riflettono valori simili e la profonda connessione tra l'uomo e la natura. I luoghi della meditazione
Testo di Pietro Porcinai e Attilio Mordini

Giardini d'occidente e d'oriente

Secondo il mito la storia del Giappone ebbe inizio quando il ponte che univa il Cielo alla Terra fu distrutto e Gimmu Tennò divenne il primo degli imperatori terreni, dopo che per tanto tempo le divinità stesse del Cielo avevano governato, non senza guerra, il paese. Dovette da allora rimanere agli uomini un’insopprimibile nostalgia di quell’aereo ponte che era via al cielo, di quel cielo diventato isola inaccessibile. Forse l’anima del Giappone si chiuse in se stessa come il Giappone entro il suo mare, per essere poi capace di ritrovare nella vita della natura la presenza del paradiso. E da quella mitica nostalgia nacquero i giardini. Quando nel VI secolo d.C. il Buddhismo Zen, importato dalla Cina, si diffonde, non senza ostacoli, nel clima fortemente poetico dello Shintoismo, abbiamo già in atto gli elementi religiosi e psicologici essenziali alla fioritura dei giardini.

La religione shintoista, considerata la religione originaria e nazionale del Giappone, insegna a guardare alla natura come veicolo o espressione della divinità o, meglio, delle diverse divinità, siano esse quelle dei monti, delle sorgenti o quelle del vento o del fuoco. Lo Zen era, più che una teoria, un metodo di vita, era meditazione ed esercizio insieme, era il vivere la vita del Tutto entro e al di sopra della propria personalità che in Giappone si traduce e si realizza in termini quasi guerreschi di lotta, di eroico controllo, di rinuncia.

IL GIARDINO GIAPPONESE Per secoli i giardini giapponesi si sono sviluppati sotto l’influenza dei giardini cinesi, ma a partire dal Periodo Heian i progettisti di giardini giapponesi cominciarono a sviluppare i loro stili, basati su materiali della cultura giapponese. Durante il periodo Edo, dal XVII al XIX secolo, il giardino giapponese raggiunge il suo massimo livello e cristallizzò le sue forme in aspetti distinti, in particolare nello stile cosiddetto kaiyū shiki ( “stile passeggiata”) caratterizzato da una forte complessità compositivi e diffuso fra i giardini laici. Successivamente, a partire dalla fine del XIX secolo, i giardini giapponesi hanno iniziato a modellarsi fondendosi con le influenze occidentali. I giardini laici degli imperatori e nobili sono stati progettati per la ricreazione e il piacere estetico, mentre i giardini religiosi di templi buddhisti sono stati progettati per la contemplazione e la discussione filosofica, in particolare con riferimento al mappō; una terza categoria intermedia è costituita dai giardini delle case per la cerimonia del tè. La credenza popolare per cui i giardini giapponesi servano per la meditazione è errata, dato che le pratiche ascetiche buddhiste si svolgono sempre al chiuso in specifici edifici chiamati zendō e mai all’aperto. Caratteristiche La caratteristica basilare del giardino giapponese è la presenza costante e inderogabile di quattro elementi standard combinati fra loro: rocce, acqua, vegetazione antropizzata, “manutenzione delle piante”), manufatti paesaggistici, “elementi del paesaggio”). I quattro elementi sono stati fissati da un testo anonimo dell’XI secolo intitolato Sakuteiki, in cui si spiega come devono essere usati e giustapposti fra loro; le spiegazioni, benché spesso criptiche e ricche di regole e divieti, chiariscono che al giardino viene attribuito un doppio valore spaziale e umano, spesso instaurando un rapporto fra spazio e uomo di tipo esoterico. La principale discriminante fra i vari stili di giardini giapponesi è la presenza o meno del secondo dei quattro elementi, ovvero l’acqua. La difficoltà di approvvigionamento dell’acqua in alcune località ha infatti portato i realizzatori di giardini a optare per soluzioni che non la prevedessero affatto. Data però l’obbligatorietà della presenza dell’acqua sancita dal Sakuteiki, i realizzatori hanno studiato varie maniere creative per incorporarla metaforicamente, arrivando alla creazione dei karesansui, ovvero giardini secchi in cui la presenza dell’acqua è rappresentata da distese di ghiaia che mimano il mare o di rocce che mimano cascate o altro, attraverso la tecnica paesaggistica del mitate (“imitazione”). I karesansui non sono una categoria a parte di giardini, ma un metodo di allestimento che può riguardare l’intero giardino o solo parte di esso, e fin dalla loro creazione nel XIV secolo da parte del monaco buddhista Musō Soseki si sono diffusi sia nei giardini religiosi sia in quelli laici, sia in quelli di dimensioni più estese sia negli tsubo niwa , giardinetti ricavati nelle intercapedini fra un edificio e un altro. Una categoria intermedia di giardino religioso-laico è il roji , il giardino rustico che circonda interamente o in parte la chashitsu ( “casa da tè”) al cui interno si svolge la cerimonia del cha no yu. Questi giardini sono generalmente di dimensioni molto ridotte e sono caratterizzati da una precisa simbologia nell’uso dei quattro elementi poiché rappresentano una sorta di area di passaggio fra il mondo reale e quello simbolico all’interno della chashitsu. Nell’Antichità I primi giardini giapponesi furono quelli per il piacere degli imperatori giapponesi e dei nobili. Sono citati in diversi brevi passaggi del Nihongi, la prima cronaca della storia giapponese, pubblicato nel 720. Nella primavera dell’anno 74 riporta: «L’imperatore Keikō ha fatto mettere alcune carpe in uno stagno, felice di vederle al mattino e alla sera». L’anno successivo: «L’imperatore ha fatto mettere una barca a doppio scafo nello stagno di Ijishi a Ihare, e se ne andò a bordo con la sua concubina imperiale, e banchettarono sontuosamente insieme». Infine al 486 riporta «L’imperatore Kenzō andò in giardino e banchettò a bordo di una barca in un ruscello». Il giardino cinese ha avuto un’influenza molto forte sui primi giardini giapponesi. Nel 552 circa il buddismo è stato importato ufficialmente in Giappone, attraverso la Corea, dalla Cina. Tra il 600 e il 612, l’imperatore giapponese inviò quattro delegazioni alla corte della dinastia cinese Sui. Tra il 630 e l’838, la corte cinese ha inviato altre quindici delegazioni alla corte della dinastia Tang. Queste delegazioni, con più di cinquecento membri ciascuna, includevano tra l’altro diplomatici, studiosi, studenti, monaci buddisti e traduttori. Hanno così importato la scrittura cinese, oggetti d’arte e descrizioni dettagliate di giardini cinesi. Nel 612, l’imperatrice Suiko fece costruire un giardino costituito da una montagna artificiale, che rappresenta Shumi-Sen, o Monte Meru, ritenuto nella tradizione indù e buddhista il centro del mondo. Durante il regno della stessa imperatrice, uno dei suoi ministri, Soga No Umako, fece realizzare un giardino nel suo palazzo con un lago e numerose piccole isole, che rappresentano le isole dei famosi Otto Immortali delle leggende cinesi e della filosofia taoista. Il palazzo, quando divenne di proprietà degli imperatori giapponesi, venne chiamato “Il Palazzo delle Isole”, ed è stato menzionato più volte nella Man’yōshū, la “Collezione di Foglie Innumerevoli”, la più antica collezione conosciuta di poesia giapponese. In base alle limitate testimonianze letterarie ed archeologiche disponibili i giardini giapponesi dell’epoca furono versioni modeste dei giardini imperiali della dinastia Tang, con grandi laghi su cui si trovavano isole e montagne artificiali. Le coste degli stagni erano realizzate con rocce pesanti. Anche se questi giardini avevano alcuni simboli buddisti e taoisti, erano pensati come giardini di piacere e posti per feste e celebrazioni. ESTETICA E FILOSOFIA

Cha no yu

Tra le arti tradizionali giapponesi più emblematiche del pensiero zen, la cerimonia del tè — chanoyu o cha no yu — occupa un posto di rilievo. La sua forma definitiva si deve al monaco buddhista zen Sen no Rikyū, vissuto nel XVI secolo, che fu maestro del tè presso le corti di due tra i più importanti signori feudali del Giappone: Oda Nobunaga e, successivamente, Toyotomi Hideyoshi. Rikyū perfezionò e codificò una pratica nata nei secoli precedenti grazie all’opera di altri monaci zen, tra cui Murata Shukō e Takeno Jōō, ponendo le basi di quello che oggi conosciamo come wabi-cha — uno stile che esalta la semplicità, l’essenzialità e la bellezza imperfetta delle cose.

Lontana da ogni ostentazione, la cerimonia del tè secondo Rikyū è al tempo stesso rito estetico e pratica spirituale, fondata sui principi del rispetto, dell’armonia, della purezza e della tranquillità. A seconda delle scuole e delle tradizioni, chanoyu può assumere forme diverse, con stili e gesti che variano nei dettagli, ma che mantengono intatto il nucleo meditativo e relazionale che la caratterizza.

READ MORE

FEMKE BIJLSMA Per apprezzare un giardino tradizionale giapponese, è necessario prima comprendere la bellezza di una roccia. Come ogni pietra possiede un carattere ed espressione unici, la sua forma capricciosa e il muschio che vi cresce stimolano l'immaginazione e svelano la bellezza del modesto, del rustico, dell’imperfetto e persino del decaduto.

Tra tutti i giardini giapponesi, quelli zen sono i più rinomati. Principalmente situati a Kyoto e dintorni, centro buddista del Giappone e culla dei giardini zen, presentano molteplici stili e forme differenti ma condividono lo stesso scopo. Sono tutti strumenti, veicoli per la meditazione e la riflessione. Perciò tendono a essere molto più simbolici rispetto ad altri giardini. Rocce, alberi, stagno e pietre miliari possono sembrare naturali e disposti casualmente, ma sono stati scelti e posizionati con cura. Tuttavia, il giardiniere zen mira a coltivare come se non coltivasse, come se fosse parte integrante del giardino. In realtà, i giardini zen appaiono più assistiti che dominati dal giardiniere.

Si può passeggiare in un giardino zen, ma più spesso si è invitati semplicemente ad ammirarlo; i punti di vista sono curatamente orientati. Qui, nel tempio Daitokuji, il giardino è di quello che si chiama stile "piatto", apprezzato dall’interno dell’edificio, in questo caso il tempio. Non si dovrebbe assolutamente entrare nel giardino, se non con gli occhi. Seduti sulla veranda, si può osservare l’immagine perfettamente statica ma naturale del muschio, degli alberi e della foresta di bambù sullo sfondo, che cambia leggermente a seconda della luce, del tempo e della stagione. Questo ha un effetto calmante e meditativo, libera la mente dalle distrazioni e, nel migliore dei casi, stimola un’intuizione profonda. Secondo il buddismo zen, riscopriamo la nostra vera natura di Buddha perduta attraverso la ricerca di uno stato mentale libero dalle preoccupazioni materiali.

Il giardino giapponese è spesso considerato il corrispettivo estetico di quello “occidentale”, essendo organico contro artificiale. Questo è vero se paragonato a un giardino in stile rinascimentale francese, ma altri giardini occidentali condividono in realtà alcuni principi con i giardini giapponesi. Uno di questi è il concetto di paesaggio preso in prestito, applicato anche nei giardini rinascimentali fiorentini. I progettisti “prendevano in prestito” vedute esterne al giardino, come una montagna o il mare, trasformandole in parte integrante della composizione scenica. Un altro elemento familiare potrebbe essere la passeggiata panoramica, un percorso intorno al giardino che crea l’illusione di un viaggio esteso in uno spazio limitato e che, in questo caso, gira attorno a uno stagno. La stessa tecnica, seppur su scala molto più ampia, è stata usata nei giardini inglesi.

Ciò che distingue il giardino giapponese da quello occidentale non è tanto il suo aspetto organico o naturale quanto la sua astrazione simbolica e la capacità di imitare l’ampiezza di un vasto paesaggio in uno spazio molto limitato. Un esempio è l’uso della sabbia bianca con poche rocce per suggerire isole nel mare.

Ma il segreto del giardino zen risiede nel 侘寂 (wabi-sabi). Questa parola giapponese descrive una sensibilità estetica basata sull’apprezzamento della bellezza transitoria del mondo fisico. È anche la parola più difficile da tradurre e persino i giapponesi non sono del tutto certi del suo significato esatto. Come è tipico dello zen: non esiste verità, né perfezione nella forma, solo nella mente. 侘寂 (wabi-sabi). Con la sua attenzione alle delicate sfumature, agli oggetti, agli effetti e agli ambienti del mondo naturale, il wabi-sabi promuove un approccio alternativo all’apprezzamento non solo della bellezza ma della vita stessa. Un approccio che può fungere da trampolino di lancio o da ponte tra le insidie del mondo materiale e il richiamo di una vita di austerità e semplicità.
THE ZEN GARDEN
Tea ceremony room

Chashitsu

Il chashitsu è lo spazio architettonico tradizionalmente dedicato alla cerimonia del tè giapponese (chanoyu). Progettato per accogliere il maestro del tè e i suoi ospiti, questo ambiente è concepito non solo come luogo fisico, ma anche come spazio simbolico, in cui si realizza un’esperienza estetica e spirituale di profonda intensità. Oltre al termine chashitsu, vengono talvolta utilizzate espressioni come sukiya (letteralmente “dimora del gusto”) o kakoi (“recinto”), che sottolineano la natura raccolta e contemplativa di questi ambienti.

I chashitsu possono essere realizzati come edifici indipendenti immersi nella natura, spesso all’interno di giardini appositamente progettati, oppure integrati in strutture più ampie come residenze private o templi. Stilisticamente si distinguono due categorie principali: quelli in stile sōan (detto anche “stile paglia”), caratterizzati da un’estetica semplice, rustica e volutamente imperfetta, legata all’ideale wabi, e quelli in stile shoin, più formali e raffinati, derivati dall’architettura residenziale delle élite samuraiche.

All’interno del chashitsu, ogni elemento è disposto con cura per sostenere l’atmosfera di sobrietà e raccoglimento. Il cuore dello spazio è spesso il tokonoma, una nicchia decorativa dove viene esposto un kakemono (rotolo calligrafico o dipinto) e talvolta un semplice arrangiamento floreale (chabana), scelto in armonia con la stagione e lo spirito dell’incontro. Il focolare incassato nel pavimento, chiamato ro, viene utilizzato nei mesi freddi per riscaldare l’acqua per il tè, mentre nei mesi estivi si impiega un braciere portatile (furo).

L’arredamento è ridotto al minimo: tatami, porte scorrevoli (shōji) che filtrano la luce, e utensili per il tè — come il chawan (tazza), il chasen (frustino di bambù), il chashaku (cucchiaio per il tè), e la natsume (contenitore per il tè in polvere) — disposti secondo un ordine preciso e gestiti con gesti codificati. Ogni dettaglio, dal suono dell’acqua all’odore del tatami, concorre a creare un’esperienza di armonia tra interno ed esterno, tra gesto e silenzio.

JAPANESE GARDENS

Non è semplice determinare con esattezza l’origine di questo giardino. Secondo alcune fonti, la sua nascita può essere collegata alla costruzione del Canale Tatsumi nel 1632, ad opera di Maeda Toshitsune, terzo capo del clan Maeda, in carica dal 1605 al 1639. Questo canale fu successivamente inglobato, nel 1822, nel sinuoso corso d’acqua artificiale che attraversa il giardino. Altri invece attribuiscono l’origine del giardino al quinto daimyō del dominio di Kaga, Maeda Tsunanori (regno: 1645–1723). Nel 1676, egli fece erigere un padiglione chiamato Renchi-ochin (“Padiglione dello Stagno di Loto”) sulla collina prospiciente il Castello di Kanazawa, accompagnandolo con un giardino circostante, inizialmente denominato Renchi-tei, ovvero “Giardino dello Stagno di Loto”.

Purtroppo, un devastante incendio nel 1759 distrusse quasi completamente la struttura originaria, e oggi si conosce ben poco dell’aspetto e delle caratteristiche del Renchi-tei. Tuttavia, dai documenti conservati risalenti agli anni precedenti, sappiamo che il giardino era frequentato dalla nobiltà locale, che vi organizzava banchetti per ammirare la luna, osservare le foglie d’autunno e contemplare i cavalli, in un’atmosfera tipica dell’estetica e dello spirito dell’epoca Edo.

Una leggenda è legata alla Sorgente Sacra di Kenroku-en, considerata da molti come l’elemento più antico del giardino ancora esistente. Secondo il racconto, circa 1.200 anni fa un contadino di nome Tōgorō si fermò presso la sorgente per lavare delle patate. All’improvviso, frammenti d’oro cominciarono ad affiorare sulla superficie dell’acqua, dando così origine al nome della città: Kanazawa, ovvero “Palude d’Oro”. L’acqua della sorgente proviene da una vasca di purificazione situata presso un vicino santuario shintoista, e ancora oggi molte persone vi si recano per raccoglierne l’acqua da utilizzare nelle cerimonie del tè.

Un altro elemento significativo è lo Shigure-tei, una casa da tè costruita nel 1725 e miracolosamente sopravvissuta all’incendio del 1759. La sua presenza non solo testimonia la diffusione della pratica del tè già prima del disastro, ma rivela anche il profondo legame tra la cerimonia del tè e la cultura estetica che ha contribuito a modellare il giardino. Lo Shigure-tei continuò ad essere utilizzato anche dopo l’incendio e fu infine restaurato completamente durante il periodo Meiji.

    With the patronage and collaboration of: