Sull’isola di Shikoku, la più piccola tra le grandi isole del Giappone, la coltivazione del tè assume una dimensione insieme agricola e culturale, profondamente intrecciata alla morfologia del territorio. Qui la Camellia sinensis cresce su pendii montani, lungo vallate umide e terrazzamenti ripidi, in un paesaggio modellato da secoli di lavoro manuale e da un clima mite, influenzato dalle correnti del Pacifico. Le principali aree di produzione si concentrano soprattutto nelle prefetture di Kōchi ed Ehime, con nuclei storici anche a Tokushima. In particolare, la zona montana di Ōtoyo e Motoyama (prefettura di Kōchi) è considerata uno dei cuori della produzione di tè verde di Shikoku. Qui i campi si arrampicano tra i 400 e gli 800 metri di altitudine, in condizioni ideali per una crescita lenta delle foglie, favorita da nebbie frequenti, forti escursioni termiche e suoli ben drenati.
Dal punto di vista botanico, la pianta viene mantenuta bassa tramite potature regolari, formando siepi compatte che facilitano la raccolta e proteggono i germogli dal vento. La coltivazione è prevalentemente di tipo sencha, ma negli ultimi decenni si è sviluppata una produzione sempre più attenta di tencha, la materia prima del matcha. In questo caso, le piante vengono ombreggiate per alcune settimane prima della raccolta, riducendo la fotosintesi e aumentando la concentrazione di clorofilla e amminoacidi, in particolare la L-teanina.
Il matcha di Shikoku rimane una produzione di nicchia rispetto a quella più famosa di Uji (Kyoto), ma proprio per questo conserva un carattere sperimentale e territoriale. Alcuni produttori locali lavorano su piccoli lotti, spesso con cultivar selezionate come Yabukita, Okumidori o Saemidori, adattate alle condizioni montane dell’isola. La macinazione a pietra e la trasformazione artigianale completano un ciclo produttivo che mantiene un forte legame con il luogo di origine. Accanto al sencha e al matcha, sono diffusi anche tè meno lavorati, come il bancha e il kamairicha, quest’ultimo prodotto con una tostatura in padella che interrompe l’ossidazione, una tecnica antica introdotta dalla Cina e rimasta viva soprattutto nel sud del Giappone. In alcune aree rurali di Shikoku, questa lavorazione sopravvive come pratica familiare, più che come produzione commerciale.
Osservando i campi di tè di Shikoku, emerge chiaramente come la coltivazione non sia solo una questione agronomica, ma una forma di paesaggio culturale: filari che seguono la topografia, strade strette, piccoli essiccatoi, case rurali e boschi che delimitano le parcelle coltivate. È un’agricoltura che convive con la montagna, senza forzarla, e che riflette una relazione storica tra pianta, clima e comunità locali. In questo contesto, la Camellia sinensis non è soltanto una coltura economica, ma una presenza botanica che struttura il territorio e ne racconta la storia. Un racconto che oggi, attraverso la fotografia, permette di restituire la complessità di un’isola meno conosciuta, ma fondamentale per comprendere la pluralità dei paesaggi del tè in Giappone.