STORIA E METAMORFOSI DELLA VILLA GUICCIARDINI CORSI SALVIATI
DAL RIGORE RINASCIMENTALE AI TEATRI DI VERZURA DEL NOVECENTO
Entrare nel giardino della Villa Guicciardini Corsi Salviati a Sesto Fiorentino è come passare in rassegna cinque secoli di gusto toscano: dal rigore degli “spartimenti” rinascimentali alle meraviglie scenografiche del Settecento, fino alle passioni botaniche ottocentesche e alla regia colta del Novecento. Non è solo un bel giardino: è un manuale vivente di paesaggio, costruito pezzo dopo pezzo dalla lunga storia della famiglia Corsi e poi dai Guicciardini Corsi Salviati, oggi raccontata in una monografia corale che ha rimesso ordine nella memoria della villa e del suo parco.
Se vogliamo fare un passo indietro, le prime “istantanee” ci arrivano dal Cinquecento: nel Camerino delle Grottesche, fra il 1582 e il 1585, la villa è già protagonista d’affresco, con vedute che includono il cortile e la fontana di Miseno (allora con la scultura di Stoldo Lorenzi, oggi dispersa). Sono immagini preziose: ci dicono che architettura e acqua erano, fin dall’inizio, il cuore del racconto di Sesto.
Il linguaggio che struttura il giardino nasce però dalla grammatica rinascimentale: un impianto ortogonale, partiture nette, la tripartizione in “quadri” specializzati (fiori, frutti nani, bosco) che gli umanisti celebravano come misura e metodo del vivere all’aperto. È l’idea dello “spartimento” – una suddivisione retorica prima ancora che fisica – che dal XVI secolo informa i grandi giardini medicei e che a Sesto, per impianto e mentalità, ha fatto scuola.
Poi arriva il Settecento, e con lui l’ora della messa in scena. L’incisione di Pietro Monaco da Giuseppe Zocchi (1744) è una cartolina di lavori appena conclusi su villa e giardino, firmati dall’architetto Ferdinando Ruggieri: giochi d’acqua, apparati scultorei, chiarezze prospettiche. È la fotografia (d’epoca) di un aggiornamento all’ultimo grido per la campagna fiorentina.
Nel quarto decennio del secolo spuntano le due uccelliere: padiglioni di delizia e di rappresentanza, uno dei quali affrescato da Ferdinando Melani nel 1734. Qui pittura, voliere e peschiera dialogano in un piccolo teatro di natura addomesticata.
Il parterre centrale viene inquadrato da una fontana attorno alla quale si dispongono, “a coppie contrapposte”, Dorifori e Guerrieri in marmo; sulle altane della facciata compaiono altre statue, come a coronare la casa con emblemi di virtù eroiche. È un lessico classico che fa da contrappunto all’animazione dell’acqua.
A chiudere la scena verso sud, il lungo muro di cinta in arenaria si popola della serie dei “Villani” scolpiti da Girolamo Ticciati: un fregio di tipi rustici che, con ironia tutta toscana, porta nel giardino il mondo dei campi e delle stagioni.
L’arredo scultoreo non è solo all’aperto: nel 1738 Antonio Corsi trasferisce in una “camera” al piano terreno ben dieci statue marmoree di Vittorio Barbieri, costruendo un ponte continuo fra interni e giardino. Nel tempo, uno spostamento all’esterno (oggi giudicato “astorico”) ha esposto quelle opere a un degrado che la ricerca recente ha messo nero su bianco: anche questo fa parte della storia viva e fragile di Sesto.
Con l’Ottocento il giardino cambia pelle. Il marchese Bardo Corsi Salviati si appassiona alle collezioni botaniche ed erige serre: nel 1868 nasce, accanto alla Loggia del Bacchino, la serra delle orchidee. Le fotografie d’album raccontano un paesaggio fitto di esotiche, un “giardino-museo” dove i giardinieri posano orgogliosi tra nuove rarità.
La stessa macchina fotografica, all’inizio del Novecento, ci restituisce gelide mattine invernali con la fontana di Mercurio e la statuaria del parterre: vedute nitide, quasi inventari visivi prima della grande svolta.
La svolta porta il nome di Giulio Guicciardini Corsi Salviati. Tra 1914 e i primi anni Venti, Giulio ripensa il rapporto tra botanica, scena e architettura: da un lato documenta (e dirige) spostamenti e dismissioni delle ricchissime collezioni di Bardo, dall’altro introduce un nuovo, straordinario dispositivo teatrale. Nel 1922 disegna il teatro di verzura sul “prato di levante”, ispirandosi al giardino di Mirabell a Salisburgo; nel gennaio 1923 le foto lo ritraggono in costruzione, con l’Apollo al centro dell’aiuola, poi destinato alla nicchia in fondo alla scena. È il Novecento che parla la lingua della storia, ma con il passo della regia moderna.
Se oggi proviamo a leggere il giardino per “zone” – anfiteatro, fontana centrale, peschiera, muro di cinta, altana della villa, piccola loggia – è perché le più recenti indagini di conservazione hanno mappato il parco come un insieme di sistemi, ciascuno con criticità e materiali propri. Ne esce una guida pratica al futuro: linee guida, protocolli e monitoraggi per proteggere pietre, metalli e superfici esposte, così che il racconto di Sesto possa continuare senza perdere pezzi.
In filigrana, sotto le trasformazioni, resta una costante: l’asse centrale che ordina lo sguardo e che nel tempo ha accolto fontane, statue e quinte vegetali; attorno, partiture ortogonali e “giardini nei giardini” che hanno fatto da laboratorio al gusto fiorentino. Così il luogo di delizie dei Corsi è diventato, con pazienza secolare, un repertorio di forme capaci di parlare a epoche diverse senza perdere la propria voce.
Fonti:
Claudia Maria Bucelli, Il Giardino Guicciardini Corsi Salviati a Sesto Fiorentino, in AA.VV., Villa Guicciardini Corsi Salviati. Arte e Storia, a cura di Luisa Capodieci e Maria Grazia Messina; introduzione di Joseph Connors; Roma, «L’Erma» di Bretschneider, 2020 (collana LermArte, 23).
Tavole a colori e Tavole in bianco e nero (uccelliere di Ferdinando Melani, parterre con Dorifori e Guerrieri, altane statue, serie dei Villani di Girolamo Ticciati, serra delle orchidee del 1868, teatro di verzura 1922–23, vedute storiche).
Alberto Casciani, Cristiano Riminesi, Paola Rosa, Rachele Manganelli Del Fà, Silvia Vettori, Oana A. Cuzman, Piero Tiano, Verso la conservazione programmata degli arredi lapidei nei giardini storici: il caso di studio del giardino della Villa Guicciardini Corsi Salviati, in AA.VV., Villa Guicciardini Corsi Salviati. Arte e Storia, Roma, «L’Erma» di Bretschneider, 2020.
Dati editoriali del volume: AA.VV., Villa Guicciardini Corsi Salviati. Arte e Storia, Roma, «L’Erma» di Bretschneider, 2020; ISBN brossura 978-88-913-1958-6; ISBN PDF 978-88-913-1960-9.
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L’Associazione Dimore Storiche Italiane, nasce a Roma il 4 marzo del 1977 sull’esempio di analoghe associazioni già operanti in altri Paesi europei. Questo importante sodalizio, che da oltre 40 anni si propone di agevolare la conservazione, la valorizzazione e la gestione delle dimore storiche, è sorto grazie all’impegno e alla passione di alcuni proprietari fedeli custodi di quello che si può senza alcun dubbio definire il più importante patrimonio storico-artistico mondiale. I fondatori di A.D.S.I. furono Gian Giacomo di Thiene, Niccolò Pasolini dall’Onda, Oretta Massimo Lancellotti, Aimone di Seyssel d’Aix, Ippolito Calvi di Bergolo, Augusta Desideria Pozzi Serafini, Rinaldo Chidichimo, Bona Midana Battaglia, Bonaldo Stringher e Bianca Leopardi. Il 22 aprile dello stesso anno si riunì a Palazzo Pasolini dall’Onda il primo Consiglio Direttivo dell’Associazione che elesse all’unanimità Presidente Nazionale Gian Giacomo di Thiene, il quale mantenne questo importante incarico fino al 1986. Nello stesso giorno furono costituite le prime Sezioni regionali: Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Lazio, Lombardia, Marche, Piemonte, Puglia, Toscana, Umbria e Veneto. L’Associazione Dimore Storiche Italiane (A.D.S.I.) riunisce i proprietari di immobili storici di tutta Italia, che rappresentano una componente importante del nostro patrimonio culturale. Le dimore storiche sono beni culturali di rilevante interesse storico-artistico, “soggetti a vincolo”, e quindi tutelati dallo Stato, che ne deve favorire la conservazione, e sono affidati alla responsabilità dei proprietari. Si tratta di un patrimonio vasto ed eterogeneo: case e palazzi, ville e castelli, ma anche giardini e tenute agricole. Sono distribuiti in tutto il Paese e, per quasi l’80% per cento, situati in campagna o in provincia. Ognuno di questi beni ha una precisa identità, unica in Europa: per la sua storia, per il suo valore culturale e per lo stretto legame con il territorio di riferimento. Unici sono però anche i gravi problemi che la manutenzione di questi beni comporta, a cui devono far fronte quotidianamente i proprietari che ne sono custodi. Sono però beni che, se ben mantenuti e gestiti, possono dare un contributo importante alla vita culturale, sociale ed economica delle comunità in cui sono inseriti. Per raggiungere questo risultato l’Associazione Dimore Storiche Italiane, con i suoi 4500 soci, è costantemente impegnata, insieme all’European Historic Houses Association (EHH), nel promuovere la tutela e la valorizzazione delle dimore storiche..