Otagi Nenbutsu-ji, un tempio fuori dalle rotte del turismo,
tra devozione, memoria e natura
Mille e duecento rakan nel bosco di Sagano © YURIYA GUARINO

Mille e duecento rakan nel bosco di Sagano

Otagi Nenbutsu-ji, un tempio fuori dalle rotte del turismo, tra devozione, memoria e natura

佛 · 法 · 僧
Buddha, Dharma, Sangha: il Risvegliato, l’Insegnamento, la Comunità.

 

Sono tre parole, incise su tre campane dal suono diverso, e bastano a spiegare dove ci si trova. Le tre campane del tempio portano ciascuna uno di questi caratteri. Otagi Nenbutsu-ji non è un giardino nel senso classico, e non è nemmeno un tempio che si lascia visitare in fretta. È un luogo in cui si sale piano, con il fiato corto e lo sguardo basso, perché è tra l’erba e il muschio che comincia lo spettacolo.

Siamo nell’Okusaga, la parte più silenziosa di Sagano, a mezza costa lungo l’antica via di pellegrinaggio che porta al sacro monte Atago. Qui i boschi di aceri chiudono il cielo, le felci spuntano dai gradini e la pietra si veste di verde. Sotto gli aceri vivono milleduecento rakan, figure che, secondo la tradizione buddhista, hanno compreso fino in fondo la verità degli insegnamenti del Buddha. Non sono però figure solenni: ridono, sbadigliano, pregano a occhi chiusi, tengono in mano cose minuscole e personali.

Il segreto sta nella loro origine. Dal 1981, sotto la guida dell’abate e scultore Nishimura Kocho (1915-2003), persone arrivate da tutto il Giappone hanno imparato le basi della scultura e hanno scolpito le statue nel recinto del tempio. Ognuno aveva un motivo: ricordare una persona cara, esprimere devozione, lasciare un segno della propria vita. Il progetto doveva produrre cinquecento statue in cinque anni; l’obiettivo fu raggiunto in uno solo, e ne vennero aggiunte altre settecento, per un totale di milleduecento in dieci anni. Ogni volto è dunque una preghiera fatta con le mani, e il muschio, in pochi decenni, le ha dato l’aspetto di cose antichissime.

 

Il cammino spirituale del luogo ha radici più lunghe. Secondo le cronache del tempio, la fondazione risale al 766, vicino all’attuale Gion; altre fonti indicano il 770, e l’imperatrice Shotoku è comunque la committente. Un’alluvione del fiume Kamo distrusse gli edifici, che furono rifondati dal monaco Tendai Senkan, e il tempio divenne dipendente dell’Enryaku-ji sul monte Hiei. Nel 1922, per preservarlo, fu trasferito nella sede attuale, dove la sala principale, risalente al periodo Kamakura e dichiarata Bene Culturale Importante, custodisce il Senju Kannon, venerato fin dal periodo Heian come protettore contro le sventure. Tra le statue si trovano anche un Kannon scolpito per essere toccato e un Jizo che, secondo la tradizione, protegge dal fuoco. 

Il consiglio di chi ama camminare è di venire nelle ore più quiete, meglio con il cielo velato, e di non cercare di vedere tutto. Basta fermarsi davanti a un volto e restarci qualche minuto. In autunno gli aceri accendono la scena di rosso; in primavera e dopo la pioggia il muschio è al suo massimo.

 

Come arrivare

Dalla fermata Nonomiya si prende il Kyoto Bus n. 94 in direzione Kiyotaki e si scende a Otagi-dera-mae. Dalla stazione Hankyu Arashiyama il bus per Kiyotaki lascia a circa un minuto a piedi dal tempio, ed è la scelta più comoda: il resto del giro di Sagano è poi tutto in discesa. A piedi, sono circa 16 minuti dalle stazioni Hankyu Arashiyama e JR Saga-Arashiyama, con salita finale.

Indirizzo: 2-5 Fukatanicho, Sagatoriimoto, Ukyo-ku, Kyoto. Da abbinare ad Adashino Nenbutsu-ji, poco più a sud.

 

Link

Sito ufficiale del tempio: http://www.otagiji.com/
Scheda istituzionale multilingue (MLIT, Ministero del Territorio giapponese, in giapponese): https://www.mlit.go.jp/tagengo-db/common/001557621.pdf