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ELISABETTA COLOMBO Let’s take the setting: the hills overlooking the valleys of the Arno and the Mugnone, among the most beautiful in Tuscany, studded as they are with history and cypresses. For almost 30 years the landscape architect Ines Romitti has been organizing guided tours of this ring of territory, among the buildings and gardens around the Via Vecchia Fiesolana and the Via di Vincigliata. She starts from the terraces of Villa Schifanoia, said to be the birthplace of Boccaccio’s Decameron, enters the lemon-house of Villa Medici, still looking bang up-to-date today, and presents the eccentricities of the Parco Nieuwenkamp and Paolo Peyron’s aesthetic dream at the Bosco di Fontelucente.

With their gates closed as a result of Covid, Romitti has set up a website – andarepergiardini.com – that, paradoxically in the year of lockdown, has highlighted the full extent of these pocket landscapes. With the help of the aerial photos of Alessio Guarino, taken with a drone. “Viewed from above, the spaces seem even more modern: for their essentiality, geometrical patterns and a certain intellectualism.” There are plenty of famous names to be found on the website, from the early 20th century onwards, when the great creative ferment of the cultural centres and the Anglo-American community brought many ideas as well as foreigners to the area. Among them, the British garden designer Cecil Pinsent. It’s thanks to him, and to his inseparable friend, the architect Geoffrey Scott, that the Italian-style formal garden was given a new lease of life. Obviously with a British accent. He divided the parterre of Villa Sparta, for example, into ‘garden rooms’: nested boxes that in sequence reveal constantly changing panoramas, amidst box hedges and wisteria vines, with a series of openings, windows and parapets overlooking Florence. “His are masterly interpretations of the Renaissance Revival style,” continues Romitti. “And thanks to the use of evergreen plants they never lose their form.” The model was such a good one that in 1939 all the young Pietro Porcinai needed to do was add the swimming pool to complete their perfection.

The garden of Villa Peyron, better known as the Bosco di Fontelucente, has been carved out of a dense and compact mass of vegetation. It was designed by Angelo and Paolo Peyron in several stages, from 1934 onwards, with downward sloping terraces, parterres of box and formal geometries. (ph. Alessio Guarino)
Born in Fiesole, Porcinai would go on to become a star of landscape design and develop an even more sophisticated vision of the garden, one that was unprecedented in Italy. Safeguarding of the genius loci, laying out of vistas, proportions of volume, attention to detail: his handling of the landscape still exercises great influence. But he wasn’t the only one. Few places have attracted more landscape architects than the hills of Fiesole (among others Geoffrey Jellicoe, Niccolò Berardi and Giovanni Michelucci) and never have so many designs of gardens succeeded in getting so in tune with the scenery, the plants and the villas that they form a unique ensemble: total works of art in which even a hedge – sloping downwards to open up the view – becomes part of a whole.
FIESOLE FROM ABOVE
ITINERARI STORICI & NATURALISTICI DELLA TOSCANA

PARCO MEDICEO DI PRATOLINO

Villa Demidoff è la denominazione moderna di quello che resta della Villa Medicea di Pratolino e si trova nella località di Pratolino, a Vaglia, in Provincia di Firenze, in via Fiorentina 276. La villa medicea vera e propria fu demolita nel 1822, ma in seguito venne acquistata dalla famiglia di origine russa dei Demidoff, che adibirono a nuova villa l’edificio secondario delle paggerie, ingrandendolo e ristrutturandolo. Il parco, seppur stravolto e spogliato nel corso dei secoli, è uno dei più belli e vasti di tutta la Toscana, tra i più importanti nello stile all’inglese. La grande tenuta di Benedetto Uguccioni fu acquistata nel 1568 da Francesco I de’ Medici, non ancora granduca. Il terreno era piuttosto lontano da Firenze in una zona aspra e scoscesa ai piedi dell’Appennino. Francesco affidò a Bernardo Buontalenti l’incarico di edificare una splendida villa (1569-1575) per il soggiorno della sua seconda moglie Bianca Cappello. La villa di Pratolino, nel complesso delle ville medicee d’importanza strategica per il luogo o per le attività agricole o per altri motivi, doveva rappresentare la concessione principesca al puro lusso, dove tutto era improntato alla massima magnificenza. Le “meraviglie” di Pratolino furono, prima ancora di venire completate, oggetto d’esaltazione e d’encomio in poemetti e altri resoconti, quasi a giustificarne il costo colossale di 782.000 scudi, il doppio, per fare un esempio, della spesa occorsa per completare gli Uffizi.

Circondato da un grande parco di abeti, il palazzo aveva, al piano terra, un complesso di giochi artificiali con automi, scherzi d’acqua e scenari impreziositi dalla presenza di statue antiche, madreperle, pietre dure e marmi pregiati; anche il parco intorno era ricco di fantasiose trovate e di fontane monumentali; il Buontalenti stesso fu l’ideatore di queste macchine e stravaganze che rispecchiavano, dopotutto, la personalità e gli interessi del nuovo granduca stesso, amante delle stranezze naturali, dell’alchimia, dell’estro più fantasioso, come ci manifesta pure un altro capolavoro da lui commissionato, lo Studiolo in Palazzo Vecchio. La puntuale rappresentazione realizzata da Giusto Utens nella celebre serie di Ville Medicee del Museo di Firenze com’era ci mostra come quello di Pratolino fosse il parco-giardino più vasto tra le tenute medicee, tanto da occupare da solo quasi tutto lo spazio della rappresentazione, nonostante ne sia stata dipinta solo la metà verso sud. Il parco era tagliato da un asse coincidente con uno stradone che appariva come l’unico elemento regolato del parco, caratterizzato da una morfologia del terreno ricca d’anfratti, cavità ed altre irregolarità. La villa era posta al centro e tutto il parco era segnato dalla presenza dell’acqua, elemento generatore e assoluto protagonista simbolico dello schema decorativo. L’asse principale nord-sud, su cui si trovava la villa, univa le due parti del parco e iniziava a nord con la Fontana di Giove, il Parco dei Moderni e il Colosso dell’Appennino, poi, dopo la villa, proseguiva verso sud con lo Stradone delle pile, il Parco degli Antichi e la Fontana della lavandaia.

Arte, natura e fotografia tra Ottocento e Novecento a Fiesole

Heinrich Ludolf Verworner

Heinrich Ludolf Verworner è stato un pittore tedesco nato a Lipsia nel 1864 e morto a Fiesole nel 1927. Dopo un lungo periodo di soggiorni in varie città italiane, si stabilì definitivamente a Fiesole nel 1901, vivendo innanzitutto nella Villa Martini e poi, dal 1908, nella Villa Gentilini a Fontelucente, che contribuì a restaurare personalmente. A Fontelucente creò anche un giardino claustrale ispirato alla Loggia del Convento di San Marco.

La sua permanenza a Fiesole fu segnata da una stretta relazione con il paesaggio e la luce toscana, elementi che influenzarono molto la sua pittura, la quale è caratterizzata da un senso pànico e mistico della natura. La sua vita non fu priva di difficoltà: durante la Prima guerra mondiale dovette rifugiarsi in Svizzera a causa dei turbamenti della guerra e lì soffrì di una profonda depressione, che lo condusse infine al suicidio nel 1927. Sua moglie Charlotte, anch’essa figura importante nel suo percorso artistico e umano, condivise questa esperienza intensa e tormentata.

Archivio Storico del Comune di Fiesole conserva documenti che testimoniano la sua vita e la sua attività artistica in città, e la vicenda di Verworner è stata oggetto di studi e convegni per la sua rilevanza nell’ambito della cultura artistica tedesca in Toscana nel primo Novecento. La sua arte rappresenta un ponte tra la tradizione rinascimentale italiana e la cultura ideale della sua patria tedesca, inscritta in un contesto internazionale di idealismo filosofico e simbolismo pittorico.

IL GIARDINO CHE CRESCE DA SÉ: BIODIVERSITÀ ED ESTETICA DEL DISORDINE

QUANDO IL DISORDINE DIVENTA BELLEZZA

Dal punto di vista botanico, la distinzione tra giardini ordinati e giardini “disordinati” è fondamentale. Un prato costantemente tagliato, con un’unica specie erbacea mantenuta a pochi centimetri d’altezza, offre poco spazio alla diversità: mancano i fiori, quindi mancano gli insetti impollinatori, e di conseguenza si riduce anche la presenza di uccelli e piccoli mammiferi. È un sistema monotono, ecologicamente povero.
Nei giardini lasciati crescere in modo più libero, al contrario, si sviluppa una trama vegetale varia: graminacee spontanee, composite dai fiori gialli e azzurri, leguminose che arricchiscono il suolo. Questo mosaico crea microhabitat in cui si insediano farfalle, api selvatiche, coleotteri, lucertole. Si genera così una rete trofica complessa, capace di sostenere una biodiversità sorprendente anche in ambito urbano.
Gli esempi di questo fenomeno non mancano su scala mondiale. In Amazzonia, dove la diversità vegetale è al massimo grado, le specie convivono in stretta prossimità e danno origine a ibridazioni spontanee, contribuendo a un flusso genetico che arricchisce continuamente la foresta. Certo, un giardino urbano non potrà mai replicare la potenza ecologica del bacino amazzonico, ma può rifletterne i principi: varietà, compresenza di specie, spazio lasciato all’evoluzione naturale.

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