La rilettura di una mostra fiorentina degli anni Trenta è un’occasione per valutare, quasi un secolo dopo, i risultati e i giudizi critici su di un evento culturale fortemente orientato dal particolare contesto nazionalista del momento.
La Mostra del giardino italiano fu inaugurata il 24 aprile 1931 nel Salone dei Dugento di Palazzo Vecchio. Un ricchissimo repertorio di 4000 opere dedicato alla iconografia storica sul tema del giardino a partire dal medievo fino alla fine del Settecento fu riunito in cinquantadue sale del Palazzo. La selezione comprendeva pitture, disegni, stampe, libri, giuochi, fiori finti antichi e moderni in stoffa, mollica di pane, in filigrana d’argento, perline di porcellana e di vetro provenienti da Doccia e da Murano. L’obiettivo di mostrare in questa occasione che l’arte del giardino italiano era rimasta al centro dell’attenzione europea «per quasi duemila anni» fu alla base dell’importante ed eterogenea raccolta di documenti. Nelle prime linee di presentazione del catalogo, Ugo Ojetti — Presidente della Commissione esecutiva — scriveva:
Con questa Mostra del Giardino Italiano Firenze vuole tornare alle grandi Mostre storiche che, nel 1911 con la Mostra del Ritratto Italiano, e nel 1922 con quella della Pittura Italiana del ’600 e del ’700, sono state il suo vanto. Anche questa Mostra intende rimettere in onore un’arte singolarmente nostra che dopo aver conquistato il mondo sembrò offuscata da altre mode o nascosta sotto nomi stranieri.
Le tre mostre furono preparate dall’équipe formata da Ugo Ojetti, Nello Tarchiani e Luigi Dami. Scomparso nel 1925, Dami venne sostituito dal Conte Carlo Gamba Griselli nella mostra del 1931. Si riconosce la loro impronta in ciascuna delle tre mostre dove l’équipe arriva a riunire un numero impressionante di opere nei due palazzi principali di Firenze: 800 quadri a Palazzo Vecchio per la mostra Il ritratto italiano dal Caravaggio al Tiepolo, 1 056 quadri a Palazzo Pitti per La pittura italiana del ’600 e ’700. Altra caratteristica comune alle mostre, la loro sommaria presentazione in minuscoli cataloghi. Prima si faceva la mostra, poi, eventualmente, se ne faceva un libro qualche anno dopo. Nei primi due casi, alla descrizione minuziosa delle sale del Palazzo in cui le opere venivano esposte faceva seguito, nel catalogo, la lista degli artisti ed i titoli dei quadri senza alcun cenno sugli obbiettivi della mostra. Per presentare le opere riunite nella Mostra della pittura italiana del Sei e Settecento si disposero i quadri nelle sale secondo l’ordine alfabetico degli autori, per ogni pittore vennero indicate le date di nascita e di morte fatte seguire dai titoli delle opere presentate nella sala senza indicare le misure dei quadri, senza nessun cenno biografico o critico sull’artista e la sua opera. L’avvenimento culturale di questa mostra fu la presentazione di diciotto tele di Caravaggio a cui sarà dato grande spazio nel libro sulla mostra, pubblicato due anni dopo.
In Europa, dalla metà dell’Ottocento, si può sostenere che la cultura paesaggista viva prevalentemente tra l’Inghilterra e il Mediterraneo, nonostante appaia comunque centrale il contributo fornito dalla cultura francese rispetto ad alcune tecniche relative alla costruzione del giardino. Molti sono gli esponenti della cultura anglosassone, che sulle rive del Mediterraneo realizzarono suggestive dimore circondate da giardini unici, nei quali attraverso un’armonica mescolanza e compresenza di stili, forme e caratteri, si attuò una sintesi capace di produrre significative trasformazioni dei paesag- gi costieri. Così è accaduto a Ravello, dove l’acquisizione da parte di Francis Navile Reid (1826-1892) dei ruderi di palazzo Rufolo e del suo vasto territorio adiacente, trasformati in uno dei giardini più suggestivi del meridione, ha segnato in maniera decisiva il destino contemporaneo della cittadina. Il complessivo intervento paesistico promosso dal raffinato ed ecclettico botanico-dilettante ha inciso sul complessivo immaginario della Ravello di età contemporanea più del cauto e competente restauro dell’antica e cadente villa, eseguito da Michele Ruggiero (1811-1900).
Giardini degli inglesi sulle rive del mediterraneo
Nell’Ottocento europeo, risultano molti gli esponenti della cultura anglosassone, per non parlare dei russi e tedeschi, che costruirono o riprogettarono sulle rive del mediterraneo incantevoli dimore, caratterizzate da suggestivi giardini e parchi, avviando così una moda che avrà ampia diffusione durante tutto l’arco del XX secolo1. Ad acquistare le antiche proprietà, intraprendendo significative operazioni di restauro e trasformazione dei originari giardini, furono, in molti casi, i touristes appartenenti alle raffinate élites cosmopolite di viaggiatori del nord Europa, richiamate in Italia dal clima mite, dalla cultura, e dal fascino del paesaggio mediterraneo2. In tali interessanti realizzazioni giardiniere avviate nel corso dell’Ottocento, che contribuirono alla trasformazione del paesaggio di molte delle più suggestive località costiere italiane, sono riscontrabili molteplici influssi riconducibili alla cultura anglosassone.
Quando i greci videro i parchi orientali ne rimasero colpiti ed affascinati, poiché la loro cultura, sebbene avanzatissima in tutte le arti, non aveva mai prodotto nulla di eguale. Una delle ragioni per le quali si sostiene che l’Antica Grecia non abbia prodotto sfarzosi giardini è riconducibile alla vita democratica delle polis, che avrebbe mal visto lo sviluppo di giardini privati come dichiarazione di ricchezza e benessere. Peraltro la cultura cretese-micenea fu amante dei fiori, difatti dai reperti possiamo dedurre una centralità del motivo floreale decorativo, come già era stato per quella egizia. Per i greci occuparsi del giardino era un’attività prevalentemente femminile o alla quale ci si poteva dedicare durante le pause tra una guerra e l’altra. Le influenze persiane si propagarono all’antica Grecia: attorno al 350 a.C. c’erano giardini presso l’Accademia di Atene e Teofrasto, considerato il padre della botanica, si suppone avesse ereditato il giardino di Aristotele.
La villa appartenuta alle Monache benedettine di San Martino fin dal XIV secolo, passò, nel XV secolo ad Antonio e Bernardo Rossellino e successivamente, nel 1610, a Zanobi di Andrea Lapi. Nel 1718 venne acquistata dai Capponi. Sono i Capponi che definiscono la villa nelle sue forme attuali, come appare nelle incisioni del XVIII secolo. In questo periodo compare: il giardino tergale, concepito come un cortile decorato a motivi rustici e posto ad un livello superiore rispetto all’edificio, l’aranceta, dove sono custoditi vasi d’agrumi, la lecceta, statue in pietra raffiguranti animali.
Nel corso dell’Ottocento numerosi furono i proprietari che si susseguirono, molti dei quali appartenenti alla ricca nobiltà europea. Fra questi Jeanne Keshko, moglie del principe Eugenio Ghyka-Comanesti, che acquista la proprietà nel 1896 tenendola fino al 1925. Durante la seconda guerra mondiale, la villa e il giardino subirono danni ingenti, tanto che quest’ultimo non era più riconoscibile. Nel 1954, sulla base di vecchi documenti, il proprietario Marcello Marchi iniziò un lungo restauro durato sei anni, che riportò la villa al suo antico splendore, dal 1994, gli eredi Zalum ne proseguono l’opera.
Attraverso gli studi della botanica A. Ciarallo, sui giardini dell’antica Pompei, sappiamo che il giardino romano, in origine, è prevalentemente uno spazio utilitario, denominato hortus, generalmente racchiuso e adiacente alla casa, dove le piante sono coltivate per il solo uso di cucina e, per estrarne olii e profumi per la cura del corpo. Anche lo studio della Jashemski, archeologa americana, sui giardini pompeiani è stato specifico per ogni giardino, al fine di comprendere il loro ruolo nella città e la determinazione della proprietà a cui era annesso. Tale studio ha richiesto l’esame di ogni edificio, di ogni pezzo di terreno aperto, in altre parole, dell’uso del suolo della città di Pompei.
La storia dell’arte italiana dei giardini è stata trattata finora seguendo due linee espositive ben distinte: la prima propensa ad esaltare quest’arte nel suo massimo splendore rinascimentale e barocco, privilegiando quindi la storia del giardino «all’italiana», piuttosto che quella del giardino italiano; la seconda concepita come una seducente rassegna di giardini eccellenti, ognuno emergente con caratteri storici e artistici ben definiti. In entrambi i casi il giardino finiva per essere separato da quella evoluzione delle idee che ne aveva condizionato la nascita e rinnovato nel tempo l’aspetto, lasciando supporre che esso fosse più il prodotto di un isolato estro artistico che il risultato di una meditata riflessione maturata dall’uomo nei confronti della natura.
Così Alessandro Tagliolini, nel 1988, nella premessa alla sua Storia del giardino italiano rende chiara l’idea di quanto sia giovane la disciplina che studia il giardino come opera all’interno della storia dell’architettura. Il giardino, per il suo ambiguo carattere diviso tra natura e artificio, e per la sua costituzione effimera e fortemente simbolica, è da sempre fonte di ispirazione e luogo di ambientazione di numerose opere letterarie e artistiche, nonché oggetto di innumerevoli manuali di giardinaggio. Ma è solo nel 1981 che l’International Council of Monuments and Sities riconosce nel giardino storico «una composizione architettonica e vegetale che dal punto di vista storico o artistico presenta un interesse pubblico. Come tale è considerato come un monumento», secondo quanto recita il primo articolo della Carta per la salvaguardia dei giardini storici, meglio nota come Carta di Firenze.
Il giardino si configura dunque nella cultura di ogni epoca come una testimonianza di una realtà storica, un organismo complesso ed un’espressione dell’opera dell’uomo da tramandare e da salvaguardare. Il giardino, insieme al più articolato sistema del paesaggio, costituisce un tema di grande attualità; il Ministero per i Beni e le Attività Culturali ha da tempo strutturato all’interno della sua organizzazione un Ufficio Studi specifico e un Comitato Nazionale per lo Studio e la Conservazione dei Giardini Storici, mentre si sta consolidando oggi una vera e propria disciplina che trova sempre maggiore spazio nelle università italiane. La recente opera di Vincenzo Cazzato, Ville e giardini italiani. I disegni di architetti e paesaggisti dell’AmericanAcademy in Rome, oltre ad analizzare in maniera critica il contesto in cui si inaugurarono gli studi sul giardino storico, offre l’occasione per ripercorrere sinteticamente la fortuna bibliografica sul tema in Italia, inserita di volta in volta nel momento storico-ideologico di pertinenza.
In antichità la costruzione fu posseduta dagli Zati, che la vendettero nel 1563 a Giulio d’Alessandro del Caccia dai cui figli, nel 1603, l’acquistò Porzia di Tommaso de’ Bardi vedova di Niccolò di Francesco degli Alessandri. Restò agli Alessandri fino al 1854, quando il conte Carlo di Gaetano la vendette a John Temple-Leader, che la inglobò nei suoi vasti possedimenti sulle colline di Maiano e di Vincigliata. Alla sua morte fu ereditata da Lord Westbury. Nel 1907 Bernard Berenson (1865-1959) e la moglie Mary Pearsol Smith, che abitano la villa già dal 1900, decidono di acquistare la proprietà.
Al momento dell’acquisto la villa lascia molto a desiderare, il giardino si limita a gruppi sparsi di vecchi cipressi e ad una limonaia. Berenson in quel periodo comincia però a ricevere una retribuzione regolare dal grande mercante americano Joseph Duveen e pertanto può acquistare anche il terreno circostante. Questa e il giardino sono trasformati a partire dal 1909 da Cecil Pinsent e Geoffrey Scott, che furono introdotti dagli stessi Berenson nella ricca comunità angloamericana, all’epoca molto numerosa sui colli fiorentini.